SE MAI UCCIDERANNO UN SOLO LUPO...

Io la vedo e Lei non ha modo di nascondersi, è ovunque.  
Lascia che il mondo le cammini addosso. Senza dire una parola. 
Senza fiatare. Accoglie ogni cosa, la fa sua, marchiandola con il fuoco del suo nucleo vitale. 
Ed anche quando una fame vorace l'assale, fertilizzante per la sua linfa, si prende giusto il tempo di morire per poi rinnovarsi nuovamente. 
Non serve girare lo sguardo nel vuoto, basta fermarsi in un campo incolto. Raccogliere una zolla, sfregala nella mano. Ha consistenza e colore, quasi una fragranza familiare.  Solco che incolla la vita ad una vita, ci sporchiamo di lei, di quello che è. Ancestrale è la sua origine. In essa ogni cosa si fonde. Se mi fermo ad ascoltare, posso sentire la sua voce. Dalle profonde depressioni delle vallate, si inerpica lungo i crinali e l'esplosione del mattino la moltiplica. 
Infinite schegge si conficcano nelle cellule di ogni essere vivente e prende dimora dentro di noi, senza fare differenza.
Afflato e lignaggio di tutto quello che sarà, si fonde nel tempo, il nostro tempo. Tempo che la rende uguale e diversa ogni giorno. Tempo che scorre, impaziente, per vedere le orme dei miei passi che si fermano a riposare. E quando sarò lì, sentirò il caldo ventre della nascita. 
Ha braccia solide e profonde per accogliermi al sicuro dagli spettri della notte. Morire per lei non sarà mai una fine ma la riscoperta di quello che eravamo in principio. 
Lei è la terra, quello che eravamo prima di prendere forma e respirare.  
Lei è la madre e la matrigna, il principio e la fine di ogni cosa. 
Ed io, in questa terra, mi sento un figlio ed un padrone. 
Dallo strappo ombelicale al primo vagito, la mia carne prende forma, la voce segue il passo degli ululati... che prendono la salita di un respiro. 
Respiro prima asfittico e poi così grande da contenere tutta una vita: la mia. 
Mi ritrovo come nel cono di una bottiglia, la terra mi chiama. 
Vuole essere abitata, vissuta, amata, protetta, anche con i denti. 
Denti affilati, taglienti, magari sporchi di sangue. Sangue di fame e miseria. Sangue di lavoro e abbandono. Sangue di silenzio e umiliazioni. Sangue di illusioni e negazioni. Sangue necessario per la sopravvivenza.
Da dove esco entro: dal grembo di mia madre alle verdi terre di questo immenso paesaggio dipinto dalla storia.  
Il destino ha segnato questa carne nella terra dei lupi, scenari e dimensioni che tracciano un silenzio quasi assurdo. 
Appartengo a questo luogo, spazio condiviso con l'anima inquieta. 
Sintesi di giorni neri e bianchi. Senza, potrei diventare evanescente, sparire. 
La genesi è questa, un lupo che scende dai boschi, che vaga libero negli spazi disabitati dalla speranza e stretti nel dolore di un terremoto mai dimenticato. 
Un cesello di rabbia nella quiete di luoghi però meravigliosi. 
Potrei cibarmi solo di ricordi, rimarrei un cucciolo per sempre. 
Eppure non si può evitare il pensiero di fuggire. 
Vedo una via d’uscita, l’angolo dove incuneare il distacco. 
Se corro e non mi fermo, potrei lasciarla senza rimpianti, romperei il vetro, anelerei la fusione in altre vite. Non ho il coraggio di scappare. Ho la forza di restare. Voglio rimanere, gli spiriti chiedono vite da osservare, fiammelle per rischiarare le notti del passato. 
Non c’è nessuno che voglia essere veramente dimenticato. 
In questa immensa Irpinia voglio vivere il presente, attendere il futuro. 
Resto, inconsapevolmente vivo, nella terra dei miei natali.
Senza il bisogno di sapere perché, senza attendere la salvezza. 
Perché sono nell'anima un Lupo ed il mio spirito è vincolato a lei: la terra che mi ha generato.
Eppure...se mai uccideranno un solo LUPO, un solo abitante legittimo di questa terra, allora uccideranno anche ME...uccideranno ognuno di NOI.

ANATOMIA DI ANIME

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RECENSIONI


Ilde Rampino

Ilde Rampino
Critica Letteraria e Scrittrice
E’ un percorso esistenziale attraverso il dolore quello che scorre nelle pagine del libro “Anatomia di anime” di Emanuela Sica, Albatros edizioni. La scrittrice con estrema ...sensibilità e empatia con il Dolore del mondo narra la storia di queste “anime senza sosta” e appende alla cetra della sua vita i ricordi, che, purgati dal dolore, ritornano nei protagonisti la cui anima l’autrice percorre con un tocco delicato, ma che si riannoda alle radici dell’essere. Riesce a creare intorno al lettore una rete invisibile di emozioni palpabili che prendono in mano il ricordo, che accompagna il lettore nei percorsi imperscrutabili del male che si annida nei recessi più nascosti delle vicende umane. Si ha la sensazione di una ribellione triste di un’anima che spoglia della sua dignità, schiava moderna della cattiveria umana, affida la sua tristezza al “digiuno di parole”, alla sua paura di stare su un dirupo e vedere la tua vita presa per le ali, ma poi l’istinto di sopravvivenza salva dalla disperazione, nonostante un senso di odio che serpeggia attraverso tutte le sue pagine. Emanuela Sica ha la grande capacità di giungere alla profondità della parola, coglierne i nessi e rivestirla di un nuovo significato. Il bisogno di amore diventa la cifra distintiva di questo romanzo, bisogno che viene illuso e poi frantumato nel corso delle vicende che portano via qualcuno e acuiscono il senso profondo della solitudine, i “pensieri che avevano creato il vortice attorno ai suoi passi”. Il linguaggio si riveste di poesia che va diretta all’anima, che scava e ricostruisce gli eventi anche quelli più terribili, come le confessioni disperate di una bambina o gli ultimi momenti di un condannato a morte. La scrittrice descrive attraverso il male “un’anima in fuga”, la sua consapevolezza di essere viva, quello strappo acuto che separa una parte di sé, descrivendo particolari che fanno rivivere la scena e rendono il lettore testimone partecipe di un dolore infinito. Ancora più strazianti si rivelano i monologhi, in cui il dolore e la disperazione si effonde attraverso parole rotte, nella ricostruzione fedele dell’accaduto: la scrittrice ci trasporta attraverso una estrema e incredibile empatia con i personaggi, a trasmetterci il dolore di una madre per il figlio morto a San Giuliano o di una donna per il marito morto a Nassiria – tema di estrema attualità – o la condivisione per la sofferenza atroce di un sopravvissuto ai campi di concentramento “campo di fiori senza odore”, ma riesce anche a immedesimarsi nella tragedia che vive chi compie azioni malvagie, come il marito che uccide la moglie e poi si suicida. C’è anche un delicato senso di speranza, espresso nel monologo della madre che riscopre l’improvvisa guarigione della figlioletta malata, o la nostalgia dell’emigrante che ripensa al suo paese lontano. “Anatomia di anime” è quindi un libro in cui vengono toccate tutte le corde del dolore che viene riscattato attraverso parole di pura poesia.

Martina Galvani

Martina Galvani
Critica Letteraria Editor
Atmosfere rarefatte e suggestioni oniriche permeano questa raccolta di racconti firmata da Emanuela Sica, la cui anima inquieta esplica differenti contesti a fare da scenario alle possibili epifanie del dolore. Il linguaggio colto, preciso e raffinato accompagna il lettore fino al punto in cui l’abisso si schiude, e rimanere in sospeso sull’orlo non è esercizio di stile, ma stato d’animo per questa autrice irpina che ha scelto la sofferenza, o da questa si è fatta scegliere, come argomento da narrare. Sprofondando nel mare buio della disperazione la Sica è talentuosa, e tanta abilità nello scrivere può risultare, talvolta, fuorviante nei confronti del contenuto. Paradossalmente, la bravura rischia di sembrare fine a se stessa, ma è sufficiente affrancarsi da tale schema interpretativo per lasciarsi cogliere e trascinare da questa “sceneggiatrice di sentimenti”. Si tratta di un’indagine emozionale travagliata, un viaggio al termine del quale le questioni permangono irrisolte, poiché il tormento non conosce pace, nell’affievolirsi ingannevole del proprio imperituro livore, né da qualche parte conduce, essendo privo di ogni finalità.

E’ scrittrice sensibile, introspettiva, attenta, la Sica, con il magma che sceglie come materia prima da plasmare, e traduce in parole lievi e sospese al limite del territorio poetico i pesanti scrigni semantici del sentire più cupo. Da notare, le incisive e inquietanti illustrazioni in bianco e nero a scandire il testo, anch’esse opera della scrittrice, che per sua stessa ammissione, concatenando litoti, celebra il dolore e la morte per tributare un atto di supremo omaggio all’umana esistenza, le cui zone oscure sembrano ombre in agguato, pronte a ghermire. Feroci e prive di senso

Armando Saveriano

Armando Saveriano
Critico Letterario Scrittore
Anatomia di anime è una raccolta di prose, per i tipi di Albatros, presentata insolitamente dalla sua autrice, la giovane avvocata Emanuela Sica. L’insolito sta nel taglio dell’introduzione, che somiglia più a una lussureggiante confessione letteraria, a un sunto emotivo di sé (inseminato sporadicamente da un pur legittimo autocompiacimento), ad un racconto che intinge la penna e l’angolo del foglio nelle pagine di un Dickens moderno liricizzato, con lo spiffero di Bradbury, con una spolveratina del migliore Sturgeon a braccetto con il macabro di Ambrose Bierce, più qualche cauto e marginale rimando a Matheson (Un’anima velenosa). Anche perché la Sica mostra parecchia inclinazione per l’immaginario fantastico, sino al punto da riprendere l’icona della letteratura gotico-horror, il vampiro, nel monologo Ho sognato solo una vita.
Sica sfila e calza la pelle di tutti i suoi personaggi, con le loro vicende in bilico tra il plausibile (Schiava, Ogni giorno sei, Mille anni, Solo in trincea, il bellissimo Son morto) e l’incredibile (Se fosse stato un muro, Terremoto), coi soprassalti del pensiero, il peso delle colpe, l’acido dei rimorsi, la spregiudicatezza di un narcisismo esaltato, le libidines moriendi atque confitendi, l’istinto pronto a sopraffare ragione ed etica, i travestimenti dello spirito, la meraviglia di fronte ai miracoli di essere e divenire.
Qua e là balugina un pizzico di misticismo come dalle influenze di una rapida e discontinua lettura di Simone Weil; ma è nei monologhi che spicca la dosata ricerca mainstream di un’autrice che trova agio e dimensione nel racconto fulminante o acconchigliato intorno a sé, benché inconsciamente contempli il futuro misurarsi con il respiro del romanzo breve (prova ne sia il più strutturato Un giorno verrò a riprenderla).
Molte delle storie, difatti, da L’angelo che aveva nel grembo a Fammi entrare, pare chiedano alla scrittrice una dilatazione nell’ottica del narrato, e bussano all’uscio del lettore inducendolo a desiderare quel voler sapere di più, che probabilmente il giudizio della Sica reputa superfluo o nocivo all’economia del testo.
Nella seconda sezione del libro, quella che cerca collocamento nel teatro da camera, nel teatro della parola, Emanuela Sica si lascia davvero andare, toglie i fermagli alle pulsioni, scardina le resistenze del pudore, elabora lo schizofrenico L’eternità, uno degli scandagli analitici più riusciti di questa antologia personale, arricchita dai ritratti in china eseguiti dalla stessa eclettica scrittrice.

Armando Saveriano
Attore -Professore di Dizione - Critico - Poeta

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L'AMORE CAPOVOLTO - Video trailer