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UN PRESEPE DIVERSO



Era strano ma c’era. L’aria cercava di farne incetta, di accaparrarsene quanto più possibile. Aveva bisogno di stasi, di un barlume di quiete e, da quell'inaspettato regalo, molti iniziarono a respirare senza affanno. Come era giusto, come doveva essere. Fu così che il silenzio, in una giornata come tante, eppure diversa, entrò da padrone tra le strade, tra le case, tra la gente. Entrò appresso ad un signore che, in quella giornata di sole cocente, con addosso una tunica di lana grezza, scura e pesante, iniziò a camminare, con passo elegante e spedito, per le vie semi deserte della città. E mentre camminava ogni cosa mutava. Quell'assenza di rumore ricopriva ogni cosa. Doveva essere sicuramente uno straniero. Chi altri avrebbe mai avuto il coraggio di uscire di casa a quell'ora del giorno? Quella tunica ricopriva buona parte del suo corpo, compreso il volto, ma si potevano scorgere, di tanto in tanto, piccoli tratti somatici di un viso incredibilmente severo con una smorfia simile ad un sorriso. Inutile dire che non c’era nulla da ridere, eppure la contrazione dei muscoli del volto era chiara (se si poteva parlare di muscoli). Quando sembrò che ogni elemento esterno fosse stato soggiogato dal suo pallore, i suoi tratti somatici erano incredibilmente bianchi, apparentemente ovattati, ecco arrivare, fulmineo, il fendente della paura. Una folata di vento scoprì quello che prima era celato ai più. E fu come colpo ben assestato nei fianchi. Preciso. Che fa male, che provoca dolore, che lo provoca con una ripetizione incredibile e costante. Nel silenzio, in quel silenzio, non aveva asilo la serenità. Non era una calma, quella che si materializzava tutto intorno, era di più. Era il preludio a qualcosa di grande, di sconvolgente mentre la paura teneva banco e colava. Colava come olio grasso ed untuoso, come resina che incolla, ricopre e corrompe le cose, le persone, le sensazioni, gli stati d’animo. Quello straniero andava diritto e spedito verso l’ospedale. Salendo il piano che mancava. Aprendo l’unica porta che lo divideva dai bambini. E tra i tanti innocenti distesi nei loro lettini di fortuna, posò lo sguardo sulla più malata. Quanti anni poteva avere? Poco meno di sei anni. Un tempo decisamente inutile per dire di aver vissuto quanto utile per capire quello che stava vivendo. E quello che stava vivendo ora. C’erano i suoi occhi, grandi, neri e fissi sulla finestra che aveva di fronte. Lo sguardo era attento, acuto. Capiva, annuiva, chiedeva conforto alla madre che le stava di fianco, che le teneva la mano incerottata. In quello sguardo c’erano i suoi anni. Quelle corse che erano state bruscamente interrotte. La bambola che aveva lasciato durante la fuga. Fuori da quella finestra c’era l’inferno eppure era la sua vita. C’era la sua casa, un buco dove districarsi per trovare un angolo di pace per non sentire le urla, per non sentire gli spari, le bombe, il caos. C’erano i suoi fratelli, suo padre, i suoi nonni. Affetti che modificavano quella città, che la trasformavano in un piccolo presepe. Eppure quando anche lei vide quell'uomo, quando nei suoi occhi si materializzò la forma del suo futuro, un sibilo sottile ruppe il silenzio. Meno intenso di un fischio, come quando il padre richiamava le capre al pascolo, forse un po’ più lungo nella durata. Fu questione di un attimo e quell'uomo aprì le braccia senza dire una parola. Dalle pieghe della tunica fuoriuscirono milioni di ragnatele e di ragni neri e non ci fu tempo di chiedere aiuto. Lei e i suoi compagni scomparirono per sempre sotto la bomba che “per errore” centrò l’Ospedale di Aleppo, mentre il mondo cambiava canale per festeggiare il Natale. Eppure, il presepe di Aleppo è un presepe diverso. Ma è diverso non perché non ci sono pastori, non ci sono mestieri, non ci sono i Re Magi, non ci sono culle di paglia, stelle comete e serenità nei cuori. E’ diverso perché se a Betlemme si celebra la vita ad Aleppo la morte celebra la sua potenza prendendosi, quotidianamente, la vita di tanti innocenti. 

#EmanuelaSicaCopyright 

Una crisalide


Nelle pieghe del desiderio, vagabondavano assuefatti. 
Nel trepido intreccio delle loro menti, legate da lacci invisibili, si muovevano senza mutare la direzione, in un’attrattiva senza confini, senza limiti. E la passione che, elettrica, correva su quei fili, non faceva altro che generare pensieri. Idee di appartenersi, anche solo con una carezza o un fugace contatto. Contatto che avrebbe generato brividi simultanei, avvertiti con la stessa potenza, senza alcuna limitazione di sorta. Conoscere l’uomo e la donna della propria vita, l’altra metà della mela, era, per loro, una ricerca incosciente, eppure presente, viva e senza sosta. Uomo e donna che, nei rispettivi sogni, si ricoprivano d’argilla per prendere le sembianze di quello che era il più nascosto dei loro desideri. 
Svelando la scenografia limbica di quello che aspiravano di essere. 
Di quella consistenza che avrebbe dovuto avere la loro vita al sorgere del sole e non soltanto la notte, momento in cui, nelle articolate immagini dei pensieri sognanti, si mostravano fieri, forti di sapersi fin dentro le ossa, di conoscersi, di accettarsi senza alcuna remora, senza alcuna finzione. 
Eppure l’interruttore dei sogni era sempre lo stesso e faceva clic, con puntualità, al risveglio. Risveglio che li catapultava, quasi con violenza, in altre vite. Li posizionava, come in due opposte scacchiere, in altre direzioni. 
Così a loro non rimaneva altro che un tiepido ricordo pronto a riscaldarsi di nuovo e diventare incendio, all’arrivo della luna o di piccole e frammentate stelle. 
Ma il destino giocava un’altra partita. Partita parallela a quella che giocavano loro. Una parallela pronta a mutare, in un solo momento, tutte le regole della geometria solida. Pronta ad intersecarsi in una retta e da quella prendere le sembianze di un nodo. 
Nodo sottomesso alla forma del loro sguardo, nel giorno in cui si videro, per la prima volta. Fu allora che avvenne la metamorfosi della crisalide. 
Una metamorfosi di lava e terremoto che alterò ogni singola cellula dei loro corpi. Corpi che, in una sinuosa danza dei sensi, si fusero per costruire una dimensione parallela, carica di attimi, momenti. Gocce di elemosinato tempo ma vissuto in maniera così intensa da diventare una storia: la storia. 
Da allora, in quella storia, ogni giorno, si incarnava la meraviglia di volersi, di appartenersi, di essere di due una persona sola. Prendendo consapevolezza di essersi veramente appartenuti in un’altra vita. Vita che diventava un miraggio quando ognuno ritornava, a malincuore, nei propri angoli d’infelice mondo. Eppure, quando bevevano dal calice del loro amore, avveniva, straordinario ed intenso, il connubio delle anime e miriadi di lucciole si incendiavano negli occhi. 
In quella tormenta d’istinto e desiderio si prendevano e si incastravano, prima nei gangli della mente, poi nello sguardo fino ad abbandonarsi, con estrema voluttà, nelle voglie più nascoste nell’iride. 
Iride che parlava, sottovoce, il loro linguaggio segreto anche se le loro bocche rimanevano serrate ed ammutolite, in un bacio profondo e prolungato. Eppure, quando l’odio antico dei rispettivi avi decise che era giunto il tempo di mettere fine a quel sogno, avvenne una trasformazione: al rovescio. La farfalla ritornò crisalide, le ali si arrotolarono nel guscio appiccicoso, rimanendo intrappolata in uno spazio diventato oramai sempre più stretto, quasi asfissiante. La genesi di una tragedia. 
Così pian piano iniziò a farsi strada la consapevolezza. La consapevolezza, una volta divisi, di non essere mai più se stessi. Di non trovare l’altra metà della mela in altri volti. Di non legarsi indissolubilmente in altri abbracci. Di non riprendere la forma di quello che erano un tempo in altri corpi. Una lotta finita, ancora prima di iniziare, contro “l’impossibile”. Perché era solo in quell’amore che ognuno ritrovava la “possibilità” di vivere ancora. Fu così che morì la speranza. E con la speranza vennero assassinati i corpi, per loro stessa mano. Corpi legati tristemente al casato di quei nomi: Montecchi e Capuleti.    

L'ora del risveglio...

“Pandiculazione” è il termine utilizzato per definire l'insieme delle contrazioni muscolari che di solito accompagnano lo sbadiglio e che portano, ognuno di noi, a sgranchirsi. Può essere preliminare al sonno oppure al risveglio. Quello notturno, antecedente al dormire, ha una natura deflattiva per il nostro organismo tale da incidere sui ritmi circadiani (circa-diem significa, appunto, "intorno al giorno"). Un esempio di ritmo circadiano è dato dal ritmo veglia-sonno. 
Il nostro orologio biologico ci dice quando è ora di riposare. 
Il riflesso dello sbadiglio apre una profonda inspirazione, seguita da un’espirazione. Si cerca, quindi, il luogo dove riposare, ci si libera dai vestiti, la testa si poggia sul cuscino, le palpebre si chiudono come saracinesche, le ciglia si intrecciano per non far passare neanche un minimo bagliore. Il sonno arriva accompagnato dal respiro, prima più veloce, poi quasi impercettibile ma presente. 
In questo stato allentiamo il freno della ragione. Distacchiamo temporaneamente e reversibilmente la mente dal corpo, nel senso che possiamo svegliarci in ogni momento. Ogni cosa si rilassa. 
La mente si demotiva dei pensieri. La pelle si ossigena di calma. 
Si attiva una periodica sospensione dello stato di coscienza durante la quale ognuno di noi recupera energia. Quando ogni cosa rallenta, dalle funzioni neurovegetative ai rapporti senso-motori con l’ambiente circostante, ecco che il ristoro per la giornata appena trascorsa ha inizio. E sembra una beffa del destino che la natura abbia scelto di svegliarsi proprio quando l’uomo è nel bel mezzo del sonno. Preannunciato da uno sbadiglio, l’appennino si stiracchia per tramutare il suo riposo in veglia. 
Così, prima di ogni cosa, prima delle urla, prima del terrore, prima delle fughe senza una direzione precisa, prima delle luci che si spengono all'improvviso, prima delle pietre che si sgretolano come pane secco, prima del pianto dei superstiti, prima delle bocche asfissiate dalla polvere, prima delle macerie che opprimono e schiacciano vite sparse, prima dell’inizio della fine, la terra decide di risvegliarsi con un muscoloso e possente boato. Sprigiona dal suo ventre un lungo, cadenzato, richiamo di guerra. 
La natura, un condottiero severo, vestito da una corazza d’infinita grandezza, resuscitato dalla profondità del magma in ebollizione, richiama la sua potenza distruttiva per la battaglia. E lo fa di soprassalto, senza un cenno di annuncio. Lo fa di notte, all'improvviso, mentre nei paesi la gente si adagia nel limbo dei sogni, chiudendo gli occhi al quotidiano della vita. Le scosse, come lupi appostati dietro le siepi, in attesa di prede dormienti, iniziano ad annunciare l’aggressione. 
Colpi diretti, acuti, precisi, uno, dieci, cento, assalti intervallati da brevissimi intermezzi di accennata tregua. “Aiuto…..aiutatemi….”: sono le prime voci della sconfitta, non sporadiche ma ovunque l’eco della paura che si impossessa di gole e lingue cariche di polvere mentre lamenti divorano il silenzio assoluto, spargendo nel cielo, il panico e l’incredulità. 
Dal boato, da quello sbadiglio agghiacciante della terra che si sveglia e si apre matrigna, per inghiottire i suoi figli increduli, trascorrono centoventi secondi. Un pezzo di tempo assolutamente piccolo eppure incomprensibilmente lungo, quasi un’eternità per chi lo ha vissuto. Non c’è stato il tempo di pensare a cosa stesse accadendo. Nel vuoto calcinoso molti passarono dal sonno alla morte. Divorati senza scampo nei loro letti. 
Ancora oggi nessuno sa bene quando arriverà la fine di quell'incubo ma tutti avrebbero ricordato l’ora del risveglio della terra: le tre e trentasei…

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55 MATTONI

Mario aveva preparato ogni cosa, cavalletti, cazzuola, secchio, cemento, una tavola di legno ed un telo di plastica per non sporcare il pavimento. Con cura sistemava i mattoncini rossi in fila perfetta. Prima una base solida, poi uno sull'altro fino alla cima, per sigillare ogni cosa e fare un buon lavoro. Io lo osservavo in silenzio. 
Ad ogni mattone una parte dei miei occhi si riempivano di ricordi, come un bacino che si riempie di acqua. 
Così, quando i mattoni sono diventati cinquantacinque, c’è stata l’esondazione, la perdita della speranza di vivere solo un incubo e niente altro. L’illusione ha ceduto il passo alla realtà, alla fragilità dell’esistenza. 
Cinquantacinque mattoni, un muro che chiude un rettangolo fatto di calce e pilastri portanti. 
Cinquantacinque mattoni che non lasciavano dentro il dolore ma che lo spingevano fuori senza contegno. 
Cinquantacinque mattoni che rinchiudevano una vita finita, la vita di un uomo: di mio nonno. 
Cinquantacinque mattoni tenuti stretti dal cemento, come strette erano le mie emozioni soffocate in un vestito nero messo per l’occasione. 
Come stretta era la mia infanzia, la mia giovinezza che li dentro veniva sigillata per sempre. E mentre osservavo l’ultimo spiraglio di luce che veniva definitivamente celato, gli occhi erano fissi sull'immagine del giorno prima. 
Io che gli stringevo la mano e gli dicevo di non lasciarmi. Io che, egoista, pensavo a non soffrire la sua assenza mentre lui voleva semplicemente spogliarsi di quell'indumento di pelle terrena ricolmo di sofferenza. 
Lui che voleva abbandonare quel sudario di malattia e percorrere la strada del ritorno dal figlio che, giovanissimo, lo aveva preceduto nell'ultimo viaggio. 
Lui che si era dovuto genuflettere, senza possibilità di appello, davanti a quella morte improvvisa e contro natura. 
Lui che malediceva quegli anni in più per lui e tolti a Vito. 
No, non si può spiegare il dolore né quello che si prova quando viene a mancare un affetto. Quello che si può vedere nelle lacrime, che inondano i volti increduli, è solo una parte di quell'immenso calvario che l’anima soffre davanti ad un trapasso. 
Nessuno può spiegare cosa si provi quando, nel proprio cuore, si apre la piaga della morte. 
Ognuno vive la sofferenza in un modo che è peculiare, il dolore è soggettivo e definirlo diversamente sarebbe un sacrilegio. Se potessi spiegarvi il mio dolore forse non sarei in grado di provarlo come lo provo adesso. 
Se riuscissi a trovare le parole queste sarebbero poca cosa in confronto a quello che ci viene strappato e non ci viene più restituito. Potremmo parlare di dolore all'infinito ed ogni termine non sarebbe calzante. 
Nonno...che strano compleanno il mio, proprio nel giorno della tua tumulazione non c'è nessuna torta a ricordare la mia nascita ma ci sono soltanto cinquantacinque candeline: quei cinquantacinque mattoni che hanno chiuso nel cimitero un pezzo del mio cuore, della mia vita. 
Non ha ragione chi dice che si muore nel momento in cui ha deciso il destino. Penso che si muoia un pezzo per volta, ogni volta che viene a mancare una persona cara, ogni volta che muore un padre, una madre, un figlio, un fratello, una sorella, un nonno, una nonna. Credo che il dolore per quella perdita sia direttamente proporzionale al legame di vita intessuto e trascorso con quella persona. 
Ed io posso dire, senza timore di essere smentita, che tu, nonno, quanto più hai vissuto con me...tanto più mi mancherai.  

Lettera ad un amico...


…mentre ti scrivo non riesco a contenere questa lotta. I ricordi riaffiorano tutti e tutti insieme. 
Spingono, strattonano, si lanciano a capofitto verso l’arrivo, si prendono finanche a botte per avere la prevalenza eppure non esiste uno che primeggi. Tanti sono i momenti che si staccano dalla memoria e scendono giù, per quella strada tortuosa che porta fino al cuore. 
E nel cuore si conficcano per un istante che sembra eterno eppure immediatamente, come richiamati verso un’uscita di sicurezza, riprendono a salire. 
Risalita che finisce negli occhi, deborda nelle lacrime. 
Lacrime vere, autentiche, sincere che non appartengono soltanto ai miei occhi ma agli occhi di tutta quella gente che, almeno una volta nella sua vita, ti ha incontrato, conosciuto, o meglio ancora ha avuto l’onore di esserti amico o amica. Sin dal momento in cui nasciamo, per una strana logica del destino, la morte ci cammina incontro. Passo a passo, giorno per giorno, si avvicina sempre di più, eppure per te non ha rispettato le regole della natura, è stata scorretta, è arrivata troppo presto perché ha deciso di non camminare ma di correrti incontro. 
Caro Pacino…sei stato un esempio di bontà, di signorilità, di onestà e di amicizia leale. Anche nel dolore, nella sofferenza, non hai risparmiato pensieri e sorrisi per gli altri. Ricordo il giorno in cui sei venuto a casa, avevo appena riacquistato la vista, mi venisti incontro, mi stringesti forte, un abbraccio che mi donavi anche da bambina, e mi sussurrasti: “l’ho sempre detto a Gemma che un giorno sarebbe successo”. Ed ecco, forse è quello il ricordo che ha la supremazia sugli altri. Su quelli che sono parte della mia infanzia, della mia adolescenza. 
E lo sai…mi sento in colpa. Terribilmente in colpa, perché il Signore ha donato a me una seconda possibilità e non ha fatto lo stesso con te. Quante preghiere ho infilato sul rosario per chiedere un miracolo, quanta gente ha pregato unita nella speranza di strapparti al tuo destino. Tanta, tantissime persone, anche chi neanche ti conosceva, si sono unite alle preghiere quotidiane. Non è servito. Lo dico scoraggiata e piena di smarrimento. Mi hanno detto che, quando hai saputo che il tuo corpo non avrebbe retto la prova del tempo, hai fatto ciò che solo i saggi riescono a fare: accettare il proprio destino. Anche in questo sei stato grande. Unico. Speciale. E Guardia da oggi in poi è più povera. Lo stesso vale per Serramazzoni, la tua seconda casa. Tutti noi siamo più poveri. Perdere te ha significato perdere un amico, un padre, un marito, un paesano, un uomo come pochi se ne contano sulla faccia della terra. Nei commenti della gente, nelle parole di tanti che ti piangono esiste solo una frase che si moltiplica e si ripete all'inverosimile: era una bravissima persona. 
Ma non è una frase di circostanza, non è una di quelle consuetudini che si usano dire nei momenti luttuosi della vita, era ed è una frase concreta, sentita, vera. Una frase che non ha bisogno di orpelli, non ha bisogno di aggiunte stilistiche per essere rafforzata. Questa frase è la chiave che ti ha aperto le porte del Paradiso. 
Perché sono certa che tu sei lì e non esiste altro luogo ove tu possa essere ora. Hai pagato sulla terra ogni debito con la vita ed hai dato così tanto in più a tutto e tutti che ora sei creditore di un posto tra gli angeli accanto al tuo fraterno amico d’infanzia Vito. 
Solo così appare lieve la tua dipartita. Anche se pesa, come un macigno, la tua assenza sul volto e sulla vita di tua moglie e dei tuoi amati figli. 
Qualcuno ha detto che da “bambini siamo stati spinti nel buio, e poi siamo tornati – ridendo o tremando – nella luce…e che morire è essere spinti nel buio e non tornare più”. 
Io credo che per te la morte sia stata una spinta verso la luce, perché gli uomini buoni vanno verso la Luce di Cristo. 
Non ti dimenticheremo mai.

In memoria di Gaetano Magnotta - per tutti gli amici Pacino

NESSUNA FORMA

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Ritratta da Emanuela Sica

Visualizzazione di bcf35d32-ca3e-4a72-8405-84273804c414.jpgIl respiro veicola la vita, o quello che ne rimane, dentro e fuori di me. Poco a poco e pianissimo, come un lento quanto inesorabile stillicidio. Esce, rientra, eppure mi nutre ancora, mi dà modo di assimilare aria, ossigeno, per scartare gli ultimi pensieri, ancora chiusi nella testa, riversarli nella scrittura. Lasciarli concreti, in eredità. 

E mentre scrivo guardo le mie mani. Sono diventate così sottili, scarne, eppure sono ancora forti, vigorose. Non si lasciano soggiogare dal dolore che, oggi più che ieri, bussa al mio portone. Portone quasi completamente sventrato, oramai pronto ad aprirsi, a capitolare davanti ad un’uscita inesorabile. 
Vi sembrerà assurdo ma questo dolore è tutt'uno con il movimento della penna sul foglio. Una cosa sola con le parole che germogliano dalla scrittura. Mi sono sempre chiesta come sia possibile staccare dalla mente anche i più intimi ragionamenti e comunicarli semplicemente. Ma le parole escono dalla mia testa così perfette, assolutamente adatte a quello che voglio esprimere, che a volte ho paura di me stessa, della mia onestà intellettuale. 
Onestà che, come una crisalide, si trasforma e si evolve cibandosi solo e soltanto di se stessa. Purezza e verità senza condizioni o falsi orpelli. Quello che sono è quello che sono sempre stata, pur ingoiando sofferenze atroci per una devastazione interiore che non dipende da me anche se dalla mia carne si sviluppa. Di questa si nutre per diventare la mia stessa condanna. 
Condanna lieve... rispetto allo sconforto che si prova davanti alla consapevolezza che non sarò più in grado di combattere le battaglie che verranno. Che nel campo ci sarà un soldato in meno. È lieve anche rispetto alle cose non dette e che non dirò. Alle narrazioni che ho ancora dentro e che rimarranno aggrappate alle mie ossa. Al libro che avrei voluto terminare. È lieve rispetto al “resta” detto da chi mi ama. Da chi mi tiene per mano sognando di trattenermi ancora mentre io sento, come una verità assoluta, che il “futuro non mi appartiene”.  Sin da ragazza, quando avevo “i capelli biondi ed una testa leonina, che si facevan guardare quando camminavo”, sentivo che “i domani (…) scavano dentro me vortici di vuoto come un abisso nel quale mi affaccio e che mi risucchia nella sua vertigine”. 
Eppure, proprio ora che sono scalza sul ciglio della fine, ho capito quello che devo fare per rendere semplice ogni cosa. Per non perdere la mia vera essenza. Devo voltarmi indietro, guardare il passato, la fanciulla che ero. Guardarmi ora, andando oltre il volto, riconoscere l’indole della strega. Una strega benevola, inusuale, con un’unica esigenza: scrutare l’animo umano, interrogarsi e fare i conti con chi siamo. Nella fatica del privato, nel senso della nostra ragione, nell'essere responsabili e caparbi interpreti di noi stessi. Strega che sarebbe devota all'istinto di bruciare se stessa piuttosto che usare la violenza. Con “Nessuno Tocchi Caino” ho segnato la mia più grande rivincita: la rinascita dell’essere umano dopo l’errore, anche grave, di chi ha commesso le più atroci infamie, la sua redenzione. 
“Noi non difendiamo l’innocente ma il più colpevole, perché pensiamo che una condanna (…) debba rappresentare un’occasione di riscatto e di rinascita”. Ecco, al perdono mi genufletto come se fossi in un tempio Tibetano. Mi tocco il cuore e prima del cuore il petto. Sento la pelle che pulsa spinta dal battito. Battito sempre più lieve, quasi volesse digiunare a tratti dal dolore che ogni giorno gli do da mangiare. Al centro di ogni mio pensiero, di ogni mia azione, giusta o sbagliata che sia, senza riserve alcune, è sempre lui, l’individuo a tenere banco. Individuo richiamato alla responsabilità, che si converta alla nonviolenza ed ai suoi atti, come il digiuno, quali armi pacifiche di istruzione di massa, non distruzione. Armi di lotta che nascono dai sentimenti, da quelli più delicati e lievi che comprendiamo possedere solo attraverso l’atto più intimo che abbiamo con noi stessi, la conoscenza del dolore: “il momento nel quale ad ogni persona vanno riconosciute alcune dignità: prima fra tutte quella di essere protagonista della propria vita e della propria morte”. Eppure, se nella malattia siamo schiavi nel “digiuno positivo” liberiamo la parte migliore di noi stessi. Ci liberiamo dalla schiavitù dell’orgoglio, riusciamo a perdonare gli altri ma prima ancora noi stessi. Iniziamo a sentire veramente, con ogni singola cellula del nostro corpo mortale, chi siamo e cosa vuol dire “amare”. 
Nell'amore l’uomo si spoglia del suo corpo e, concentrato dentro di se, diventa “un vuoto dove passa ogni cosa”. Una forma anomala, priva di spigoli, rette, curve, linee e tratteggi. Privo finanche della sua consistenza tangibile, una forma senza forma eppure colma di uno spazio indefinito che si lascia invadere e lo trasporta in ogni direzione possibile. Una forma senza la forma della paura. Uno stato intimo, una sensazione, una condizione immanente, crudele, viscerale, a volte solo percepita altre volte completamente devastante. Così anche adesso, mentre scrivo, l’epilogo della mia esistenza, dopo aver salutato i miei affetti ed ogni cosa che mi legava al vissuto che non vivrò mai più, mi sento più che mai viva nella morte…perché da domani in poi sarò altro, sarò quella che sarei voluta essere sempre, finalmente libera di “non avere nessuna forma”. 

Dedicata a Maria Teresa Di Lascia 

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PENSIAMO ALL'AMORE...


Alla fine dei conti, se è vero che il sentimento nasce da un’emozione è altrettanto vero che quel sentimento ha bisogno dell’emozione stessa per vivere. Da questa prende nutrimento, linfa, per crescere, evolversi, o mantenersi stabile nel tempo. Pensiamo all’amore, il sentimento per eccellenza. Anche qui la caratteristica preponderante è un forte investimento di affetti, sensazioni, emozioni, nei confronti di una persona, una cosa, un’idea o più filosoficamente di un ideale. Il fertilizzante che, emotivamente, genera l’amore è la gioia.
A livello corporeo e cerebrale ci sentiamo coinvolti, carichi e mai saturi di euforia. Gioia che esponenzialmente è portata ad aumentare producendo un complesso quanto semplice meccanismo di attrazione, attrazione che poi sfocia nel desiderio. Per quella persona scatta il desiderio di rivederla. Per quella cosa scatta il desiderio di possederla. E’ un investimento di emozioni che, se corrisposte, fa nascere un legame. Da questo nasce il piacere e da questo prolifica il desiderio. Quello che si trova al centro, nel fulcro, nel baricentro di questa dinamica, diventa l’oggetto amato. La settimana scorsa abbiamo detto che le emozioni sono energia. Bene se sono energia possiamo dire che l’amore è un’energia magnetica che attira, che avvicina, mentre l’odio è un’energia che allontana, respinge.
Quello che accade alla nostra mente ed al nostro corpo quando siamo innamorati è una sensazione simile alla follia. Si dice che l’amore rende pazzi, fa perdere la testa, ed in un certo senso è così. Innamorarsi fa perdere stabilità. Iniziamo a smarrirci per interessarci ad un altro essere umano. Un essere umano che, potremmo azzardare, esercita su di noi un possesso, che ci possiede. Abita nella nostra mente, nel nostro cuore, nella nostra vita. A volte si può diventare un po’ ossessionati dell’amore, euforici, incantati, ansiosi. Tratti questi che spesso ricordano alcuni disturbi mentali. Eppure l'amore, nel senso pieno del termine, non è una malattia. Piuttosto è quello che genera l’amore, oltre alla gioia come incipit, che può portare anche ad una forma di sofferenza. Sofferenza che smuove il cervello e che, in alcuni casi, crea un disturbo. La chimica ci ha spiegato che serotonina, ossitocina e dopamina, i neurotrasmettitori rilasciati nel cervello, sono in grado di spiegare i sentimenti. Si è scoperto che nelle persone innamorate come negli ossessivi si riducono, similmente, i livelli di serotonina. Nel caso di amore corrisposto, invece, aumenta la dopamina che ci rende eccitati, esuberanti, euforici.
Crescono noradrenalina e feniletilamina determinando una miscela chimica capace di indurre uno stato di eccitazione simile a quello provocato da una dose di anfetamine ma anche da una certa quantità di cioccolata (Nutella, dico io). Seguono poi ossitocina e oppioidi endogeni che riportano lo stato di eccitazione nei ranghi della calma, dell’intimità. Neurotrasmettitori che sono in grado di creare il legame ma, allo stesso modo, inducono una certa dipendenza da quel legame. Si dice l’amore è una droga, una fantastica e meravigliosa dipendenza quando viene ricambiato. Per contro diventa un tormento se non lo è.
Si è visto che amore e tossicodipendenza condividono parecchio. Pensiamo all’insonnia, all’inappetenza, alla difficoltà di concentrarsi, alla perdita del senso del tempo, alla disponibilità ad assumersi rischi pur di averla, al bisogno crescente di consumarla e farsi consumare da essa, all’astinenza quando non si riesce ad averla.
Studi antropologici hanno dimostrato cosa succede nel nostro cervello quando ci innamoriamo. Sono in gioco gli stessi mediatori chimici, si attivano gli stessi percorsi neuronali e strutture cerebrali di quando siamo sotto effetto di cocaina. Si prova lo stesso effetto stimolante e lo stato di coscienza positivo. Ed allora perché drogarci quando possiamo semplicemente innamorarci? L’amore infonde una straordinaria euforia senza trasgredire alcuna legge, dura un po’ più a lungo (anche se non per sempre) rispetto all’effetto (decisamente passeggero) di una droga. Con l’amore troviamo parti di noi altrimenti inaccessibili. L’amore ci fa sentire intensamente vivi. Un antidoto per la depressione. L’amore è follia, follia positiva, quella che stimola le nostre parti creative. È un sentimento che ci fa il controllo, le inibizioni…e meno male.
E’ una spinta emotiva di grande portata che parla molto di noi e non può essere controllata, ridotta e spiegata sulla base di valori chimici, molecole e cellule perché, fortunatamente, siamo esseri ben più complessi con qualcosa che ci rende unici e diversi da ogni altro essere. Qualcosa che non è stata mai analizzata a microscopio: l’Anima.
Per questo emozioni e sentimenti sono, a mio avviso, questioni non biologiche ma dell’anima...
(continua)

18 SETTEMBRE




"Furono le mosche", con un ronzio assordante, un richiamo alle armi, a far capire quello che stava succedendo.
Una ricerca di alleanza che si muoveva sulle note di un odore nauseante. Mosche enormi e nere, si spostavano, come in preda a movimenti isterici, in ogni direzione. Per alcuni versi sembrava quasi una danza per attirare l’attenzione di quelle che non erano ancora accorse al banchetto. Per altri veri era tipo un codice morse. A prestare un minimo di attenzione sembrava quasi di sentire le parole: “accorrete oggi si mangia in abbondanza”.
Eppure l’attenzione era ipnoticamente diretta su altre cose. Cose frammentate, in pezzi grandi e piccoli, sparse come stracci sul terreno arso dal sole e pressato dai carichi dei cingolati.
Il ronzio delle mosche era un sottofondo pieno di agonia, un suono pestilenziale che si mischiava al silenzio reso cieco dall’odore pungente della polvere da sparo. Quel 18 settembre 1982, sciami di mosche, grandi quando lembi di terra, si muovevano come pattuglie armate pronte a finire quello che avevano iniziato i miliziani. Si erano conquistate il primato sui vivi (ancora per pochi secondi) e sui morti (sul colpo). La maggioranza di loro era così inebriata dall’odore accattivante, della carne appena intaccata dai primi grumi di sangue, che non riusciva a fare differenza tra vivi e morti. Le mosche, assuefatte dall’estasi di quel pranzo luculliano inaspettato, sbattevano e picchiettavano le loro zampette, fradice di sangue maleodorante, anche sulle facce dei giornalisti.
Quelli che, per primi, erano entrati nel villaggio dopo la mattanza. Gli unici vivi che vagavano, increduli, in uno scenario tanto suggestivo e macabro da sembrare finto, quasi si trattasse di un colossal Hollywoodiano. Invece era tutto vero, e si trattava di vero dolore, vera morte, vero sterminio. Le strade erano ricoperte da cumuli di detriti e corpi senza vita. Brandelli di pelle e filamenti di sangue si muovevano nei vortici di polvere che, ancora alta, si staccava da terra, spinta da piccole folate di vento, come un fantasma pronto a risorgere.
Camminavano, filmavano, appuntavano sui taccuini e si fermavano giusto il tempo di vomitare, poi riprendevano il loro reportage di terrore coprendosi la bocca con dei fazzoletti, per evitare di ingoiare le miriadi di mosche che li assillavano. Nelle case si erano trovati di fronte a scenari terrificanti. Donne stese per terra con le gonne sollevate fino alla vita, le gambe spalancate, in molti casi spezzate per la violenza subita. Bambini con la gola squarciata. File di ragazzi ai quali avevano sparato alle spalle dopo averli allineati lungo un muro. Neonati anneriti, uccisi ventiquattro ore prima, già in stato di decomposizione. Corpi gettati sui cumuli di rifiuti accanto alle scatolette delle razioni dell'esercito americano, alle attrezzature mediche israeliane, alle bottiglie di liquore vuote. In altri angoli della strada, cumuli di cadaveri riversi. Giovani con gli occhi aperti, braccia e gambe aggrovigliate nell'agonia della morte. A tutti avevano sparato a bruciapelo, alla guancia. Dall'altro lato della strada principale, risalendo un sentiero coperto di macerie, corpi di donne (di mezza età) e parecchi bambini. Tra tutte una era distesa sulla schiena. Sotto il vestito strappato faceva capolino la testa di una bambina che pareva imbronciata, dai capelli corti e ricci, nero ebano. Sembrava fissarli con nervoso stupore ma era morta. Più avanti, un'altra bambina, non più di tre anni, con il vestitino bianco macchiato di sangue e polvere, sembrava una bambola di pezza gettata tra le macerie. La parte posteriore della testa era saltata. Le avevano sparato al cervello. Un’altra delle donne stringeva a sé un minuscolo neonato. La pallottola conficcata nel petto aveva ucciso anche il bambino. Le avevano squarciato la pancia in lungo e in largo, forse per uccidere un altro bambino non ancora nato. Negli occhi spalancati aveva il terrore. Occhi pietrificati da quella morte orribile. Poi come sacchi, davanti a un basso muro di pietra, tutti allineati, vi erano giovani uomini e ragazzi, stesi a faccia in giù. Gli avevano sparato alla schiena mentre erano appoggiati al muro. Avevano tutti la stessa cicatrice sul lato sinistro del collo: marchiati. Un taglio sulla gola significava che erano terroristi da giustiziare immediatamente. Nelle casupole di Shatila, quando i miliziani erano entrati dalla porta, le famiglie si erano rifugiate nelle camere da letto ed erano ancora tutti lì, accasciati sui materassi, spinti sotto le sedie, scaraventati su pentole vecchie e bucate. Molte donne denudate, violentate, ed i corpi gettati su quelli dei loro mariti o fratelli, tutti trucidati. Ed ancora tante e tante immagini come queste, scene raccapriccianti, oltre ogni logica ed immaginazione.
Eppure oggi, a distanza di trentatre anni, sembra che siano solo le mosche a tramandare la memoria di questo crimine contro l’umanità.



(Liberamente ispirato a “Ce lo dissero le mosche” di Robert Fisk - uno dei primi giornalisti che raccontò il massacro di Sabra e Shatila - 18 settembre 1982).


LA CHIMICA ED IL CIRCUITO




Credo che l’amore, l’affettività in senso lato, sia qualcosa di indefinibile. Di non sussumibile con ragionamenti scientifici o logici. Questo perché nell’affettività ritroviamo due componenti, le emozioni ed i sentimenti che, pur sembrando elementi di identica derivazione, sono diversi e  configgenti. Le emozioni sono sensazioni evanescenti, brevi, a volte intense, ma di natura fugaci. I sentimenti, invece, rappresentano una vera e propria ossatura, ciò che permane più intenso e duraturo nel tempo. In quest’ottica l’amore è appunto un sentimento e, per naturale contrappasso, dovremmo dire che anche l’odio è un sentimento, a volte più  intenso dell’amore stesso. In realtà la parola contrappasso sarebbe errata perché, inversamente a quanto si pensi, l’opposto dell’amore non sarebbe l’odio bensì l’indifferenza che cristallizza ogni tipo di emozione conscia ed inconscia. Quando nel nostro io compare l’indifferenza, nei confronti di una determinata persona, è allora che la nostra relazione o il nostro rapporto, sia di amicizia, di affetto o di passione amorosa, può considerarsi davvero finito, estinto, trapassato. L’odio non segna affatto la fine di un legame (qualsiasi legame esso sia) ma porta ad una sorta di ambivalenza affettiva che modifica le nostre percezioni e le sensazioni come un abile trasformista. L’odio si nutre di sensazioni esponenzialmente contrastanti, di incomprensioni, di cose dette o non dette, di risentimento ed è, spesso, così ben nascosto nei meandri della nostra mente che, per alcuni versi, è difficile, se non impossibile da sradicare. A volte ha radici così profonde che, per assurdo, si può nutrire dello stesso odio verso se stessi. Eppure odio ed amore sono due facce della stessa medaglia: la passione. Spesso, o forse dovremmo dire sempre, si tende ad odiare ciò che si ama e non si può avere, oppure si tende ad amare ciò che distrugge. Nelle infinite sfaccettature dell’animo umano, vivere un’esistenza senza passione, senza travolgimenti e capovolgimenti affettivi, appare misera, infinitamente povera, quasi asfittica. Già Catullo, nel suo famoso epigramma ODI ET AMO, senza l’aiuto di alcun encefalogramma, percepiva la stretta relazione tra i due sentimenti. Secoli dopo alcuni ricercatori dell’University College London hanno chiarito “scientificamente” il principio che “gli opposti sono tendenzialmente portati ad attrarsi”. I ricercatori hanno fotografato la mente di un gruppo di volontari impegnati a guardare la foto di qualcuno che detestavano con tutto il cuore ed hanno scoperto che a livello cerebrale esiste il c.d. “circuito dell’odio” che si sovrappone, in parte, con quello dell’amore. “Circuito” che va a coinvolgere una zona della corteccia frontale ed altre due distinte strutture della sottocorteccia: il putamen e l`insula. La prima rappresenta la parte esterna e rossastra del nucleo lenticolare connessa alla percezione di disprezzo o disgusto e può essere coinvolta nella preparazione di atti aggressivi anche, magari, in un contesto romantico (pensiamo alla presenza di un rivale in amore). La seconda rappresenta un’attivazione di risposta a segnali di agitazione ed ansia. Nell’attivazione di queste due zone della sottocorteccia sarebbe insita la ragione per cui amore ed odio sarebbero interconnessi. Difatti entrambe le aree si attivano anche nel caso dell’amore romantico. In questo caso la prima potrebbe essere coinvolta nella fase di preparazione di azioni aggressive all’interno di un contesto amoroso (esempio quando sussiste un potenziale rivale) mentre la seconda potrebbe essere coinvolta come risposta agli stimoli della sofferenza, un viso amato o odiato potrebbe costituire un segnale di sofferenza. Volendo sintetizzare, la sottile differenza tra odio ed amore sarebbe la seguente: una vasta area della corteccia cerebrale si DISATTIVA nel caso dell’amore mentre nel caso dell’odio solo una MINIMA AREA SI DISATTIVA. Ci troveremmo di fronte ad una sorta di INTERRUTTORE “a zone” della corrente elettrica cerebrale. Ma allora esiste un interruttore dei sentimenti? (fine seconda parte  – EmanuelaSicaCopyright).

LA CHIMICA...


L’ho detto sempre, ho sbagliato mestiere. Avrei dovuto seguire le mie inclinazioni naturali e scegliere di studiare chimica e non giurisprudenza. Effettivamente mi sarebbe servita una buona dose di cognizioni chimiche per capire il senso delle cose, o forse di ogni cosa. A partire da quelle più importanti fino ad arrivare a quelle più leggere. Quelle che, per intenderci, ci fanno battere il cuore. Avrei scoperto con largo anticipo che il cuore, a quanto pare, non serve assolutamente a farci amare le persone. A farci essere ciò che siamo. In effetti andrebbe relegato alla mera condizione di muscolo che, meccanicamente, ci tiene in vita. Se poi qualcuno si azzarda a dire che ha qualche implicazione nel fenomeno “chimico” dell’amore…può essere tacciato di estrema ignoranza. Vediamo di capirci qualcosa. Secondo un recente studio antropologico in ogni processo vitale e sensibile un ruolo preponderante se non unico appartiene alla chimica. In sostanza dalla base cellulare alla costruzione dell’essere vivente tutto è riportato a fenomeni chimici. E fin qui nulla-quaestio. Particolare attenzione è caduta sul ruolo della chimica in amore, quello di cui parlavo all’inizio riferendomi al ruolo, praticamente assente, del cuore. Quello che renderebbe “eterno” l’amore non sarebbero la comprensione, l’affetto, l’impegno reciproco (o altre emerite fandonie che ci propinano filosofi e psicologi). La lunghezza infinita del sentimento amoroso (c.d. “eternità”) sarebbe essenzialmente collegata a due sostanze chimiche presenti nel cervello. L’uomo avrebbe, ben nascosti nei gangli cerebrali, quattro tipi di personalità: gli esploratori, i costruttori, i direttori ed i negoziatori. Ognuna di queste personalità differisce dall’altra a causa, appunto, della chimica cerebrale. Precisamente quello che modifica l’atteggiamento è la variazione dei livelli di dopamina e serotonina. Sostanze che, sempre secondo questo studio, sarebbero implicate con il ruolo svolto dal testosterone e dagli estrogeni. La serotonina determina un atteggiamento fedele, pacifico, tranquillo, dando vita ad una personalità “costruttiva”. Se invece è presente in maggior quantità la dopamina allora è possibile che la personalità non sia per niente fedele o tranquilla ma che sia sempre alla ricerca, per così dire, di novità (e non aggiungiamo altro). Per contro, chi presenta elevati livelli di estrogeni ha una personalità alquanto fantasiosa e decisamente socievole. Chi, invece, ha alti livelli di testosterone mostra una mentalità concettualmente severa, rigida. In questo calderone di chimica emozionale persino le fasi dell'amore possono essere rilette alla luce dello studio antropologico predetto. Quello che chiamiamo (a questo punto impropriamente) “amore romantico” sarebbe essenzialmente legato alla produzione di dopamina. Cosa avviene nel nostro corpo quando cadiamo nella rete (chimica) dell’amore romantico? Si inizia col non dormire, si mangia pochissimo o nulla, segue la perdita di peso ed il nostro pensiero è totalmente devoto all’altra persona. Insomma si diventa ossessionati o ossessivi per i bassi livelli di serotonina. Anche l’elevato tasso di testosterone provocato dall’eccitazione sessuale può indurre un’elevata produzione di dopamina nel cervello e scatenare l’amore. E la fase passionale? Qui invece la fa da padrone la feniletilamina (PEA) (un ormone eccessivamente delinquente simile all’anfetamina) che produce esaltazione, unito (ovviamente) all’aumento delle prestazioni psicofisiche. Questa condizione ormonale, sostanzialmente, droga il cervello provocandone assuefazione e se viene a mancare scatena una reazione depressiva come quella che avviene nel caso di astinenza. Studiosi hanno trovato tracce di PEA nell’acqua di rose e nel cacao e forse è proprio per questa ragione che si regalano rose in fase di corteggiamento e si mangiano cioccolatini (o interi barattoli di nutella) quando finisce un amore. Esiste poi la terza fase dell’amore, quella che porta due persone a consolidare ed ad attaccarsi a lungo termine. Ed anche in questo caso, il nostro cuore non conta nulla. Tutto e ridotto ad un ormone che stimola l’affetto reciproco, quello che poco fa abbiamo chiamato con il nome di attaccamento: l'ossitocina. Un altro pilastro chimico ormonale prodotto dall’ipofisi. Alcuni esperimenti (crudeli) hanno costatato che somministrando ai topi maschi ossitocina questi contribuivano a costruire il nido e a proteggere la prole; se si bloccava la produzione dì questo ormone, invece, divoravano i figli. A sentire queste cose vengono i brividi ma secondo gli scienziati anche i nostri uomini (e non solo le donne) potrebbero essere come i topi (?!). Nella successiva fase dell’amore, quella della maturità, la coppia continua ad essere legata sempre e solo grazie alla chimica. Se si producono endorfine si rimane maturi insieme. Le endorfine sono proteine prodotte dal cervello che hanno un effetto analgesico e calmante. A stimolare tale produzione è la costante presenza del partner. Non so a voi ma a me tutta questa chimica mi inquieta….(fine prima parte - Emanuela Sica©Copiright)

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