L'ombra dei Padri di Angela Caputo (Atile Edizioni) esprime una narrativa simbolica ma densa, che porta il peso archetipico del titolo con piena consapevolezza, a metà strada, quasi sul segno del confine, tra romanzo familiare e thriller psicologico, lo spazio più fertile della letteratura, il punto dove la forma cede e la verità emerge come se fosse una sementa di luce. Il libro, all’ora giusta, arriva alla mia lettura portando in dono qualcosa che assomiglia a una ferita già nota, avete presente un odore familiare di terra umida e promesse mancate? Ecco quello. Ma vorrei andare per gradi…
Angela Caputo giunge alla scrittura dopo un percorso che ha attraversato il giornalismo, l'editing, la ricerca storica, una formazione stratificata che si legge, anche, nella tessitura del testo, nella precisione con cui ogni dettaglio è scelto, nella qualità dell'attenzione che questa scrittrice porta sul mondo dei suoi personaggi. La sua è una voce che conosce la differenza tra il silenzio significante e il silenzio vuoto, e lavora sempre nell’habitat del primo.
Promesse limbiche a parte, esistenze leganti e attrattive nel margine dell’ignoto, fatemi dire, innanzitutto, che il romanzo si apre geograficamente su un luogo impreciso (non vi dirò il nome perché non è mia tradizione spoilerare troppo) che diventa, proprio per questo, universale. Qui, come in un pozzo ricoperto di rovi ed edera selvaggia, la comunità custodisce misteri come si tiene al riparto la sacralità di un altare, con quella devozione e quella paura che penetrano nelle ossa e nel sangue, quasi una metempsicosi fatta di nebbia avvolgente e tensione. E quindi, per estensione, malattie inspiegabili, nascite definite miracolose, morti improvvise, compaiono nella trama, per accumulo, e si presentano accadimenti con la lentezza rituale che il lettore deve meritarsi la verità attraversando l'inquietudine. Al centro di tutto, il padre…o meglio i padri, nella loro pluralità, nella loro moltiplicazione attraverso le generazioni, nella loro capacità di essere presenza e assenza al tempo stesso, carne e ombra.
Anche il titolo L'ombra dei Padri porta con sé una doppia valenza che Caputo esplora con sagace intelligenza narrativa ma con l’empatia di madre, elemento questo indispensabile alla comprensione della sua scrittura. L'ombra diventa, quindi, proiezione, quella che i padri gettano sui figli, lunga, persistente, impossibile da schivare anche quando si cammina in piena luce. Poi, a seguire, diventa oscuramento, ciò che i padri nascondono, tengono sepolto, tramandano in codice attraverso il silenzio o attraverso storie che cambiano forma a ogni racconto. Carl Gustav Jung chiamava Shadow quella parte di noi che rifiutiamo di riconoscere, che seppelliamo nei piani bassi della psiche perché troppo scomoda, troppo contraddittoria, troppo vicina a ciò che non vogliamo essere. L'Ombra junghiana è il rimosso, il non detto, l'energia psichica che continua a operare nell'oscurità proprio perché la coscienza si rifiuta di guardarla. E i padri, nella loro funzione simbolica prima ancora che biografica, sono i primi custodi di questa ombra: la trasmettono senza saperlo, la depositano nei figli attraverso silenzi, gesti ripetuti, storie che cambiano forma a ogni racconto. Quello che Caputo costruisce in questo romanzo è precisamente questo meccanismo: un'eredità psichica che si tramanda di generazione in generazione non come un bene, ma come un peso non elaborato, una questione irrisolta che cerca corpo nuovo in cui abitare. Per questo, leggere L'ombra dei Padri con Jung accanto significa riconoscere che il vero antagonista della narrazione è una struttura, quell'ombra collettiva di una famiglia che ha imparato a sopravvivere attraverso la rimozione, e che ora, nelle generazioni più giovani, chiede finalmente di essere vista.
Allora la famiglia come sistema di rimozione collettiva è forse questa l'intuizione più potente che Caputo sviluppa con una scrittura che sa essere tagliente senza mai diventare fredda per quella capacità di sostenere simultaneamente il registro del quotidiano e quello del mito. Le scene domestiche portano nel centro della visione una tensione sotterranea che il lettore avverte prima ancora di capirne l'origine. L’accumulo emotivo, costruisce l'atmosfera mattone su mattone, e poi, quando l'edificio è alto abbastanza, inizia a vibrare. Il ritmo narrativo rispecchia questa logica: serrato nei momenti di snodo, più ampio e respirante nelle sequenze che trattano la memoria, il corpo, il lutto.
Si comprende, dunque, perché la Biennale Milano Art Expo 2026 [manifestazione ideata e curata da Salvo Nugnes, svoltasi dal 20 al 24 marzo nella cornice di Palazzo Stampa di Soncino, nel cuore di Milano] abbia selezionato questo lavoro tra i protagonisti di una rassegna multidisciplinare che ha riunito artisti provenienti da oltre sessanta Paesi. Un evento che mette in dialogo linguaggi diversi [arti visive, letteratura, fotografia, scultura, musica, poesia] e che sceglie le proprie presenze letterarie con criterio: non la notorietà del nome, ma la qualità dell'opera, la sua capacità di parlare a sensibilità lontane.
Ma quello che resta, dopo la lettura, è una domanda: fino a che punto siamo costruiti dall'ombra di chi ci ha preceduto? L’autrice lascia questa domanda aperta, non per incapacità di risposta, ma per rispetto della complessità…perché i veri scrittori fanno così: portano il lettore fino alla soglia, e poi si fermano, e aspettano che sia lui a varcarla.
L'ombra dei Padri [di cui ho curato la copertina] è un libro che segna, incide, rimane e poi torna, come le stagioni dell’esistenza, a interrogarci…