lunedì 16 marzo 2026

Memorie di una Janara: viaggio nelle genealogie femminili, tra natura e archetipo.

 


A cura di Daniela Di Grillo

Emanuela Sica è avvocato cassazionista ma anche scrittrice, poetessa, giornalista pubblicista e attivista nell’ambito della violenza di genere. Inizia a scrivere fin dall’adolescenza, coniugando prosa e poesia nello stesso tempo, il linguaggio narrativo per raccontare, quello poetico per delineare i paesaggi intimi, interiori, esplorare emozioni e pensieri. L’ultima sua opera è “Memorie di una Janara”, Delta Edizioni.

La Janara non è un romanzo, anzi, definirlo tale sarebbe riduttivo perché è un testo di denuncia che non lascia indifferenti. Spolvera quella polvere di indifferenza, di verità scomode e mai esplorate che hanno coperto e plasmato la storia degli uomini ed influenzano tutt’ora il nostro presente.

E’ un’opera poliedrica perché inizia come una narrazione per poi cambiare forma e diventare poesia, non linguaggio poetico ma vera e propria poesia. Allo stesso tempo sottende un grande lavoro di ricerca storiografica, lessicale e linguistica. Ed ecco comparire il dialetto per dare autenticità alla voce della Janara e congiungerla alle radici della propria terra. Questo meticoloso lavoro di ricerca non fa acquisire all’opera la pesantezza di un saggio ma le conserva la leggerezza della narrazione. Prosa e poesia si intrecciano mirabilmente, la prosa per narrare una storia che si dipana attraverso tre secoli e che fonde e confonde presente e passato, la poesia per esplorare, attraverso la dimensione intima, quella dell’inconscio, che è soggettivo ma che si fa oggettivo. Crea un ponte tra passato e presente, tra mito e realtà, tra narrazione e radicamento culturale e tra generazioni. Ma è anche un varco che permette un’immersione in una cultura antica, domando paure e ridando voce ad una figura potente, perché simbolica e allo stesso tempo allegorica. Allo stesso tempo è un viaggio ancestrale che, attraverso la storia di una, dà voce a tutte quelle donne che sono state vittime di una violenza di genere, di un contesto patriarcale e clericale, basato su ignoranza e pregiudizi e su una ideologia di potere. Un’opera complessa che parla di genealogie femminili e ispira sorellanze.

Si articola su due piani temporali, quello presente, nel quale inizia la narrazione, e quello passato, nel quale si dipana la storia della Janara, fatta in prima persona, il piano della quotidianità, della realtà e quello del mistero.

La dualità emerge in altre parti dell’opera quale la duplice visione di Michele e Ginevra.

Questa duplice visione, del mondo e della vita, viene sfiorata con tocco lieve come volo di farfalla dall’autrice. Michele e Ginevra sono i primi due protagonisti della narrazione.

E non sono affatto protagonisti secondari perché aprono le porte alla storia e al mito attraverso la scoperta di un antico manufatto. La visione di Michele è più ancorata a tradizioni religiose familiari, quella di Ginevra più legata alle forze primordiali della natura che governano gli equilibri e l’armonia del mondo, una spiritualità laica. Michele viene descritto nel suo esplorare luoghi sconosciuti ed abbandonati, facendo viaggiare la fantasia su chi li avesse abitati. Ginevra, invece, è più riflessiva ma allo stesso tempo anche spirituale di quella spiritualità ancestrale e primitiva vicina alla natura e di essa rispettosa. Due visioni non contrapposte ma complementari.

Altra dualità la troviamo nel fatto che se da un lato si presenta chiaramente come un’opera di denuncia nei confronti della violenza di genere, perpetrata per secoli ai danni delle donne, dall’altro è un omaggio alle donne custodi di saperi e segreti, frutto dell’attenta osservazione della natura, della perfetta sintonia ed armonia con essa e del legame indissolubile tra natura e umano, sacro e profano, in un continuo dialogo tra cielo e terra, eros e thanatos, sacro e profano.

Vari sono, quindi, i registri di scrittura ma anche i registri di lettura del testo.

Altro personaggio, non meno importante della storia, è la Natura che stimola quasi tutti i sensi: la vista con la descrizione di paesaggi terragni di radici, sottobosco e anfratti, boschi magici, l’udito attraverso lo scroccare delle foglie cadute o il fruscio dei rami al suono del vento che li muove in una danza, l’odorato attraverso l’umidore degli anfratti, l’odore di muschi ed erbe ed il gusto attraverso il sapore di antiche ricette, infusi e pozioni. Ecco allora comparire un Grimorio, zibaldone magico contenente rituali, pozioni, incantesimi, istruzioni per creare talismani. La Natura non è, quindi, solo uno scenario ma è personaggio vivo e palpitante, partecipe e dialogante.

La narrazione si arricchisce anche di racconti antichi in dialetto irpino, storie di donne vittime di una cultura patriarcale e dell’ignoranza. Ma chi è la Janara?  Una strega? Forse solo una donna, custode di segreti, tessitrice di destini, ponte tra visibile e invisibile, creatura di margini ma in realtà detentrice e padrona del legame indissolubile tra natura ed umano, sacro e profano, legata al Femminino Sacro e all’Archetipo.

Quella delle streghe, condizione che ci sembra molto lontana, vittime di un sistema patriarcale e clericale, basato su una cultura di potere, ignoranza e preconcetti, in realtà è una condizione molto attuale e non solo, partecipa al patrimonio mnemonico del genere umano ed è impressa nel suo DNA.

Far riemergere il passato sia quello storico collettivo sia quello individuale porta ad un processo di rielaborazione fondamentale per la crescita dell’umanità attraverso un processo di consapevolezza.

Bisogna, quindi, avere un cuore aperto e una mente libera per poter ascoltare questa voce che risorge dal passato

Per concludere è un libro che non consegna al lettore un finale...

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