giovedì 22 gennaio 2026

BiblioIlde - Nostra solitudine - Daria Bignardi

 

A cura di Ilde Rampino

Un racconto interiore che, tuttavia, si delinea attraverso le vicende della Storia che spesso lasciano l’amaro in bocca per l’incapacità di fare qualcosa per cambiare le condizioni di chi soffre. L’autrice riflette sulla morte di tanti giornalisti, uccisi, mentre facevano il loro lavoro, lei prova una profonda ammirazione per loro, perché hanno seguito la propria passione. Uno di loro,  nonostante i lutti che avevano colpito la sua famiglia, aveva continuato a trasmettere i suoi servizi ed era stato considerato un eroe. L’idea di lasciare i social le causa un attacco di tristezza, perché è un modo di partecipare alla vita degli altri, di stare in mezzo al mondo, spesso per vincere la solitudine si sta bene anche soli, quando non si è soli”

Lei aveva bisogno di un progetto che la assorbisse, per non rimanere legata al passato, che talvolta ritornava, nei suoi ricordi, come il sapore di un cibo dell’infanzia. L’autrice è consapevole che, nel nostro mondo industrializzato, tutti rivelano un disturbo da dipendenza, che ricalca spesso un senso di abbandono, come quello che sua madre aveva vissuto quando era bambina, poiché aveva avvertito il rifiuto dei genitori di suo padre. La paura dell’abbandono era rimasta latente in lei, ma compariva in determinati momenti: nonostante avesse avuto due figli da due uomini diversi,aveva provato una profonda solitudine e non si era sentita appoggiata da loro. Lei faceva di tutto per i figli, si era anche sacrificata, perché era convinta che quello fosse il suo compito. Aveva compreso, nel corso del tempo, che “le donne capiscono troppo tardi di avere il diritto di riposare e prendersi cura di sé”, e che devono stare molto attente per riuscire a diventare persone forti e libere. Sua madre soffriva di ansia ossessiva e lei, da piccola, piangeva spesso. Man mano che diventava grande, ciò che le sembrava un’inebriante libertà non era altro che un’evidente solitudine, viveva troppo intensamente, come per recuperare qualcosa.

L’autrice, giornalista impegnata dai anni sui teatri di guerra nel mondo, va nei campi dei prigionieri a Gerusalemme  e comincia a cercare notizie sui prigionieri liberati negli scambi di prigionieri tra Israele e Palestina, perché si rende conto che si tratta di “un popolo intero e un paese in prigione”.

Si era sempre sentita, in qualche modo, “esule”, anche se aveva condiviso, con grande sensibilità, le parole delle donne che aveva intervistato, donne che avevano sofferto e che sono sempre più sole, perché più esposte.

Molto significativa e intensa è l’affermazione dell’autrice: ”la solitudine non è solo una prigione, ma anche un rifugio: un posto dove fermarsi in ascolto del battito del mondo”. Fondamentale è stato per lei, avvicinarsi al mondo dei volontari nelle missioni, in cui non si pensa ad altro che vivere del momento presente e del proprio impegno: nella Scuola Santa Clelia di Kitanga in Africa, che accoglie bambini poveri provenienti anche da posti molto lontani, fin da quando sono piccolissimi e che non vedono i loro genitori per mesi, mentre alcuni non li hanno proprio viene colpita dall’atteggiamento di alcuni bambini che le chiedevano: “Resti qui anche domani? Mi abbracci?”. Si rende conto, con profonda amarezza, che quelle parole esprimono una solitudine che alla loro età lei non sentiva assolutamente e ciò la fa riflettere sull’importanza delle mancanze e del dolore.