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CREDEVA NELLA DISCESA...


Non era quella la sua aspirazione: essere al di sopra di tutto. 
Al di sopra di quelli che considerava stagni putridi di una vita incompleta, paludi di paura e rassegnazione, montagne di indifferenza. Finanche di quelle nuvole, così eteree eppure terribilmente asfissianti. 
La sua schizofrenia lo portava nel verso opposto all'altitudine. Dirottato verso l’abisso, nel ventre della terra. Ed in ragione di questo abisso aveva concepito tutto, con inaudita precisione. Dissimulando l’uomo debole e malato, aveva acuito la maschera della tranquillità. Così quel giorno, quando era salito a bordo, aveva indossato il suo sorriso migliore e, ad ogni arrivo, lo mostrava con spocchiosa fierezza. Mostrava i denti, tirando su le labbra fino a scoprire i canini. Canini stretti in una morsa, pronti ad azzannare ogni singolo essere umano, senza alcuna distinzione. 
Nessuno avrebbe mai capito che quelli erano i canini del demonio nella bocca di un uomo. Uomo fatto di una bronzea apparenza. Bronzo colato sulla sua vita senza più alcun senso. Bronzo che aveva fuso il suo aspetto in una lega antitetica. Consistenza di carne simile ad un uomo onesto, ma anima corrosa dalle termiti dell’inferno. Termiti che avevano divorato ogni cosa. Staccando dalle pareti anche il cuore. Neanche un battito ad alimentare un corpo fatto di ego e disperazione. L’unica gabbia dove ancora qualcosa lavorava era la sua mente. Gangli nervosi reattivi solo agli impulsi dei demoni ma scollegati totalmente agli stimoli esterni. Così, quando l’inferno iniziò il suo richiamo, si mise sull'attenti e rimodulò il pilota automatico. 
Forse è impossibile dire come l’idea gli sia entrata per la prima volta nel cervello ma certo è che, non appena l’ebbe concepita, era diventata la sua ossessione. Come un interruttore: la luce si spegne, la concretezza della ragione perde consistenza, dal buio si materializza la follia. Follia dai lineamenti familiari ma corrotta dalle allucinazioni. Follia che, con una velocità inumana, si era attorcigliata alla gola, stringendo forte, soffocando ogni cosa. Pure un misero accenno di ripensamento. 
In quell’attimo di agonia aveva preso coscienza del dove era diretto. La sua miseria liquefatta nell’iride attenta a guardare le montagne venirgli incontro. Un abbraccio di morte e rabbia. Nessuna voce in grado di farlo desistere. Nessuna salvezza per chi voleva essere un fantasma nella nebbia e non un uomo in carne ed ossa. Eppure qual era il tarlo che assillava la sua storia, il suo presente, non l’ha capito nessuno, neanche quelli che avrebbero dovuto capirlo: gli “specialisti nella psiche”. 
Così, trafitto dai dardi della pazzia, non è rimasto immobile, si è messo al comando, sviando il corso del suo destino e quello di altre 149 persone, ignare di schiantarsi a 700 chilometri orari contro il Mont Estrop. E quel pensiero marcio, uno sputo di cianuro sull’umanità, non si è arrestato neanche quando le urla hanno iniziato a farsi assordanti. 
Perché oramai era sordo ai richiami della vita. 
Perché Lubitz credeva nella discesa e non nella risalita. 

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