domenica 1 marzo 2026

Leggere "Memorie di una Janara" e ritrovare mia nonna...


A cura di Alba Cianci

Ci sono libri che si leggono e libri che aprono una soglia: "Memorie di una Janara" - di Emanuela Sica - appartiene alla seconda specie. Non è soltanto un romanzo: è un attraversamento...e forse, per me, lo è ancora di più.

La figura della Janara, così come emerge dal libro, non è un semplice personaggio folkloristico. È un archetipo. È la donna che vive sul confine: tra natura e cultura, tra corpo e spirito, tra cura e sospetto. È la donna che conosce le erbe, che parla con il vento. A me l’idea della Janara piace profondamente. Non per l’aspetto magico in sé, ma per ciò che rappresenta: la potenza e la forza delle donne quando non chiedono permesso di esistere. La libertà femminile che non è proclamata, ma incarnata.

Leggendo il libro, però, non ho potuto fare a meno di pensare a mia nonna.

Non era una Janara, non apparteneva alla leggenda, non evocava misteri. Eppure, in lei riconosco qualcosa che dialoga con quella figura archetipica.

I ricordi che ho di mia nonna non sono fotografie nitide: sono immagini sovrapposte, racconti ascoltati da lei e da mia madre, parole ripetute tante volte da diventare memoria. La ricordo quasi sempre vestita di nero, i capelli grigi raccolti con ordine, il volto serio ma non severo. Abitava nella mia stessa strada ma verso la parte finale: come se  la sua casa fosse un approdo, un punto fermo.

Molto di ciò che so di lei mi è stato raccontato. Madre di quattro femmine e di un maschio, rimaneva sola a reggere la casa quando suo marito Antonio, che non aveva la tessera annonaria, veniva mandato lontano, in Libia, poi nelle miniere della Sardegna.

Ricamava lei e  ricamavano le sue figlie. La sera, attorno al tavolo, sferruzzavano i ferri e correvano gli aghi. Lenzuola da corredo, coperte ricamate, maglie intrecciate con pazienza. Ma non era un passatempo, quando un lavoro era pronto, lei lo piegava con cura e partiva all’alba verso Melfi, a piedi, anche con la neve. Consapevole che poteva essere fermata, scambiata per contrabbandiera, sebbene non lo fosse. Portava solo il frutto del proprio lavoro, per tornare poi a casa con un po’ di grano o d’olio.

Quello che invece ho visto con i miei occhi è la fila davanti alla sua porta. Non era una janara, non apparteneva al mito, né al racconto folklorico. Non evocava misteri né cercava potere, eppure, era una curatrice.

Le persone andavano da lei per una caviglia slogata, per un braccio che non si alzava più, per dolori che oggi chiameremmo ortopedici. Lei “aggiustava le ossa”. Con l’albume d’uovo faceva rudimentali ingessature, preparava decotti di malva e camomilla, fasciava con mani ferme. Ma non si limitava al corpo: ascoltava e in quell’ascolto c’era già metà della guarigione.

Aveva un dono che oggi qualcuno definirebbe pranoterapia, ma che allora era semplicemente una qualità naturale: il calore delle mani, la sicurezza del tocco, la calma che trasmetteva. I bambini più irrequieti, presi in braccio da lei, si quietavano come per incanto. Non c’era teatralità, non c’era superstizione ostentata, c’era solo la naturalezza del sentire e trasmettere attraverso le mani. E poi c’era “l’occhio”, recitava una nenia sottovoce, parole che non ha mai voluto insegnare, perché — diceva — si tramandavano solo nella notte di Natale. Finché fu lucida le sussurrava piano, quasi a proteggere quel sapere. Negli ultimi anni, quando la memoria si è fatta più fragile, a volte le sfuggivano ad alta voce.

Non era una janara nel senso letterario del termine, non cercava di essere altro da sé,  era una donna che curava anche se non ho mai scoperto quando e come abbia iniziato.

Curava: con ago e filo, trasformando il ricamo in pane, con le mani, rimettendo in asse ossa e paure, con le parole, sciogliendo l’ombra del malocchio.

Alcune donne non hanno bisogno di leggenda per essere straordinarie, non era una janara, era qualcosa di più semplice e, per questo, più potente: una madre, una lavoratrice, una donna del primo Novecento che ha attraversato le guerre senza mai perdere la dignità e soprattutto, era una curatrice.