A cura di Raffaella RossiQuando leggo le poesie di Emanuela, leggo poesia nel vero senso della parola: la poesia deve essere rivelatrice, ma non degli eventi che accadono (per questi ci sono i diari), la poesia è comprensione di come si reagisce alla storia, alla vita, alle situazioni. Ciò che accade quando si scrive è inspiegabile: in un verso c’è lo sguardo del poeta e per quanto il lettore possa interrogarsi, in esso cercherà sempre la sua esperienza; nella poesia -oltre alla trascendenza- c’è qualcosa di vero, di reale, il quale viene fuori in modo così lucido e dettagliato che, se avessimo voluto dirlo con un linguaggio privo di metafore, simboli e immagini, non saremmo stati capaci. Perciò mi piace la connessione tra poesia e psicologia, la poesia è nata molto prima, ma in entrambi i casi è il linguaggio che fa venire fuori gli stati emotivi attraverso i ritmi, le pause, i silenzi e anche con reazioni corporee.
La Janara è una specie di poetessa, mi soffermerei su questo aspetto: un poeta sfiora la follia perché deve immaginare, relazionarsi con quel mondo interiore di cui parlavo prima, non è cosa facile, come facile non sarà stata la vita delle Janare che nel libro di Emanuela sono innanzitutto delle donne, non soltanto preparatrici di pozioni magiche o assidue frequentatrici di riti e boschi, l’autrice scrive: “(…) Ogni Janara ha un vissuto che merita di essere ascoltato, riscoperto, svelato.” L’ascolto diventa fondamentale per la stesura dei versi.
La Janara ha un vissuto, una memoria, vive le sue angosce, la sua tristezza, il dolore e le gioie. L’autrice credo che abbia usato questa figura, non per accentuare la pericolosità propria della strega (sappiamo che le Janare sono un intreccio di tradizioni popolari, superstizioni locali e mitologia antica), nel libro si parla di poesie e di racconti che senza la connessione con l’Io più profondo non sarebbero venute fuori; l’intenzione, a mio avviso, è stata di portare il lettore in un mondo “diverso”, o per lo più sconosciuto. La poesia spaventa a volte, proprio perché si deve scendere a compromessi con l’irrazionale che c’è in noi, fare poesia è follia, ma la follia della poesia non a che fare con depressioni o robe simili, la poesia è una sfida per afferrare ciò che in noi persiste e grida per venir fuori, quella voce interiore che anche le Janare sentivano. Loro liberavano la voce interna con le parole magiche e i riti, la poetessa lo fa con i versi. Il poeta non è un eroe, forse è un po' profeta -come la Janara non era una strega, ma una donna emancipata a cui stava stretta la società, lei considerata diversa perché non faceva parte dello standard comune e, studiando i cicli della natura, aveva imparato a conoscere e a guarire. Questa storia poetica narrata da Emanuela si sviluppa intorno a Michele, un ragazzino che durante la sua pedalata tra le strade di campagna, trova un libro antico, un diario in cui sono raccolte, appunto, le memorie di una Janara. Michele corre da sua sorella Ginevra per leggere insieme il libro e da quest’avventura verranno fuori testi e poesie che l’autrice scrive, secondo me, per dire che bisogna spingersi un po' oltre il proprio naso, dove la maggior parte degli esseri umani non vuole andare, perché fermarsi all’apparenza è la cosa più semplice che si possa fare, andare oltre, anche nei terreni impervi, fa paura. Perciò bisogna essere padroni della propria vita e consapevoli di se stessi, solo così l’esperienza della nostra esistenza può avere un aspetto determinante e credibile. Avere consapevolezza della propria vita serve a superare qualunque disarmonia e crescere in qualsiasi terreno possibile, anche in terra bruciata. Credo che questo libro sia una delle dediche più belle che l’autrice abbia potuto fare ai propri figli. Ho notato subito la foglia di betulla in copertina: l’albero di betulla ha un’eleganza innata, è bello, slanciato, ma per diventare tale sopporta ogni cosa e cresce dove altri alberi non osano svilupparsi: nella vita nulla accade per nuocere, ma dal dolore si possono ricavare esperienze anche positive. C’è un passaggio in un testo del libro, in cui l’autrice scrive: “Michele, le persone hanno sempre avuto paura di ciò che non capiscono, ma noi adesso abbiamo un’opportunità unica…possiamo scoprire le Janare non nel modo in cui la gente le immaginava (…)”.
Emanuela ci fa capire attraverso l’allegoria della Janara che il diverso può spaventare, ma con le sue poesie ci porta dentro questo mondo magico, quello di una donna libera, accusata ingiustamente per essere stata se stessa e si sa che le donne forti hanno sempre fatto paura. Questa non è una storia che si perde o si chiude tra le pagine, donne come le Janare credo, esistono tutt’oggi, non faranno magie ma sicuramente il loro intuito e la loro conoscenza del mondo illuminano l’essenza della vita, senza seguire canoni o percorsi logici-scientifici.
Alcune poesie tratte da Memorie di una Janara
E tu, che mi respiri nel cuore
allunga questo presente al domani
ricama ancora filigrane di brina
albe a schiudersi negli occhi
accendi costellazioni sul mio cammino
parlami con la voce fondente della notte
ma vegliami sempre dal sonno
col richiamo della rondine
che torna al suo nido
~~~
Piangere
non è arrendersi
è lasciar uscire
per la via delle lacrime
operose formiche
Le vedi muoversi in fila indiana
per liberare il cuore
portando addosso
tre volte il peso
del dolore
~~~
È una questione d'incastri
certe anime si ritrovano
nel punto esatto in cui la mancanza
ha lasciato un vuoto
Il resto della gente non capirà mai
perché a distanza di anni
ancora versiamo lacrime
su rami secchi
orfani di fiorescenze
Devoti alla nostra elegia d'utopia
la respiriamo a vicenda
in una staffetta di tristezze