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OGGI INIZIO...


Molte volte l’ho chiesto con onesto interesse, altre volte (una minoranza) è stato un automatismo, una necessaria conseguenza logica del “Ciao”. In ogni caso credo di non averlo rivolto mai alla persona giusta. Ho chiesto e chiedo “tu come stai” e non ho chiesto mai “IO come sto”? Ci pensavo stamattina mentre mi spalmavo la crema sul viso e ripassavo, con insistenza, i polpastrelli su quelle sottili linee che la vita ha iniziato a regalarmi da qualche anno. Linee appena accennate, fatte di sorrisi e dolore, di battaglie vinte e perse, di resistenza e speranze mai sopite, di incredibili rimonte sul destino, si delinea il mio “IO”. Credo sia capitato a tutti, almeno una volta nella vita, di interrogarsi sul chi siamo, davanti ad uno specchio. Andare oltre la maschera del viso, la pelle, i muscoli, le ossa, il cervello e tutte quelle ramificazioni interne di sangue, nervi e cellule. Ma se ci siamo chiesti chi siamo ci siamo mai chiesti come stiamo? Forse quest’ultima informazione la reputiamo poco importante, eppure direi che è L’INFORMAZIONE per eccellenza. Il punto di partenza, la condizione sine-qua-non essenziale per la nostra sopravvivenza. Sopravvivenza messa a dura prova quando arriva il giorno zero. Quando arriva quel giorno in cui ci troviamo completamente persi nell’indifferenza del mondo.
Allora il nostro “IO” sembra avere solo due possibilità: o esplode o implode.
Se esplode lo fa in maniera esponenziale e del tutto deleteria per la vita di relazione. Esplode il cinismo, l’arroganza, la cattiveria, tutto si acidifica e si carica di quelle personalità negative che non danno vie di fughe a niente e nessuno. Niente più sconti, si paga dazio e lo pagano tutti: chi merita e chi no. Non si fanno prigionieri.
Se implode, invece, autodistrugge se stesso e tutta l’architettura del corpo. Le basi collassano, i muri si sgretolano, si cade a pezzi insieme a lui. La mente si svuota di impulsi. Qualunque cosa che ha dato frutti viene mietuta, abbattuta, bruciata. Le fiamme avvolgono e distruggono il brutto e anche il bello. Non si fanno distinzioni. Non resta più nulla. Allora anche le parole perdono di significato. Si smette di credere. Di sperare. Di reagire. In una parola si smette di vivere. La persona si spoglia finanche del nome. Si arriva alla deduzione di essere solo una goccia che cade nel vuoto. Noi non la sentiamo figurarsi se la sentono gli altri. Di implodere è capitato anche a me. Ero una goccia, non mi sentivo cadere, non avevo neanche un nome e se lo avevo me lo cambiavo di volta in volta, come un personaggio in cerca d’autore. Oggi però ho scoperto una terza via. Non esplodere, non implodere ma iniziare a dare importanza a come mi sento. Dare importanza a quell’IO che mi sostiene giorno per giorno e che non posso relegare ai margini della mia esistenza. Non so il vostro ma il mio io è stato un eterno fuggiasco. Io lo cacciavo, lo rifiutavo e lui cercava un posto dove nascondersi mentre io non mi chiedevo mai quale sarebbe stato il prezzo da pagare per aver generato la sua fuga. Io che cercavo la perfezione, che forse non esiste. E mentre io inseguivo quest’utopia lui cercava un posto dove stare in pace, un posto senza giudici e senza sanzioni. Un posto dove essere libero dalla paura, magari appollaiato in un dolce attimo di infanzia. Così oggi, nel mio giorno zero, ho visto il mio IO che, aggrappato alle rughe, cercava di farsi accettare per quello che era.
Allora ho compreso cos’è importante.
Non è importante vedere ma guardare. Prendere le sensazioni più belle e farle proprie nel cuore e non solo negli occhi. Non è importare sapere dove ci si trova ma è importate sapere di essere in se stessi e trovarsi a proprio agio. Non è importante sapere cosa sia il mondo, ma sapere di essere al mondo. Non è importante interrogarsi su cosa sia la vita o la morte ma sapere che ognuna di loro accade naturalmente ed ha un suo tempo. Un tempo che non possiamo spostare in avanti o indietro ma che possiamo decidere come riempire. Non è importante interrogarsi sul perché le cose accadono ma è importante essere pronti ad affrontarle. La vera forza non nasce dalle vittorie ma dal solo fatto di aver deciso di combattere. Non è importante sapere chi sono gli altri ma è importante sapere chi sono io. Non è importante fare paragoni ma sapere qual è il mio valore. Non è importante sapere come si possono evitare le frecciate, le pugnalate, i colpi bassi, in una parola le ferite, ma è importante sapere che si possono sopportare. Che si possono curare e molte volte da queste si può guarire. Che se non si riesce a guarire allora da queste si impara. Che prima di amare viene amarsi. Che prima di perdonare gli altri dobbiamo perdonare noi stessi. Per non esserci amati abbastanza. Perché se mi amo veramente mi ameranno anche gli altri e se non dovesse essere vero amore poco importa. Se così non fosse sarò costretta ad essere sempre qualcun’altra. Dovrò fuggire sempre, cercare una parte da interpretare per farmi accettare in un mondo fatto di grandi sceneggiature. Ed in quel palcoscenico pieno di attori (a volte brillanti ma anche scarsi) mi vedrò sempre una comparsa. Non so voi ma io getto la maschera: sono quella che sono.
Oltre ai pochi pregi ho mille difetti, forse ben nascosti, ma sono pronta a metterli in piazza. Se amerete quelli mi amerete veramente. Perché amare è avere tutti i motivi per andare via ma decidere di rimanere. Ho un corpo, un cuore, un’anima, un carattere. Sono il risultato di piccolissime gioie e tante (forse troppe) delusioni, ma sono io. Io che oggi inizio la storia d’amore più importante, quella con me stessa.  

IO TI PERDONO


Non avevo capito o forse non volevo capire. 
Quando ho sentito la pressione di quelle mani, il respiro si è attorcigliato nella gola. Come se fosse sul punto di strozzarmi. 
Ero al buio, gli occhi ancora chiusi. Il mio cuore ha percepito il pericolo ed ha iniziato a pulsare sempre più veloce. Un cavallo imbizzarrito, le briglie sciolte, quello ero io. Mi rigiravo su me stesso, volteggiavo nel terrore, vinto dal panico e dal presagio di quello che stava per succedere al mio piccolo mondo sommerso. Poi, qualche secondo di tregua mi ha dato l’illusione che fosse solo il risveglio dai sogni che stavo facendo. Sognavo quello che non avevo mai visto. Sognavo senza sapere la ragione dei sogni. 
Senza capire che erano sogni. Sognavo il tuo abbraccio, le tue lacrime di gioia, la tua carezza al mio corpo caldo poggiato sul tuo petto. Sognavo te perché la vita che avevo nel mio corpo era come una piccola fiammella. Fiammella che ardeva nella speranza di diventare incendio. Incendio d’amore. Amore puro che sarebbe esploso naturalmente e senza argini nell'istante della venuta al mondo. Con il primo respiro nei polmoni si sarebbe accesa la mia vita con te. Ero pronto ad essere forte. Lo giuro. Ero pronto a tirare l’aria nei polmoni senza difficoltà. A riempire la gabbia toracica ed essere Io. Ero pronto a nascere. Ma lo sarei stato alla fine, quando il tempo mi avrebbe reso pronto ad uscire. Eppure quella stasi era solo una quiete fasulla, il preludio all'esplosione della vera tempesta. 
Improvvisamente  inizio a sentire la necessità di andare verso l’esterno, di andare via da quel nido, ancora caldo, ancora accogliente. Ma cosa mi succede? Non è ancora il mio tempo. Ecco, faccio amicizia con la paura in quel momento. La vedo nitida, è un mostro che prende la forma di un forcipe. Mi si avventa sulla testa, la stringe con le sue fauci di ferro, sento le ossa del cranio che si lesionano, fino ad implodere, il collo che si allunga fino a spezzarsi. Non sono io che decido di venire al mondo per morire, è lei che decide per me. Lei che non mi vuole, che non mi desidera più. Lei che ha firmato la mia condanna a morte. 
Eppure quando tutto è iniziato io ero il centro dei suoi pensieri. Ero la prima carezza del mattino e l’ultima prima di andare a dormire. Quando ero ancora del calibro di un fagiolo ero coccolato come se fossi già nato. Poi quel test, quell'ago che mi ruba poche gocce d’acqua e quella faccia inequivocabilmente contrariata del dottore. “Signora il bambino non è normale”. Puoi essere onesta con me, lo capisco. Dimmelo, è stato quello il pugnale che ha tagliato, con violenza,  di netto, il tuo legame amoroso con me? Quelle parole ti hanno trafitto il cuore, vero mamma? Ed ecco perché hai deciso. Perché oggi non si può essere diversi, non si può essere anormali in un mondo pieno di apparenza e poca, se non nulla, sostanza. 
Ma io ti perdono. Ti perdono per le risate che non potrò mai sentire nel cuore e stendere con le labbra ancora acerbe. Risate senza denti ma piene di gioia. Ti perdono per le capriole che non potrò mai fare sull'erba umida, sul letto disfatto, sul pavimento della cucina o sul divano buono. Ti perdono per le stagioni che se ne andranno senza che io le abbia potute conoscere. Senza aver scoperto il caldo del sole d’agosto. Senza aver toccato la gelida neve ovattata. Senza aver sentito i profumi dei primi boccioli di rosa. Senza aver gustato la dolcezza dell’uva d’ottobre. È vero, non lo sapremo mai come sarebbe potuta essere la mia vita ma io ti perdono per le speranze di felicità che mi hai negato. Ti perdono perché ti amo. Perché il mio amore basta per tutti e due. Perché io ti ho amato sin da quando ero soltanto una cellula che si impiantava nel tuo corpo e ti amo anche adesso. Adesso che ti sei liberata di questo bimbo disabile. E ti perdono perché uccidendomi mi hai donato ad un amore più grande: l’amore di Dio. Un amore autentico, senza preconcetti, che non fa differenza tra bimbi “normali” e “diversi”. 
Eppure il mio perdono sarà la tua eterna condanna…

Ho scalato una montagna...


Lo sguardo di mia madre, fermo sull'uscio della stanza, lento divora l'agonia della mia assenza. 
Silenzio che si confonde in un lamento che risale tra stelle cariche di polvere e sofferenza. 
Stanotte, il ricordo di quel giorno, cade pesante sulle preghiere della sera. Aliti che si spingono a fatica lungo la strada lastricata di ceri. 
La paura, si, ancora l'avverto nelle ossa, nella pelle senza briglie ancora divaga nella mia mente. 
Torpore che strappa le forze, calice amaro, assenzio misto a sangue. Ricordo. 
Ho scalato una montagna con passi veloci e sicuri rimuginando nella testa una melodia. La cantavo a scuola da bambino. Dopo l'allarme ero già in guerra io ed i miei compagni pompieri, tute lucide di devozione. Aliti che rassicurano e s'interrogano, coraggio che non si spegne, lealtà che non s’incrina in un varco buio, torce che accendono fughe multiformi. 
Ed io, continuavo a guardare in faccia la morte e deriderla mentre qualcuno sussurrava: "Se chiudi gli occhi anche per un solo istante sei perduto per sempre". Si, quello era il mio mondo, brulicante di rabbia e dolore, quella era la mia storia che si sgretolava, come calce polverosa, sulla mia testa. La fine di un sogno che si inabissa e sparisce: America, chi ha fatto scempio dei tuoi figli? Così, quando ho colpito con la scure una porta chiusa, ho liberato terrore e spavento, odore di morte e fumi accecanti. No, non ho pensato a mia madre, alle sue supplicanti preghiere, ai suoi sussulti nervosi, al suo grembo sicuro. No, non ho pensato a mio padre, ai suoi occhi cerulei così uguali al cielo di Manhattan. Ho solo visto migliaia di persone accecate dal fumo, schiave di occhi in supplizio. Focolai di pelle bruciata, maschere sfigurate dal dolore. Memoria che si ferma,  all'orizzonte un tetro bagliore, poi un secondo uragano di pazzia, devastante. 
Vili belve lebbrose, quanta follia stanate? Di quanto sangue e urla, tristezza e angoscia, sofferenze atroci avidamente vi cibate? 
Ovunque si perdono sospiri, pianti, lamenti. 
Migliaia di anime sconosciute, condannate a morire insieme si stringono per mano, trasmettendosi una febbre pallida di sconforto. E la mia mente si è gettata su per le scale ripercorrendo a grandi balzi una via oscura, avvertendo ad ogni passo il respiro di qualcuno che volava nel vuoto. 
Poi un ragazzo, accovacciato sotto una scrivania, mi ha chiamato per nome: "Fratello, ti prego aiutami!”e l'ho abbracciato. Tremava e l'ho aiutato ad alzarsi. Dal suo corpo ho ricevuto una strana sensazione: stava morendo, perdeva vita, sangue e speranza, come le sue lacrime nere. Ombre infiammate di tormento che carezzano un viso tumefatto. "Fa così caldo"  ed il suo corpo è diventato un brandello, cera che si liquefa, azzannata da mille fauci bollenti. Il suo sguardo incredulo non mi ha più lasciato. "Figlio mio ti prego strappati di dosso quella divisa e corri fuori". 
No mamma, non temere, non ho avuto paura quando la morte mi ha divorato accanto a lui. 

La mattina dell'11 settembre 2001, 19 affiliati all'organizzazione terroristica di matrice islamica Al-Qāeda, dirottarono quattro voli civili commerciali. I dirottatori fecero intenzionalmente schiantare due degli aerei sulle torri 1 e 2 del Worl Trade Center di New York, causando poco dopo il collasso di entrambi i grattacieli. Nell'attacco alle torri gemelle morirono 2.752 persone, tra queste c’erano 60 poliziotti e 343 vigili del fuoco. 

I LOVE N.Y.



Posso quasi vederlo girare, il mondo, stamattina. Parole, passi, domande, risposte, occhi, sguardi, sorrisi, pensieri, idee, frastuono. La gente gli cammina addosso e lui continua a girare, senza accennare la minima stasi. Il tempo e la sua frenesia che coppia adrenalinica. Siamo a N.Y. e neanche un secondo va sprecato. Anch’io sono tra la folla, è una mattina di settembre. Cammino senza dare troppa importanza a chi mi sta accanto. Penso al lavoro che mi aspetta. Quello mi basta a diventare cieca davanti alla moltitudine di persone che mi gravitano intorno. Non capivo o non potevo sapere cosa mi avrebbe fermata. L’aria era densa di tranquillità. Una mattina come tante. Un cielo stranamente terso, quasi una colata di azzurro liquido su Manhattan. Le torri sembravano più accecanti del solito. I reticoli d’acciaio erano lo specchio del sole. Tutto continuava a correre, veloce come sempre. Sembrava uguale al giorno prima, eppure sarebbe stato diverso da ogni giorno a venire. Ferma davanti al semaforo rosso solo qualche secondo. Dall’edicola posta di lato, una cartolina sbilenca mi invita a posare lo sguardo sulla scritta: I love NY. Nessun passante si era mai fermato a comprarla. Troppo banale. Me lo sono detta anche io. Da quando mi ero trasferita ai nuovi uffici delle torri non avevo mandato neanche una cartolina ai miei. “Lo farò domani”. Il semaforo verde riapre la corsa. Undici passi veloci e lunghi. Quasi una premonizione. Entro nella prima torre, sono dentro l’ascensore. “Ultimo piano, grazie!”. Non guardo neanche chi pigia il bottone. Ho fretta. Mentre salgo il cuore non si arresta nella sua corsa, continua a battere incessante. Pulsa e pompa sangue, vita che abbraccia il corpo che resta in movimento, mentre il mondo che mi gravitava intorno era pronto, quasi genuflesso, a prendere il destino di tremila anime nelle mani. Ecco il mio ufficio, quello davanti alla finestra. “Se mi metto subito al lavoro riuscirò a finire per le sei.” Guardo l’orologio, non riesco a vedere l’ora. 
Un boato. Una pioggia di vetri caldi mi tramortisce. Buio. Riapro gli occhi e divento prigioniera dell’inferno. La guancia sinistra schiacciata sul pavimento bollente. La scrivania preme sulla schiena. Con la coda dell’occhio riesco a vedere un uomo, dalla finestra sventrata, che agita un fazzoletto. E’ sulla torre opposta. Chiede aiuto, perché? Sono io a dover essere salvata. Lui che c’entra? La mia illusione si è incenerita in un secondo, neanche il tempo di prendere un sorso di vita e caffè nero. Un balzo e si lascia cadere nel vuoto. Ho paura di cercare una risposta. Implacabilmente, il terrore e la follia hanno vinto il movimento del mondo. L’undici settembre tutto si è fermato. Arrestato. Uno scontro frontale senza via di scampo. Le bocche piene di panico. Neri e bianchi indistinguibili, ricoperti di polvere, corrono in tutte le direzioni possibili. N. Y. brucia nel fuoco dell’odio. Il mondo è immobile, attonito davanti ai falchi della morte. Sento un tepore misto a freddo intenso. 
La morte mi guarda con sospetto, sa che non voglio lasciarmi andare. Prima di prendere sonno ho da scrivere una cartolina. Devo spedirla ai miei genitori. Tu che leggi, scrivila per me. Prendi dal mio spirito le parole, aiutami perché neanche ora riuscirò a pronunciarle. La paura mi cava la lingua. Muta. Un freddo attanagliante mi asfissia. Accanto a me c’è il mio capo. Ha una scheggia conficcata nel cranio. Perde sangue, non si muove. Che angoscia morire dopo di lui. E’primo anche in questo. Sento il pavimento che sussulta. Una visione mi proietta nel destino che mi attende. Eccola, una maschera di rabbia. Cammina nel piano sventrato. Muove i banchi, le sedie, alza le scrivanie, sposta i vetri. Un cenno della sua mano e le urla si perdono in un’eco micidiale. È l’inizio della fine. Non mi aspettavo di morire oggi. I giganti di acciaio hanno deciso di collassare. Se non sono morta nello schianto, morirò sotto le macerie. Nessuno mi troverà. Neanche un brandello. Tutto si fonderà in un immenso cratere di fumo e fiamme. Da cosa mi riconoscerà mia madre? Neanche sapeva che lavoravo in questa tomba di cemento e acciaio. 
Se solo avessi inviato quella cartolina, di certo avrei scritto: 
I love N.Y! Un saluto dalla città in cui sono morta. 

LASCIATEMI GIOCARE

Di giorno, ed alcune volte anche di sera, quando la luce dei lampioni mi aiutava con la vista, se mi alzavo, giusto un po’, sulle punte, la potevo vedere in tutta la sua bellezza. Se ero per mano a mia madre fingevo di passare senza distrarmi, ma la coda dell’occhio riusciva a vederla sempre. Così iniziavo a saltellare per darmi quei piccoli aiuti che mi servivano per vederla. Se, invece, ero con i miei amichetti, quando si giocava a nascondino, il mio posto preferito era dietro la grande pietra che faceva angolo con la strada dell’asilo. Da li quasi dimenticavo il gioco e potevo rimanere ore ed ore ad osservarla. A vederla fluttuare. Per qualche mio compagno, pessimista, non era poi un granché ma per me, ottimista, l’altalena era bellissima. Due funi rosse intrecciate, una tavoletta di legno bianco, legata al ramo più grande di un albero di cedro, sempre carico di foglie. Foglie corte, che mi sembravano leggermente pungenti, di un colore verde brillante con qualche punta di blu. E bastava una lieve carezza di vento per sentirne il profumo sin dove mi trovavo. Di giorno, negli orari di scuola, a turno e rispettando l’ordine della fila, ci andavano i bambini dell’asilo. Avevano tutti un grembiulino bianco. Erano poco più grandi di me. Avevano un sorriso così bello e che mi faceva sorridere, per simpatica risposta, solo a guardarli. Loro erano felici e non mi vedevano. Non vedevano me che li spiavo, di nascosto, attratto da quel gioco come fosse un dolce sul davanzale. E felice lo sarei stato anche io se fossi potuto salire su quell’altalena. Ma non mi abbatto. Fra qualche minuto comincerà anche per me l’asilo e sarò anche io uno dei bambini che farà la fila per andarci. Datemi giusto il tempo di annegare. Così, quando sarà il mio turno, mi siederò con calma, tenendomi bene alle funi. Darò prima delle spinte delicate, per capire se mi tiene e poi, una volta che avrò preso confidenza, farò dei voli così alti che la maestra mi urlerà di scendere. Magari i miei compagni mi diranno che sono pazzo. Ma io non li ascolterò. Spingerò sempre di più con la schiena sino a toccare il cielo con la punta del naso. Riuscirò a sentire il profumo dell’aria. La farò entrare nei polmoni. Aprirò anche la bocca e mangerò tutto l’ossigeno possibile. Ossigeno che mi manca adesso, adesso che sto affondando. Anche io metterò un grembiule bianco. Toglierò questi abiti inzuppati d’acqua. Questo pantalone blu, la maglietta rossa, oramai scoloriti dal sale. Metterò dei sandali al posto di queste scarpe piene di acqua di mare e ragnatele d’alghe. Avrò i capelli asciutti. Pettinati con cura. La faccia pulita e non sporca di sabbia e schegge di conchiglie. Gli occhi aperti e non chiusi dalla morte. Il mio atroce destino mi ha iscritto all’asilo dei bimbi morti. Ma non voglio pensarci. Sono ottimista. Vedo il lato positivo delle cose anche quando non dovrei. Avrò lo stesso nuovi amici e salirò sull’altalena. Ci salirò da morto e risorgerò nella spinta verso il cielo. Sarà un gioco senza fine. Che bella, questa altalena è ancora più grande di quella che c’era in Siria. Prima che la barca affondasse mia madre mi raccontava che nessuno voleva darci asilo. Io non capivo. Le chiedevo perché non potevo andare all’asilo? Ma non era di una scuola con l’altalena che mia madre parlava. Poi ho capito. Ho capito quando ho sentito urlare il mio nome mentre le onde del mare mi inghiottivano. Per questo vi chiedo, ora che sono morto, lasciatemi giocare su questa altalena, perché il paradiso è un asilo che mi spetta di diritto. 

LA STAFFETTA


Quella notte era una ragnatela dalla trama sempre più fitta. Quasi una coperta, buttata su quel piccolo pezzo di mondo, quando il giorno iniziava il trapasso verso altri luoghi. 
Non una lenta gradazione dei colori, ma un interruttore. Qualcuno che spegne la luce alle prime avvisaglie del tramonto. 
Dario rimaneva seduto a guardare proprio la notte. Notte orfana di stelle, fuggite chissà dove per non farsi infettare da quella tristezza. Tristezza che aveva contagiato tutto e tutti. Metteva fuori la sedia quando il nero diventava padrone delle strade ed il paese scompariva. 
Così gli altri, come lui, completamente avvolti nell’abito stretto delle ore notturne, rimanevano seduti a fissare il niente e di quel niente si sentivano, stranamente, appagati. Esistenze che battevano il tempo, i giorni, gli anni, le stagioni, con catalettica noia. Uscivano solo per le strette necessità. Le case barricate, baluardi di solitudine. 
Si concedevano mezz’ora, la domenica mattina, nel ritrovo della piazza. Stretti sotto gli ombrelli, per contarsi, per vedere se il buio della notte avesse consegnato uno dei loro corpi, sgualciti dall’egoismo e consunti dall’indifferenza, al camposanto. Ma di morte fisica neanche a parlarne. 
Erano corpi prosciugati dalle anime e strangolati dal tempo, trincerati dietro colpevoli mattoni, impolverati da una gigantesca cecità dei sensi. Non riuscire più a cibarsi della semplicità era la loro più atroce condanna. Una poesia non smuoveva alcun turbamento. I profumi del cibo non solleticavano l’olfatto né preparavano le papille al gusto. Una carezza non istigava il tatto alla dolcezza. Le note di una melodia lasciavano i timpani incatenati ed immobili. 
Avevano completamente dimenticato che cos’erano le emozioni e soprattutto come viverle. Avevano dimenticato che la felicità non era fatta di grandi esplosioni, ma di sensazioni delicate, avvertite quasi sottovoce. Avevano abbandonato la dolcezza delle piccole cose per ricercare solo la grandezza. Grandezza che li aveva fagocitati. 
Da allora una scacchiera di nubi era apparsa sul paese e la pioggia scendeva, costante, a caricare i loro spiriti di noia, stendendo delle strisce simili alle sbarre di una prigione. Per questo di notte, l’unico momento in cui il cielo sembrava rasserenarsi, si abitava dei “disabitati del giorno”. I loro cuori, ridotti a meri muscoli, non pulsavano d’altro se non dell’interesse per se stessi e per i propri beni materiali. Cuori che, oltre ad irrorare sangue idraulico, non erano più riusciti a risalire sino agli occhi e farli spremere di lacrime, né di gioia né di dolore. Intanto una cappa assoldava il silenzio circostante e lo faceva diventare così pesante che non si sentiva più neanche il suono dei loro respiri. 
Poi, ad un tratto, ecco un suono inaspettato ma conosciuto. Un rumore di passi, qualcuno che corre. Sobbalzarono tutti dalle sedie. Il cigolio del legno sembrò uno scatto di vita in quella catarsi all’incontrario.“Che è stato?”singultò Dario entrando velocemente in casa ed uscendone con una lanterna. La luce era così bassa che non cambiò molto lo scenario ma, stranamente, erano finiti tutti per avvicinarsi. Un ritrovo inconsueto, innaturale.“Alza la fiamma”lo riprese Aurelio. Dario eseguì il consiglio senza batter ciglio. L’aumento della luce riuscì a tagliare il velo dell’oscurità e Aurelio notò una persona che si accasciava sul sagrato della Chiesa. 
A quella vista sentì uno strano formicolio nelle gambe. In un attimo si ritrovò a correre. Quello scatto lasciò tutti sorpresi. Era quasi incapace a camminare, eppure ora lo muoveva una forza miracolosa. Anche gli altri decisero di seguirlo. Lo ritrovarono chino su un corpo rivestito di stracci, per giunta lerci. Dario avvicinò la lanterna e vide che era una fanciulla. Sembrava svenuta, ma ogni tanto dava un tiro di fiato. Non era morta: era incinta ed in pieno travaglio. Diversamente da quanto si poteva prevedere, nessuno ebbe esitazione. In pochi secondi si improvvisarono levatrici. Corsero nelle case, chi a prendere dell’acqua calda, chi delle bende, chi delle forbici e del disinfettante. Una volta fuori notarono l’estemporanea ricomparsa delle stelle ma non diedero alcun significato alla cosa. 
La nascita era vicina, non c’era tempo da perdere. Poi un urlo tranciò il silenzio ed una bambina venne al mondo. Dario la prese in braccio per avvolgerla con la sua giacca ma, appena l’ebbe sul petto, avvertì un calore intenso risalire dal centro dello sterno sino alla gola. “Tienila tu”disse porgendola ad Aurelio. Appoggiò la mano sul cuore ed incassò un’eco diversa. Un battito nuovo che sbriciolava le sue diffidenze, lo mondava dalle contaminazioni della tristezza. La metamorfosi di una crisalide. Le gote si risollevarono, levigandosi. La barba scomparve lasciando il posto ai lineamenti di gioventù. Le mani si spogliarono delle rughe. Evaporò l’opacità dalle pupille e gli occhi ripresero a brillare. 
Lo stesso accadde anche al resto dei presenti. Colpiti dalla stessa strana sensazione fecero della bambina una staffetta della rinascita. Così, quando la restituirono nelle braccia di sua madre, dall’alto della rupe, magicamente, ricomparve il sole che, sfrondando le ultime tenebre inondò tutti con raggi caldi, resuscitanti. 
Allora ogni cosa si mostrò diversa da quella che sembrava. I portoni aperti, veicolo di voci e vita. I balconi spalancati, ridipinti da ceselli di fiori e piante. Nell’aria onde di profumi in movimento. Era quello il primo giorno senza pioggia. 
La prima-vera-vita di quel paese. 
Da quel piccolo germoglio di carne e gorgheggi erano rinate le sensazioni, le emozioni. Ritornate le anime nei corpi. Ricomparsa la relazione, la coralità. Da quel travaglio erano rinati anche loro. Denudati dell’indifferenza si erano rivestiti d’amore. 
Un amore unico, straordinario, ma semplice, senza alcuna pretesa: quello di una madre per sua figlia. Così, a quella bambina arrivata per caso,o forse non tanto per caso, fu dato il nome di Felicità. 

(Racconto di Emanuela Sica tratto dal libro: Cairano Relazioni Felicitanti - Edizioni Mephite 2014) 

Foto Mariano di Cecilia

LA MIGLIOR SPECIE



Le foglie, lungo il viale, si muovevano appena. Piccoli sbuffi di vento le rialzavano prendendole dalla punta, come attaccate ad un amo invisibile. Si rigiravano su se stesse e poi ricadevano nuovamente, spostandosi poco più avanti. Era come se facessero dei piccoli passi, forse perché curiose di sentire cosa dicevano quelle due ragazze che, rialzatesi da sotto il porticato, avevano iniziato a camminare lentamente. Non era una giornata fredda ma nell’aria si poteva respirare un preavviso di pioggia. L’odore si infilava nelle narici e colpiva i pensieri. Pensieri ammutoliti da una benda di quiete. Quiete che aveva creato un involucro esterno duro e spesso. Ma se al di fuori il calco era solido dentro era un magma in ebollizione. Intanto il silenzio tra di loro continuava a recitare una parte, ma con poca convinzione. Aggredito prima dal rumore delle foglie che crepitavano sotto i loro passi, aggredito poi da una manciata di parole, che una delle due, provò a lanciare come una pietra contro il muro. Una prova per dare avvio ad un dialogo. Aveva preso dalla pancia, dall’istinto, una chiave. Voleva vedere se riusciva ad aprire lo scrigno che aveva di fianco. Parole sussurrate appena, dette quasi con vergogna, mentre con la bocca si era avvicinata a sfiorare l’orecchio destro: “Come ti senti?’”. Era la chiave sbagliata. La serratura dello scrigno non scattò ma l’altra ragazza, pur non sorpresa da quella domanda, si fermò a guardarla. Le pupille si incontrarono e si riconobbero senza esitazione. Le mani degli occhi si toccarono senza muovere quelle del corpo. E come si toccarono si bagnarono di lucide lacrime ma nessuna le fece debordare dagli argini degli occhi. Le ciglia trattennero quello che dovevano trattenere. Poi la ragazza che aveva chiesto si spinse più avanti. Allungò la mano, infilandola sotto il braccio dell’altra. Un’altra chiave. Un altro modo per dirle, senza usare frasi fatte, voglio far parte del tuo mondo, lasciami entrare. La serratura fece prima una debolissima resistenza. Poi il rumore di apertura smosse il liquido che avevano negli occhi e da sottobraccio si trovarono abbracciate. Strette, una all’altra. Mille e mille parole si scambiarono in quel pomeriggio umido di novembre, senza dirsi nulla. Quando si staccarono da quell’abbraccio percepirono che quel dolore era uscito e diviso per due era diventato meno opprimente. Meno pesante. Avevano entrambe il cuore e l’anima carichi di chiodi. Ma sapevano come toglierseli a vicenda. Sapevano curarsi le ferite e camminare stringendo i denti. Col resto del mondo indossavano il calco, facendo finta di non provare dolore. Ma quando erano insieme quel calco si sbriciolava sotto il peso delle loro anime che spingevano per incastrarsi l’una nell’altra. Anime destinate ad appartenersi per sempre. Rifecero la via per tornare a casa. La fecero di corsa, come facevano da bambine quando si tenevano per mano, per non perdersi. Ora sorridono. La gente che le guarda le chiama “amiche” ma loro erano e sono di più. Erano due persone che si erano scelte, tra tante e che si sarebbero scelte ogni giorno. 
Erano e sono la miglior specie di “amica”: “quel tipo con cui puoi stare seduta in un portico e camminarci insieme, senza dire una parola, e quando vai via senti come se sia stata la miglior conversazione mai avuta.”

LA STRADA DEL RITORNO

Quella mano, la destra, è pietrificata. La pelle, i muscoli, le ossa, ogni minuscola cellula, sono diventati orfani. Orfani del calore. Derubati di una stretta che profumava di latte. Derubati del loro stesso sangue. Mano ora immobile nel gesto di dare ancora asilo ad una vita che stenta a tornare su. In attesa di chi, vincendo il buio di quella voragine, potesse davvero risalire ed afferrarla di nuovo. L’altra mano, la sinistra, trema. Assuefatta dalla paura si muove senza logica. Tocca e si infila tra i capelli, li smuove, li tira. Sembra voler strappare la realtà di quel momento e far posto alla speranza. Speranza che è ferma, intrappolata negli ingranaggi di un ascensore bloccato. Mano che cerca, senza riuscirci, di spostare l’attenzione su una scena che non è capace di mutare. Mano che articola movimenti, gesti, uniti a sei parole “Era qui, di fianco a me”. Parole che fuoriescono impietose, sempre uguali, sempre le stesse. Una cantilena incredula che strozza ad ogni secondo, minuto, ora che passa, anche l’ultimo anelito di speranza. Parole che rimbalzano sui muri della metropolitana ed esplodono prendendo mille traiettorie diverse tra la folla che si assiepa per guardare. Parole che coprono la voce della mente. Mente che urla, grida, senza emettere alcun suono. Mente che usa parole diverse. Mente che da asilo alla follia di un pensiero impossibile. “Ritorna, ridammi la mano.” Mente che guarda ed osserva la solitudine plasmarsi in quell’immagine. Immagine svanita nel nulla e che ricompare, severa, in mille gocce. Mille chiodi di lacrime che si conficcano sul pavimento. Lacrime che escono senza sosta da quegli occhi squarciati. Aperti in due e mai più richiusi quando l’allarme ha iniziato a suonare. Da quel momento il tempo, che non era stato donato per tutti, ha avuto una brusca frenata ed il presente si è chiuso quando le porte si sono aperte. Lei esce, passa nella porta del futuro. Marco resta, risucchiato nel passato, nell’intercapedine tra due mondi che mai più apparterranno ai suoi anni. Anni che si riavvolgono nella mente di sua madre. Madre che incredula, anestetizzata da quel dolore atroce, ancora parla con lui: “Marco, la strada del ritorno era nostra. Avremmo dovuto ripercorrerla insieme. Avremmo dovuto prendere la strada soleggiata. Quella dove i tigli sembrano aprire le braccia ed i fiori profumati ricamano tappeti meravigliosi. Le nostre impronte veloci li avrebbero smossi giusto un po’ ma la bellezza di quel paesaggio sarebbe rimasta immutata. La strada doveva essere quella: il sentiero della vita. Della nostra vita insieme. Mano per mano, come sempre, tu ed io. Avremmo guardato il percorso, ci saremmo scambiati un sorriso, non avremmo detto una parola. Poi tu mi avresti chiesto “Posso?” ed io ti avrei lasciato un attimo la mano. Ti avrei donato la libertà di fare l’ultimo tratto di corsa. Quei pochi metri che ti mancavano per abbracciare tuo padre. In quel momento solo il vento e l’aria del mattino avrebbero carezzato il nostro quotidiano. Alla fine saremmo giunti a casa, evitando di perderci. Ma la strada del ritorno aveva un bivio e l’altra direzione portava nella foresta, dove il buio ed il silenzio modificavano ogni percezione di serenità. Li era notte. Notte inoltrata. Amore mio, perché sei fuggito? Perché hai preso la strada della foresta? Io sono sola e non riesco più a vedere dove sei. La mia mano, quella che ti teneva, adesso si è annichila in un pugno, le unghie sono conficcate nella pelle ma non sento alcun dolore. Il mio cuore si è perso nel silenzio di quel vuoto che ti ha ingoiato senza che io potessi fare nulla. Se svegliandoti, stamattina, avessi potuto vedere che la morte si era svegliata con te, avrei richiuso le serrande e ti avrei lasciato dormire per tutta la vita. Invece ti ho perso così, nel silenzio di chi vive insieme e poi si lascia per sempre senza darsi neanche l’ultimo bacio di addio. Di te, ora che l’ignoto ha preso forma e sostanza, ho solo il tuo corpicino, corrotto da una caduta terribile e senza senso. C’è chi lo chiama destino, chi fatalità, chi errore umano. Io non so come si chiama morire a 4 anni in una metropolitana. So solo che la tua strada del ritorno è stata diversa dalla mia.”

In memoria di Marco

CHI VINCE ALLA FINE...

In memoria del prof. Aurelio Cangero
Sindaco di Sturno
Ogni cosa al mondo è il risultato di un conflitto. Un conflitto spesso senza fine. Un conflitto che genera altre lotte dalle sue stesse ceneri. Pensiamo al conflitto esistente in natura tra la notte ed il giorno. A quello più spirituale, tra il bene ed il male. A quello più terreno e carnale, tra la vita e la morte. Ma ci siamo chiesti perché la notte deve succedere al giorno? Perché il sole deve dileguarsi sotto il mantello pesante del buio notturno? Perché i tramonti durano giusto il tempo di trattenere il fiato e poi si tuffano nell’asfissiante silenzio della sera? Se la nostra vita è una lotta per la sopravvivenza, una battaglia persa in partenza, per quale ragione siamo costretti a venire al mondo? Se questa domanda ci lascia perplessi, se la mente inciampa in un ragionamento che fa fatica a definire un percorso esistenziale, allora siamo ancora appesi ad un filo d’incoscienza. Eppure se riusciamo a darci la risposta, se l’idea si lega immediatamente al perché delle cose, allora vuol dire che abbiamo consapevolezza. La consapevolezza di essere al mondo per una ragione che parte da un principio ed una fine: l’amore. L’amore avuto in dono da un essere più grande di noi, eppure invisibile ad occhio umano. L’amore avuto in dono da chi ci ha messi al mondo. L’amore che ci fa battere il cuore quando incontriamo una persona, sino ad allora, sconosciuta che diventa tutto il nostro mondo. L’amore che ci porta a spenderci per il prossimo, per chi ha avuto un destino meno fortunato del nostro. L’amore che ci fa sopravvivere alla morte. La consapevolezza di essere al mondo per dare e ricevere amore è la chiave, la risposta. La consapevolezza che il mondo inizia da noi e con noi continua, senza interruzioni. Gli indiani dicevano che anche nell’animo umano c’è un terribile combattimento: due lupi si contendono la supremazia su ogni essere umano. Uno è cattivo, mostra i denti rabbiosi ed è invidia, dolore, rimorso, avidità, arroganza, colpa, risentimento, superiorità, ego, bugie e falsità. L’altro è buono, mansueto, è gioia, pace, amore, speranza, serenità, empatia, generosità, verità, compassione, fede. Alla fine quale lupo vincerà? Semplicemente quello che nutriamo. Se cibiamo il primo lasceremo vincere il peggiore. Rimarremo uomini nell’aspetto ma animali feroci nel cuore. Se cibiamo il secondo saremo uomini nel corpo ed anche nell’anima. Saremo ciò che differenzia l’uomo da ogni altro essere vivente. Ed il secondo è quello che ha cibato anche Aurelio, nel corso di tutta la sua vita. Amore, rispetto, empatia, generosità, gioia, sono stati gli alimenti del suo quotidiano. E dalla lotta, da chi vince alla fine, dipende anche quello che rimarrà di noi quando la sera, la morte, arriverà a coprire ogni cosa con un velo di tristezza. Per questo Aurelio sarà, per i suoi cari, per i suoi amici, per chi lo ha conosciuto, quello che è stato sempre: una persona per bene. È vero, quello che siamo stati in vita ci permette di superare il dramma della morte attraverso i ricordi, nutriti dai sentimenti. Quel filo, quel legame con la terra e con chi rimane, non potrà mai spezzarsi semplicemente perché oramai si è fuori dalla vista umana. Se si è stati di esempio. Se si è vissuti con la consapevolezza del bene e di fare bene, allora niente e nessuno potrà mai offuscarne la memoria. Perché se è vero che la morte spegne il cuore è anche vero che quel battito si riaccende nel cuore di chi resta. Per questo il cuore di Aurelio batte ancora. 
                                

QUANTO BASTA


Può sembrare un movimento automatico. O forse dovremmo considerarla un’azione dai tratti scontati. Fatta per convenzione naturale e senza un fine diverso da quello che è. Il meccanismo prende le mosse dall’istinto. Quando il desiderio, la voglia, ha un incipit preciso. Sale dalla pancia, dalla pelle o, il più delle volte, dalla gola. Eppure non importa da quale strada parta, ciò che conta è dove arriva. La richiesta arriva nella testa e ci dice: “hai sete…bevi”. Allora, senza troppi formalismi, come semplicità impone, cerchiamo la bottiglia. La prendiamo, a mo di trofeo, riponendo nel suo contenuto la consapevolezza che ben presto, magari, ne saremo appagati. O, probabilmente, cambieremo bottiglia perché ciò che vogliamo è qualcosa di fresco, di buono, che ci lasci sulle papille quel determinato sapore. Allora svitiamo il tappo, afferriamo con l’altra mano il bicchiere e dentro ci versiamo quanto ci serve per placare la sete. Quanto basta. Quanto ci basta. Eppure in questa istintiva e naturale azione ci sono risvolti più profondi di quello che sembrano. Da come riempiamo il bicchiere c’è una chiara indicazione di quello che siamo e di quanto ne vogliamo. C’è chi lo riempie voracemente sino all’orlo. Sono quelli che chiamiamo “eccessivi”. Il liquido cade nel bicchiere e fa dei capitomboli, come i rivoli di una cascata. Battono sul fondo e, per ragioni di spazio, qualche goccia salta fuori. Il bicchiere diventa pieno, immediatamente, ci si ferma giusto in tempo per non farlo debordare. Così poi, per bere, bisogna appoggiarci lentamente le labbra. Bisogna essere cauti nei movimenti. Al minimo sussulto il liquido cadrebbe sul pavimento o sui vestiti ed andrebbe irrimediabilmente perso. Altri ne versano poco per volta. Assaporano e gustano a piccoli sorsi. Per timore che sia troppo freddo. Per timore di una congestione. O forse per timore e basta. Altri ne mettono, a loro parere, il giusto. Lasciano un dito o mezzo dall’orlo. Senza eccessi. Senza riduzioni. Sono quelli che fanno del “mezzo pieno” una virtù. Ma ci siamo chiesti cosa ci fa dire basta? Quanto deve essere alta o bassa la linea che divide il vuoto dal pieno? Quella linea ben può essere la misura dei nostri bisogni, dei nostri desideri. Siamo noi a deciderla. Spesso siamo noi che valutiamo quanto deve essere riempito il bicchiere. E quanto deve essere riempito lo decidiamo in base a quello che ci stiamo versando dentro. A volte ci accontentiamo di un sorso. Altre volte, il più delle volte, quel sorso non è abbastanza. Questo capita per l’amore. Più ne versiamo e più siamo assetati. L’amore è qualcosa che si rigenera da se stesso. Che riparte dalla fine. Che rinasce ogni volta desiderio, mai veramente sazio, di averne ed averne ancora. Altre volte siamo portati a bere senza volerlo. Perché non siamo noi a riempire il bicchiere, lo fa la vita, quando ci versa dentro il dolore. In quel caso assaporiamo e beviamo l’amaro senza riuscire a sputarlo. L’istinto ci dice di spaccare il bicchiere contro il muro ma poche volte ne siamo capaci. Poche volte ci ribelliamo. Spesso dal dolore ci lasciamo assuefare. E lo beviamo anche quando dovremmo semplicemente posare il bicchiere, dire basta. Eppure, come per tutti gli eccessi, anche le cose positive, prese in sovrabbondanza, mutano, non rimangono tali. Prendiamo ad esempio di nuovo l’amore. Quando è troppo, quando sovrabbonda, ci stacca i collegamenti con la ragione e con la realtà. La visuale diventa un cono. Si restringe. Sino a catapultarci nell’eccesso opposto. Quella meravigliosa luce che sino a poco prima brillava nel bicchiere ora diventa accecante. La vista inizia a sfocare. I colori sono indistinguibili. Quel liquido che stiamo bevendo, ad un certo punto, da zuccheroso ed appagante, diventa alcolico ed anestetizzante. Ubriacati di quell’eccesso facciamo le cose più assurde ed anche sbagliate. Vediamo ciò che non è. Ma forse questo è il punto. Bisognerebbe capire quanto basta. Quanto basta di tutto. Anche delle cose belle. Altrimenti potremmo essere assuefatti e drogati anche dalle cose positive. Il rischio è il coma, anche d’amore. Forse dovremmo fare come dicevano i latini: “In medio stat virtus”. O magari alzare la linea del bicchiere giusto di una tacchetta ma, per amor di Dio, niente eccessi. 

UNA MESSA IN MORA


Senza alcun dubbio Lui sa riconoscere le premesse. Riesce a capirlo prima di noi. Invia l’avviso al minimo accenno di crisi. E’ un modo per dirti “stai attento che poi la paghi”. Una sorta di messa in mora genetica dove l’avvocato è il nostro corpo. E non ha bisogno di usare inutili parole o frasi ad effetto ma ti da un tempo limite per fare la cosa giusta. Il suo metodo è semplice: ti rilascia immediatamente una scarica elettrica. La corrente viene veicolata dall’asse surrenale e da qui si infila prima nella pelle e poi fin dentro le ossa. Da li si confonde con il sudore freddo che ne deriva. Quello che percepisce il nostro corpo, la sensazione che nasce da un fatto esterno che apparentemente, secondo le nostre convinzioni o illusioni, non ha niente di critico, è la prima fase di una tempesta. È come una gocciolina solitaria che cade sul terreno arso dal sole. Chi la vede? Chi se ne accorge? Forse nessuno. Eppure la terra, bruciata dalla siccità, la sente come un’inondazione. Quella piccola goccia riesce a dare la percezione di un imminente temporale. Lo stesso avviene nel nostro sistema surrenale. Un antifurto montato su tutti i nostri piani emotivi. Il nostro corpo ci dice di non farci derubare. Derubare della nostra anima, della nostra essenza, della nostra vita. Lo fa per sopravvivenza. Una reazione istintiva al pericolo, in ogni sua forma. Sa che una volta rapinati siamo indifesi e deboli. Senza controllo. Eppure esiste una falla. Un punto di crisi. Il nostro sistema surrenale non fa alcuna differenza tra semplice agitazione, sforzo, tensione, paura, dubbio, rabbia. Quello che però è chiaro è che ci da la possibilità di capire. Ma, per decodificare il messaggio, dobbiamo essere bravi noi. Col primo impulso elettrico ti dice: attento, pericolo. Genera immediatamente un senso di turbamento. Un reticolo di formiche con le zampe chiodate sale dalla schiena e curva nello stomaco. Li muove i succhi gastrici e senti una fiammata. Il calore sale aggrappandosi alle pareti del collo e crea il nodo in gola. Da li una bottiglia di molotov esplode nelle tempie. Le gambe che tremano è la conseguenza immediata oltre allo stordimento di tutti i sensi. Se però non ascoltiamo la sua prima richiesta di attenzione allora decide di adottare una minima resistenza con le forze che riesce a mettere in campo. Senza il nostro aiuto crea una sorta di barriera. Eppure, molto spesso, la resistenza è troppo gracile per sopportare il peso della paura e dopo un po’, ecco il limite di tempo, arriva naturalmente il terzo stadio. L’epilogo, la fine: l’esaurimento. Ma, nonostante tutto, anche in questa fase, diciamo oltremodo difficile, non smette di darti il consiglio giusto. Ti dice e lo ripete senza sosta: vattene, corri, allontanati. Allora è chiaro che siamo noi che non sappiamo riconoscere i segnali di allarme. A volte siamo ciechi, sordi o meglio insensibili ai richiami del corpo. La mente, per delle ragioni che sfuggono alle regole della logica, costruisce una sorta di controreazione alle avvisaglie di crisi. Controreazione che, il più delle volte, rappresenta un vero e proprio suicidio. Pensiamoci bene. Se dessimo ascolto alle reazioni fisiologiche del nostro corpo magari non faremmo la scelta sbagliata. Magari non proseguiremmo per quella strada che sappiamo essere dissestata, piena di buche, di ostacoli. Se guardiamo bene i nostri piedi continuano ad inciampare. Continuiamo a cadere, a farci male, a ferirci, a perdere sangue eppure la nostra mente lo rifiuta. Rifiuta di ammettere l’errore. Di ammettere che si era sbagliata. E continua, incessantemente a proiettare un miraggio. Fa apparire quella strada soleggiata, ricca di vegetazione, apparentemente tranquilla. Ed anche se scappare è la cosa più comprensibile da fare, se l’istinto ti bussa e urla di aprirlo, spesso lasciamo che le cose ci vengano addosso senza opporre resistenza. Così ci allontaniamo dalla realtà e perseguiamo il sogno (che poi sogno non è)  e non ci accorgiamo di quanti lupi siano appostati dietro ai cespugli, pronti a sbranarci.

RIFLESSO


Spostò una mano leggermente in avanti. Le punte delle dita si sfiorarono appena. Da quell’abbozzato tocco, il ricamo di un’impronta evanescente, sentì che doveva essere tutto diverso. Gli occhi si denudarono del pesante torpore e sgranarono uno sguardo intenso. L’iride riprese il tono della vivacità. Le ciglia, con pochi battiti, fecero pulizia delle lacrime. Le pupille iniziarono a spostarsi in sincrono con quello che avevano davanti. I movimenti, che prima erano veloci, man mano diminuirono sino a fissarsi immobili: occhi negli occhi. Da quel contatto visivo ogni cosa prese l’originaria dimensione. La bambina impaurita uscì finalmente dal suo nascondino. Una donna la prese per mano, togliendola da quella zona d’ombra dove era rimasta ferma per troppo tempo. La portò verso il sole, alla luce degli anni che aveva adesso. In un guizzo di pensiero rivide le sue debolezze ed incastrò, come in un puzzle, ogni singolo attimo della sua vita. Ora che quella persona era davanti a lei, nient’altro aveva importanza. Se prima indietreggiava davanti a quella figura, assiepando i capelli sulla faccia per non farsi guardare, come se la vergogna fosse un muro da innalzare costantemente, adesso aveva fatto un piccolo passo, avvicinandosi. Sul pavimento aveva lasciato cadere i vestiti delle insicurezze, sciolto i lacci dei dubbi, staccato la maschera dei rimpianti. Istintivamente si era portata la mano sullo sterno. Cercava di capire dove fosse finito. Dove fosse finito quel dolore che fino a poco prima era appuntato sul petto come una spilla incandescente. Ora sentiva che era diventato pesante al pari di una piuma. E mentre si chiedeva il perché, era completamente scomparso. Scomparsa la sofferenza di non essere stata amata per quello che era. Scomparso il rimpianto di non aver provato l’ebbrezza di un amore sincero. Poi nella mente si catapultò un ricordo, di quando era stata felice per l’ultima volta. Quando la spensieratezza aveva ancora un significato inconsapevole. Quando le emozioni si lasciavano trascinare dalla leggerezza e non avevano catene pesanti, opprimenti. Allora, come quando aveva fatto il suo primo tuffo nel mare, non ebbe più alcuna esitazione e si diede la spinta. Respirò profondamente, arricciò le labbra, protese il collo e, incollando le mani in altre mani, diede vita ad un bacio. Così, quando le labbra si toccarono, quando la bocca prese lo stampo dell’altra bocca, rivelata nella sua essenza più intima, sulla superficie dello specchio, capì. Da quel bacio riflesso nello specchio, da quel bacio dato a se stessa, capì di dover cambiare il senso di quell’amore. Amore proteso nella direzione opposta alla sua. Capì che per essere riamata, con la giusta intensità, con la giusta dignità, bisognava prima di tutto amarsi. Ed il suo non amarsi aveva, col tempo, creato in lei una dipendenza. Dipendenza o sottomissione consapevole ad un amore che cercava fuori ma che non era mai partito da dentro. Dipendenza che man mano la stava distruggendo. E’ strano ma la relazione più dura, più complicata e più difficile da mantenere è quella che abbiamo con noi stessi. Se riusciamo a sopravvivere a questa, se riusciamo a donarci amore riusciremo a vivere l’amore per gli altri nel modo migliore. Senza dipendenze, sottomissioni, ansie e magari senza paranoie. Ed allora il “mi amo”, togliendo la prima posizione al “ti amo”, dipingerà una  prospettiva diversa della vita, senza ombre, senza inganni. Perché amarsi non è egoismo, è vaccinarsi per obbligo morale di sopravvivenza. Amarsi è cibarsi di dignità in un mondo dove, spesso, digiuniamo per anoressia d’amore.         

UNO SCRICCIOLO

Ricordo ancora il suono della sua voce. Se chiudo gli occhi posso sentire la melodia del timbro. Mi faceva salire sulle sue ginocchia, arrotolando il grembiule a fiorellini bianchi. Poi, con un fazzoletto profumato di lavanda, mi puliva gli angoli della bocca mentre io, imperterrita, continuavo a mordere un tozzo di pane su cui, lei stessa, aveva spalmato un cucchiaio abbondante di Nutella. Così iniziava il racconto, la storia di Scricciolo, l’uccellino che abitava nel bosco delle castagne. Scricciolo si svegliava ogni giorno alle prime luci dell’alba ed era l’unico che acchiappava vermi ed insetti per sopravvivere all’inverno. Sfidava le aquile che volavano basse, le volpi che si appostavano dietro i cespugli, i cacciatori che sparavano ad ogni cosa si muovesse. Non aveva paura o, se ne aveva, sapeva che la paura lo avrebbe fatto morire di fame. Sarebbe morto comunque e per questo tentava. Gli altri uccelli, invece, ozianti nel nido, rimanevano a bocca aperta, pigolanti di fame. La paura dei pericoli, l’inerzia di spiccare il volo, li avrebbe, ben presto, condannati a morte. 
Ed io che non capivo il senso, pur amando la storia per la fantasia che generava, solo ora comprendo. Lo hanno detto tutti: filosofi, scienziati, finanche i poeti hanno tracciato qual è la linea da seguire. Quella che alcuni chiamano carpe diem, altri definiscono con il proverbio “chi ha tempo non aspetti tempo” e che io identifico, semplicemente, in uno scricciolo. Lui viveva il suo tempo. Tempo che, come diceva mia nonna, non doveva essere sprecato. Era il suo modo per dirmi: se devi fare qualcosa falla adesso. Eppure questo ammonimento a volte pesa sullo sterno come un sasso. Magari per una ragione che apparentemente non è quella che sembra. Il più delle volte è paura. Paura di prendere una decisione perché la domanda che avanza è sempre quella: “e se sbaglio?” 
Ma di cosa si nutre la paura? Di certo si nutre della nostra insicurezza. Ne fa pasti luculliani ogni volta che noi la facciamo crescere, come l’erbaccia in un giardino lasciato incolto. Di sicuro si nutre della nostra fragilità. Fa diventare il pavimento di vetro, inizia a farci sentire lo scricchiolio, sussurrandoci all’orecchio: “guarda che si rompe, cadi!”. Istintivamente guardiamo di sotto, vediamo la voragine pronta a risucchiarci senza possibilità di salvezza: da lì cadere significa sfracellarsi. Di sicuro si ciba delle nostre incertezze. Magari le prende dalla testa non appena le sforniamo col pensiero. Pensiero che divaga e genera il dubbio del “se fare quella cosa”. Allora il cuore inizia a galoppare, corre lontano ma noi siamo fermi, dispersi nel nostro essere immobili. Capita quando ci troviamo di fronte ad una persona che ci chiede di scegliere. Una persona che ci toglie il fiato per quella cosa che ci bussa da dentro e chiamiamo sentimento. Sentimento d’amore, oppure d’odio, oppure di entrambe le cose. Aprirci al suo ingresso o lasciarla fuori? 
Capita quando la scelta, il più delle volte, sembra un enorme campo di battaglia con bombe che esplodono ovunque. Bombe che non hanno alcun ritegno dei corpi e li maciullano come carne per polpette. Eppure, nonostante tutto, quello che ci salva è agire. E’ scegliere, fare il passo, prendersi la responsabilità, farlo adesso. Non è fare domande che ci aiuta a vivere, è dare delle risposte che getta il cemento nelle fondamenta per farci crescere. E non importa che siano giuste o sbagliate, vanno date. Anche gli errori, soprattutto gli errori, ci fanno costruire il tetto. Ci fanno diventare adulti, responsabili e non eterni indecisi. Impareremo da uno scricciolo che è meglio svegliarsi all’alba, osservare il mondo e le sue contraddizioni, avere gli occhi ben aperti sul presente e, comunque, spiccare il volo. 
E’ meglio scendere a patti con la paura piuttosto che continuare, anche da svegli, a dormire. Questo perché anche il fallimento risulta preferibile al rimorso di non averci provato. Perché non provarci vuol dire fare come gli altri uccelli. Significa arrendersi all’ignoto inverno che prima o poi pasteggerà con le nostre anime. Anime rinchiuse nei corpi immobili, ancora nel nido. 
Anime affamate di risposte e defunte con la bocca aperta, magari in procinto di darle (quelle risposte) quando oramai sarà troppo tardi.  

WATERPROOF


E’ stato un meccanismo strano. Quello che avevo dentro, per una ragione che neanche adesso ho ben compreso, è venuto fuori senza chiedere permesso. Qualcuno la chiama intimità. Io la chiamo Giovanna. In entrambi i casi sono otto sillabe per dire: ecco questa sono io. Sono io nel cuore. Sono io nell’anima. Sai  tutto di me e mi puoi uccidere quando vuoi perché con te sono disarmata. Si perché questa parola, che più di una parola è un concetto legato mani e piedi alla nostra fottuta esistenza, trasmette, come su un canale satellitare con la parabola difettosa, quella che è la parte più oscura della mia vita. Vita fatta di paure, cadute, frustrazioni e di perché. Vita fatta di domande senza risposte esatte. Insomma, in una parola, quella che potremmo chiamare autopsia di chi siamo, dei nostri veri sentimenti. Quelli che non si riescono a nascondere tra i muscoli, la pelle, le ossa. Allora, quando trovi qualcuno che ti sdraia e ti mette con la faccia rivolta al soffitto e non puoi neanche stringere gli occhi per la luce accecante, capisci che sei nelle mani di chi ti sta sezionando. Ed io non posso dirti dove devi guardare. Da dove è nato questo mio essere due persone in una. Dove si nascondeva quella donna che è uscita in tutta la sua prepotenza. Tu sei il medico. Cerca dove si nascondeva.  Ma ti voglio solo spiegare come sono finita qua. Come sono morta. Com’è morta la donna che viveva in un corpo che non le apparteneva. Tu mi vedi adesso. Vedi la mia fisionomia. Mi vedi uomo. Eppure è apparenza. L’apparenza è come una puttana che non smette di indossare la maschera di una santa e non può essere mai viceversa. Perciò, se affondi il bisturi nel cuore, sentirai la lama che lo taglia in due ma nessun dolore porterà il mio corpo a contrarsi per lo spasmo. Sono sincera. Ho capito fin dal primo minuto che sarebbe stato questo il mio epilogo ma, allo stesso tempo, ho capito che non esiste niente per cui non farei le cose che ho fatto fin’ora. Nel bene e nel male, soprattutto nel secondo caso, ho vissuto. Ed anche quando ho avuto dei calci li ho presi come un modo per fare dei balzi in avanti. Ero ottimista. Poi, quando quello in cui ho creduto è franato nelle mie mani, mi sono sentita come se avessi partecipato ad un gioco al massacro. Dove chi vince non è chi arriva al traguardo ma chi butta la spugna. Chi gioca senza impegno vince, ritirandosi dalla competizione. Chi si impegna senza giocare ma arriva al traguardo, perde. Ed io che ero un’amante dell’arena adesso respiro fango ed acqua sporca. Già, se solo avessi capito che era tutto un gioco a quest’ora non starei su questo tavolo di marmo. Se solo avessi aperto gli occhi e ragionato come si dovrebbe, adesso non staremmo neanche a parlarne. Mi ritroverei, magari, a bere un mojito in un bar del lungomare di Rio. Eppure così non è stato. Ho incontrato lui e lui mi ha cambiata. Ho deciso di smetterla di fare la parte dell’uomo e vivere da donna. Senza risparmiare nulla. Senza maschere. Senza compromessi. Così Giovanni è diventato Giovanna. Se solo ci fosse stato un breviario per smascherare i falsi miti dei “ti amo” detti quasi per inerzia piuttosto che per passione adesso non sentirei questo freddo che mi sovrasta. Sono stato un folle ad amare un altro uomo. A volermi sentire donna, liberamente. Vedete, anche adesso confondo il femminile con il maschile. Folle ad amarlo in una società che mi costringeva a vivere secondo le regole e non secondo coscienza. Dove l’omosessualità sembra essere un concetto accettato solo da pochi filosofi depressi. La sua ultima frase è stata: “non posso fare questo a mia moglie”. Già, lui non poteva amarmi come volevo io. O forse mi amava ma non abbastanza da sfidare le convenzioni. Che figura avrebbe fatto con i suoi genitori? Con i suoi amici? Sul posto di lavoro? Ed io ho solo annuito. Non una lacrima. Avrei rovinato quel velo di rimmel che avevo messo per l’occasione. Eppure, se solo avessi saputo che quel giorno mi sarei uccisa, lanciandomi nel Tevere in piena, di sicuro lo avrei messo WATERPROOF.  

Se riuscissimo a rapirla...


Lo sguardo fisso. E’ la più bella. La vedi. Spicca tra tutte e sembra chiamare il tuo nome, senza che nessuno lo senta all’infuori di te. Il sogno dei sogni: una bicicletta. E tu sei così, immobile, con le mani giunte. Mani che stringono una cantilenante preghiera e sembra che dicano: “ti prego, ti prego, compramela.” Intanto la voce di tuo padre si fonde in uno sguardo di apparente approvazione. Finge di dire “si” ma in mezzo secondo capovolge la speranza che resta appesa ad un ricatto: “forse, se andrai bene a scuola”. Poi, il resto della storia si riavvolge nel vecchio nastro dei ricordi, rientrando nel passato mentre tu rimani fuori, più avanti, nel presente. A chi non è capitato, almeno una volta, che i ricordi si accendano da soli, a intermittenza, in un determinato momento della giornata? Lo fanno senza sforzo, senza impegno, quasi sciattamente. Da bambini le nostre maggiori preoccupazioni erano assimilabili alle costruzioni lego. Ogni pezzettino si incastrava senza difficoltà, ovunque. Se sul tetto mettevi la staccionata o se facevi una casa senza finestre non cambiava nulla. Il gioco era sempre quello ed era divertente. I sorrisi uscivano senza sforzi. Di pancia. Senza meditazione, quasi virali, contagiando te e chi ti stava di fianco. E come uscivano i sorrisi così uscivano le lacrime. Prima piccole poi a goccioloni. Pezzettoni liquidi di incomprensibili “picci” o “lavii” (come li chiamavano i nostri nonni) che avevano un’uscita ma anche un’entrata a risucchio. Se ne tornavano dentro con estrema facilità davanti ad una carezza, un gioco, un generoso pezzetto di torta al cioccolato. Eravamo così. Una porta girevole delle emozioni. Emozioni semplici. Senza pesi, senza limiti. Dove la felicità (anche assoluta) era una bicicletta nuova o andare in gita con gli amici e la tristezza (o la massima disperazione) era aver bucato il pallone nuovo o aver perduto la Barbie più bella. Da adulti ridiamo e piangiamo ugualmente, ma lo facciamo in maniera anomala, carichi (alcuni stracarichi) di responsabilità e convenzioni. E questi pesi ci costringono a vivere le emozioni con una maschera sul volto. Se ridiamo, anche se slanciati dalla felicità più pregnante, lo facciamo col freno tirato sulle gengive. Legati al preconcetto, a quello che ci è stato detto: “non farti vedere felice, che ridi, sarai giudicato un folle della vita e avrai su di te l’invidia della gente”. Quando piangiamo, anche se sottomessi al dolore più ineluttabile, lo facciamo mettendo un tappo ai dotti lacrimali, sempre per la solita storia del: “mai mostrarsi deboli perché la gente gode del tuo dolore”. Eppure se riuscissimo, scientemente e volontariamente, a catapultarci in uno di quei rewind (che spesso compaiono nella nostra mente senza essere richiesti) forse tutto cambierebbe. Se riuscissimo a riprenderci la materia di cui eravamo fatti; se riuscissimo a riprenderci quella pelle, quei muscoli, quelle ossa e quell’anima che abbiamo perduto chissà in quale momento della nostra vita; se riuscissimo a premere riavvolgi e beccare il minuto che ci serve, a rivestirci dell’animo giusto, quello di un bambino, allora tutto sembrerà modificarsi in pochi istanti. Ma cosa ci sarà mai nell’animo di un bambino da ricercarlo come il toccasana per ogni male? Se ci facciamo troppe domande finiremo per girare intorno al problema senza soluzione. Ma se ci facciamo guidare dall’istinto comprendiamo che quello che ci serve è la spontaneità. Quell’energia vitale che abbiamo perduto quando, da adulti, abbiamo fatto a botte con le responsabilità. Responsabilità che ci hanno cambiati, modificati, presi per mano e condotti, magari, nella direzione opposta a quella che volevamo. Allora, dico io, dovremmo provare a riprendercela (questa spontaneità) e rimetterla dove si trovava un tempo: nel nostro cuore. Se riuscissimo a rapirla dalla nostra infanzia...allora tutto prenderebbe una piega diversa. Perché dovremmo essere “spontanei come i bambini che, quando vogliono una carezza, ti prendono la mano e se la mettono sul viso”. 

Io, ad esempio...

Se mi guardo intorno non posso fare a meno di pensare a com’era la mia esistenza quando vedevo i colori. 
Al gusto voluttuoso di scoprire ogni traccia, densa o sfumata, di brio, di espressività, di vita. 
Dal rosso vermiglio di un bocciolo di rosa appena schiuso, al verde smeraldo degli occhi di mia figlia appena sveglia. 
Dall’azzurro indaco di un cielo terso, brillante, così uguale agli occhi di mio figlio, al giallo ocra di un sole estivo che scalda la sabbia dorata. 
Eppure, nonostante tutto, firmerei una cambiale in bianco per rimanere così come sono e dove sono. In questo mondo opaco, dai margini sbiaditi, bianco e nero, ma con gli occhi aperti alla luce, allo sguardo basilare e sufficiente per dire: sono viva. Questo perché so, perché sono consapevole, che tutto, da un momento all’altro, potrebbe precipitare. Ritornerei nel buio totale (o peggio ancora). I dottori la chiamano recidiva ed hanno etichettato il mio presente e le mie aspirazioni incollandoci un post-it con su scritto: “a rischio”. Allora ogni cosa cambia ed ogni cosa ti cambia. E’ strano ma è così. Siamo alla perenne ricerca della verità. Vogliamo sapere tutto, a qualunque costo. Ma quando sappiamo che succede? Vorremmo non aver saputo? Sapere è come avere la punta di un coltello ferma sul cuore. Punta che, ad ogni respiro, abbozza un affondo e punge, fa male ma non ti uccide (almeno per ora).  Io, ad esempio, avrei voluto non sapere. 
Non sapere di stare in equilibrio su una fune sottile. 
Non sapere che cadere o rimanere in piedi non dipende da me ma da qualcosa che, all’improvviso, muove la fune o mi spinge. 
Non sapere di essere diventata, mio malgrado, una funambola del destino. Ma in questa forzata (e purtroppo consapevole) condizione penso alla disattenzione che ci portiamo dietro quando abbiamo tutto quello che ci serve e non ce ne rendiamo  conto, almeno fino a che non perdiamo quello che abbiamo dato per scontato. E non mi riferisco soltanto ad un concetto fisico ma ad ogni cosa. Sia che ci appartenga come corpo, sia che ci graviti intorno come relazione. Alla fine dei conti quando questo accade, quando perdiamo qualcosa o qualcuno che prima non valorizzavamo, capiamo. Capiamo che sono gli attimi che costruiscono una vita e non gli anni. Attimi che dovremmo apprezzare (nel momento in cui accadono) e custodire: ci serviranno come balsamo per sciogliere i nodi di sconforto che prima o poi capiteranno. Capiamo che sono le persone che incontriamo a darci lezioni ed insegnamenti utili per vivere (ed anche sopravvivere), non la scuola, l’università, i master. Insegnamenti che ci faranno capire il senso delle relazioni, la differenza tra l’amore e le illusioni d’amore. Eppure, spesso, traslasciamo la concretezza del primo, dandone per scontata la presenza, rincorrendo le evanescenze. Quelle farfalle che mai prenderemo nella rete. E quando rimarremo senza fiato, per aver corso troppo, capiremo che il nostro viaggio è stato senza meta e, voltandoci indietro, vedremo l’altra sedia vuota o magari occupata. Capiamo che è camminare a piedi scalzi e non prendere la macchina, il treno, l’aereo, a farci spostare di posizione. Capiamo che sono le ferite a vaccinarci, a permetterci di prendere delle decisioni (giuste o sbagliate che siano) e non i consigli dell’amico, della madre, della zia o di chi si arroga il diritto di dirci che pulsante pigiare. Ed allora ogni particolare diventa fondamentale. Ogni emozione diventa respiro, ogni battito diventa sangue, ogni cellula diventa corpo, ed ogni cosa diventa di fondamentale importanza per la vita stessa. Niente è più superfluo, tutto è essenziale. Perché spesso una cosa diventa importante non quando c’è, quando crea uno spazio da occupare ma quando forma un vuoto da riempire, nel momento in cui non c’è più.  

Resto - Sono nell'anima un lupo

In questa immensa Irpinia voglio vivere il presente, attendere il futuro. 
Resto, inconsapevolmente vivo, nella terra dei miei natali. 
Senza il bisogno di sapere perché, senza attendere la salvezza. 
Perché sono nell'anima un Lupo ed il mio spirito è vincolato a lei. 
La terra che mi ha generato.
Io la vedo e Lei non ha modo di nascondersi, è ovunque.  
Lascia che il mondo le cammini addosso. Senza dire una parola. Senza fiatare. Accoglie ogni cosa, la fa sua, marchiandola con il fuoco del suo nucleo vitale. 
Ed anche quando una fame vorace l'assale, fertilizzante per la sua linfa, si prende giusto il tempo di morire per poi rinnovarsi nuovamente. 
Non serve girare lo sguardo nel vuoto, basta fermarsi in un campo incolto. Raccogliere una zolla, sfregala nella mano. 
Ha consistenza e colore, quasi una fragranza familiare. 
Solco che incolla la vita ad una vita, ci sporchiamo di lei, di quello che è. Ancestrale è la sua origine. In essa ogni cosa si fonde.  
Se mi fermo ad ascoltare, posso sentire la sua voce.
Dalle profonde depressioni delle vallate, si inerpica lungo i crinali. 
L’esplosione del mattino la moltiplica. 
Infinite schegge si conficcano nelle cellule di ogni essere vivente e prende dimora dentro di noi, senza fare differenza.
Afflato e lignaggio di tutto quello che sarà, si fonde nel tempo, il nostro tempo. Tempo che la rende uguale e diversa ogni giorno. 
Tempo che scorre, impaziente, per vedere le orme dei miei passi che si fermano a riposare. 
E quando sarò lì, sentirò il caldo ventre della nascita. 
Ha braccia solide e profonde per accogliermi al sicuro dagli spettri della notte. Morire per lei non sarà mai una fine ma la riscoperta di quello che eravamo in principio. 
Lei è la terra, quello che eravamo prima di prendere forma e respirare.  Lei è la madre e la matrigna, il principio e la fine di ogni cosa. 
Ed io, in questa terra, mi sento un figlio ed un padrone. 
Dallo strappo ombelicale al primo vagito, la mia carne prende forma, la voce segue il passo. 
Ululati che prendono la salita di un respiro. Respiro prima asfittico e poi così grande da contenere tutta una vita: la mia. 
Mi ritrovo come nel cono di una bottiglia, la terra mi chiama. 
Vuole essere abitata, vissuta, amata, protetta, anche con i denti. 
Denti affilati, taglienti, magari sporchi di sangue. Sangue di fame e miseria. Sangue di lavoro e abbandono. Sangue di silenzio e umiliazioni. Sangue di illusioni e negazioni. 
Sangue necessario per la sopravvivenza.
Da dove esco entro: dal grembo di mia madre alle verdi terre di questo immenso paesaggio dipinto dalla storia.  
Il destino ha segnato questa carne nella terra dei lupi, scenari e dimensioni che tracciano un silenzio quasi assurdo. 
Appartengo a questo luogo, spazio condiviso con l'anima inquieta. Sintesi di giorni neri e bianchi. Senza, potrei diventare evanescente, sparire. 
La genesi è questa, un lupo che scende dai boschi. 
Un cesello di rabbia nella quiete di luoghi meravigliosi. 
Potrei cibarmi solo di ricordi, rimarrei un cucciolo per sempre. 
Eppure non si può evitare il pensiero di fuggire. 
Vedo una via d’uscita, l’angolo dove incuneare il distacco. 
Se corro e non mi fermo, potrei lasciarla senza rimpianti, romperei il vetro, anelerei la fusione in altre vite. 
Non ho il coraggio di scappare. Ho la forza di restare.  
Voglio rimanere, gli spiriti chiedono vite da osservare, fiammelle per rischiarare le notti del passato. 
Non c’è nessuno che voglia essere veramente dimenticato. 
In questa immensa Irpinia voglio vivere il presente, attendere il futuro. 
Resto, inconsapevolmente vivo, nella terra dei miei natali.
Senza il bisogno di sapere perché, senza attendere la salvezza. 
Perché sono nell'anima un Lupo ed il mio spirito è vincolato a lei. 
La terra che mi ha generato.

LINEE...

"se siamo pronti a correre il rischio possiamo finalmente vedere che la vita…dall'altra parte del confine…è spettacolare"

A volte basta un giro di sguardi per comprendere quello che ci circonda. Per recepire quello che separa o avvicina una cosa, una persona, al nostro nucleo di vita. Distanze e vicinanze, due elementi interdipendenti che possiamo calcolare anche in termini geometrici. La vicinanza è qualcosa che ci mette a pochi centimetri dall’altro. Quando è intima diventa senso di appartenenza. In questo caso il nostro nucleo si fonde con quello di un altro ed i centimetri spariscono. Pensiamo al rapporto madre/figlio oppure a due amanti. Quando è amicale, la maglia si allarga e si sviluppano relazioni tra persone che si sentono a proprio agio, si è più obbiettivi e meno invischiati come accade nella relazione intima. Quando è sociale, infine pubblica, aumenta lo spazio. Qui ci sono i contatti meno profondi, più convenzionali, formali o quelli regolati da precisi protocolli (ad esempio la distanza che separa l’insegnante dalla classe, il manager dai dipendenti). Possiamo però, in ogni caso, azzardare che all’origine di tutto esiste una linea. Linea che fruttifica altre linee dando origine ad una reticolata architettura fatta di confini. Confini che dividono spazi. E non parliamo di spazi territoriali/geografici bensì della nostra geografia emotiva. Di quei confini tra noi e gli altri. In questo caso oltre alla vista, che ci aiuta nell’empatia o nel rifiuto (pensiamo ai neuroni specchio che ci mettono nella condizione di avvicinarci all’altro), altri sensi giocano un ruolo importante nella percezione delle distanze. Il tatto ci permette di toccarle, sentirci vicini; di respingerle, sentirci lontani. L’olfatto ci permette di mediare la vicinanza o lontananza in base all’odore che ha l’altro. L’udito invece ci permette di recepire informazioni sulla vicinanza emozionale. Il tono, il timbro della voce, ci mostra l’emotività dell’altro e quindi la sua distanza da noi. Così, se andiamo oltre il raggio della realtà, ecco cosa appare nel territorio dell’essere umano, quello seminato dalla vita. Il più delle volte esistono delle barriere che mettiamo tra noi e l’altro. Altre volte sono delle interfacce, un modo per dividere ma anche per mettere a contatto pressioni contrapposte, fonti potenziali di conflitti e tensioni. I confini che l’uomo stesso traccia, invisibili, nella sua vita, diventano relazioni con il simile e contrapposizioni col diverso. Qui i confini sono definiti per creare differenze, per distinguerci dagli altri. Creando differenze incidiamo sulle probabilità, modificandole. Rendiamo certi eventi probabili, altri meno, se non addirittura impossibili. Poi ci sono quelli che chiamiamo confini spontanei, creati naturalmente per evitare una commistione. Ogni confine, però, ha una falla che spesso espropria il concetto stesso di identità privata. Di quella proprietà sentimentale o intellettuale che ci siamo creati. Parliamo del destino. Destino che modifica i confini facendo nascere incontri, interazioni, creando fusione di orizzonti cognitivi. Questa è (chiamatela come volete) l’innaturale o naturale risposta a chi crede che il confine protegga dall'inatteso e dall'imprevedibile. Quando si ha paura, quando si è paralizzati dalle preoccupazioni che ci rendono incapaci di agire, in quel momento facciamo subentrare i confini. Le linee spinate che ci separano e dove, virtualmente, ci muoviamo e ci diamo sicurezza. Ma, facendo questo, riduciamo tutto ad una questione di linee, di confini. E’ vero però che, molte volte, le barriere sono necessarie per sopravvivere. Spesso gli altri sono troppo complicati o troppo opposti e confliggenti con il nostro mondo privato che, nell’ipotetica interazione, sappiamo già chi sarà ad uscirne ferito. Ed allora occorre mettere dei particolari confini, chiamiamoli di sopravvivenza. Tracciare quella linea immaginaria e pregare intensamente che nessuno sconfini, che nessuno l’attraversi contro la nostra volontà. Poi, ad un certo punto della storia, si comprende, che i confini non tengono solo fuori gli altri ma servono a soffocarci. Se abbiamo scelto di vivere in uno spazio che ogni giorno traccia un nuovo confine, vediamo che il nostro metro quadrato si restringe a dismisura. Allora comprendiamo che abbiamo due opzioni: sprecare la vita a tracciare confini oppure decidere di vivere superandoli (anche se ci sono, spesso, dei confini che è decisamente troppo pericoloso varcare). Però se siamo pronti a correre il rischio possiamo finalmente vedere che la vita…dall'altra parte del confine…è spettacolare.

DUE PAROLE


Esistono due parole. Parole che identificano una partenza, un avvio ed il suo necessario compimento, l’epilogo. Che definiscono la materia multiforme della nostra esistenza. Le sue costanti ed incostanti contraddizioni. Le fasi alterne di quello che si muove sotto i nostri piedi. Il mondo che gira e con esso il tempo che corre, e ci percorre, inesorabile. Parole opposte, non solo in ordine cronologico. La prima, dinamica ed aperta al futuro: INIZIO. L’altra, statica e chiusa, un punto morto, che tallona la prima come un segugio: FINE. Parole che si alternano e si rincorrono come in un gioco di ruoli dove, forse, si comprende il vero senso delle cose solo quando queste sono arrivate a destinazione, finite. Probabilmente è davvero questa la vita: iniziare relazioni, amicizie, conoscenze; iniziare delle cose, un progetto, un libro, una mela. Poi, complice il tempo, non si sa quando, arriva su tutto la parola FINE. Fine della relazione, lasciarsi, diventare nemici o dimenticarsi; oppure conclusione del progetto, chiudere il libro, buttare il torsolo. Ed ogni giorno assistiamo, da spettatori o interpreti, ad ingressi ed uscite di persone che passano per pochi attimi, giorni, mesi o anni nella nostra vita. Persone, individui, a cui vorremmo dare una certa durata, anche se spesso sono loro a darsene una. Con alcuni vorremmo stipulare un contratto a tempo indeterminato. Illudendoci di staccare il biglietto della pensione insieme a loro. Ma dimentichiamo che ogni individuo si porta dietro un vissuto, un passato, sensazioni, emozioni ed un carattere che, per natura, spesso è indefinito, magari labile o incostante oppure semplicemente opposto al nostro. E non possiamo trattenerli contro la loro volontà. Perché per legare un sentimento, per evitare che quel nodo ci strozzi, bisogna legarsi prima l’anima e poi il corpo. Il desiderio di salvare questi legami dalla fine è come cercare un cibo senza scadenza, da consumare sempre, quotidianamente e, ad ogni morso, vederlo sempre rinnovato e rinnovarsi da quello. Ma esiste? La realtà è visibilmente chiara ma, spesso, vogliamo essere ciechi. Consapevolmente illusi cerchiamo l’amore, l’amicizia, la lealtà, la sincerità accompagnate dal finto carrozzone del “PER SEMPRE”. Eppure, il più delle volte, la maggior parte dei rapporti si rivela a scadenza. Ammettiamolo: siamo i dannati del part-time o delle collaborazioni a progetto (queste ultime deleterie perché basate sull’opportunismo). Tutto ha un Incipit e tutto ha un Exitus, come dicevano i latini. Se vogliamo essere cosmopoliti tutto ha un Begin ed un The End. Se vogliamo essere sognatori tutto ha un “C’era una volta”, una frase che presuppone l’inesistenza attuale di quella cosa. Nel viaggio della vita si parte e si arriva. Ma è l’avventura di iniziare, di partire, pur sapendo che esiste una conclusione ignota, che ci fa essere umani. Se l’essere umano ha una fine terrena perché ci stupiamo se quello che ci circonda poi finisce? Tutto, anche le cose più semplici, non necessariamente i sentimenti, si consuma. Si disintegra, si esaurisce. Dal fiore che sboccia ed appassisce ad una volgare ricarica per il cellulare che ci lascia senza minuti. Ed allora, se finiscono le cose concrete, come potrebbero durare le cose astratte come l’amore, l’amicizia? Non vi darò una risposta. Ma diamocela da soli, singolarmente, e che sia onesta. Però posso dire che, se dipendesse da noi, possiamo decidere quanto far durare ciò che abbiamo. Possiamo decidere dove mettere la parola fine ed anche se metterla. Poi, quando succede che non siamo noi a deciderlo dobbiamo accettare la conclusione che ci viene imposta. Qualunque essa sia. Questa è la VITA, il nostro alfabeto quotidiano, dove c’è una A ed anche una Z. Ma se la capovolgiamo, se vediamo la Fine come un punto, possiamo anche vedere il “da capo”. E quello può essere un nuovo inizio. Una possibilità o probabilità che possiamo decidere di giocarci nella roulette del tempo, sino all’ultimo dei nostri giorni. Eppure, se diventassimo consapevoli di tutto ciò, di queste scadenze, di questi capolinea, impareremmo ad apprezzare le cose, tutte, soprattutto quelle che durano di meno. Ma, non ce lo dimentichiamo, come finisce il bello così finisce anche il brutto. La sofferenza, il dolore, la rabbia. Tutto passa si dice. Beh si, mi risponderete, passa ma dentro resta, lascia il segno. Ed allora dovremmo permettere anche alle cose belle di lasciare il segno. Pensiamoci perché magari, nel pesare il bello ed il brutto, è probabile che il bello superi tutto. Ricordiamoci che tutto ha una fine. Anche il male, prima o poi, finisce ma è la capacità di andare “da capo” che poi fa la differenza.  

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