domenica 22 marzo 2026

La follia poetica che rivela il femminile: leggendo "Memorie di una Janara"

A cura di Raffaella Rossi

Quando leggo le poesie di Emanuela, leggo poesia nel vero senso della parola: la poesia deve essere rivelatrice, ma non degli eventi che accadono (per questi ci sono i diari), la poesia è comprensione di come si reagisce alla storia, alla vita, alle situazioni. Ciò che accade quando si scrive è inspiegabile: in un verso c’è lo sguardo del poeta e per quanto il lettore possa interrogarsi, in esso cercherà sempre la sua esperienza; nella poesia -oltre alla trascendenza- c’è qualcosa di vero, di reale, il quale viene fuori in modo così lucido e dettagliato che, se avessimo voluto dirlo con un linguaggio privo di metafore, simboli e immagini, non saremmo stati capaci. Perciò mi piace la connessione tra poesia e psicologia, la poesia è nata molto prima, ma in entrambi i casi è il linguaggio che fa venire fuori gli stati emotivi attraverso i ritmi, le pause, i silenzi e anche con reazioni corporee.

La Janara è una specie di poetessa, mi soffermerei su questo aspetto: un poeta sfiora la follia perché deve immaginare, relazionarsi con quel mondo interiore di cui parlavo prima, non è cosa facile, come facile non sarà stata la vita delle Janare che nel libro di Emanuela sono innanzitutto delle donne, non soltanto preparatrici di pozioni magiche o assidue frequentatrici di riti e boschi, l’autrice scrive: “(…) Ogni Janara ha un vissuto che merita di essere ascoltato, riscoperto, svelato.” L’ascolto diventa fondamentale per la stesura dei versi.
La Janara ha un vissuto, una memoria, vive le sue angosce, la sua tristezza, il dolore e le gioie. L’autrice credo che abbia usato questa figura, non per accentuare la pericolosità propria della strega (sappiamo che le Janare sono un intreccio di tradizioni popolari, superstizioni locali e mitologia antica), nel libro si parla di poesie e di racconti che senza la connessione con l’Io più profondo non sarebbero venute fuori; l’intenzione, a mio avviso, è stata di portare il lettore in un mondo “diverso”, o per lo più sconosciuto. La poesia spaventa a volte, proprio perché si deve scendere a compromessi con l’irrazionale che c’è in noi, fare poesia è follia, ma la follia della poesia non a che fare con depressioni o robe simili, la poesia è una sfida per afferrare ciò che in noi persiste e grida per venir fuori, quella voce interiore che anche le Janare sentivano. Loro liberavano la voce interna con le parole magiche e i riti, la poetessa lo fa con i versi. Il poeta non è un eroe, forse è un po' profeta -come la Janara non era una strega, ma una donna emancipata a cui stava stretta la società, lei considerata diversa perché non faceva parte dello standard comune e, studiando i cicli della natura, aveva imparato a conoscere e a guarire. Questa storia poetica narrata da Emanuela si sviluppa intorno a Michele, un ragazzino che durante la sua pedalata tra le strade di campagna, trova un libro antico, un diario in cui sono raccolte, appunto, le memorie di una Janara. Michele corre da sua sorella Ginevra per leggere insieme il libro e da quest’avventura verranno fuori testi e poesie che l’autrice scrive, secondo me, per dire che bisogna spingersi un po' oltre il proprio naso, dove la maggior parte degli esseri umani non vuole andare, perché fermarsi all’apparenza è la cosa più semplice che si possa fare, andare oltre, anche nei terreni impervi, fa paura. Perciò bisogna essere padroni della propria vita e consapevoli di se stessi, solo così l’esperienza della nostra esistenza può avere un aspetto determinante e credibile. Avere consapevolezza della propria vita serve a superare qualunque disarmonia e crescere in qualsiasi terreno possibile, anche in terra bruciata. Credo che questo libro sia una delle dediche più belle che l’autrice abbia potuto fare ai propri figli. Ho notato subito la foglia di betulla in copertina: l’albero di betulla ha un’eleganza innata, è bello, slanciato, ma per diventare tale sopporta ogni cosa e cresce dove altri alberi non osano svilupparsi: nella vita nulla accade per nuocere, ma dal dolore si possono ricavare esperienze anche positive. C’è un passaggio in un testo del libro, in cui l’autrice scrive: “Michele, le persone hanno sempre avuto paura di ciò che non capiscono, ma noi adesso abbiamo un’opportunità unica…possiamo scoprire le Janare non nel modo in cui la gente le immaginava (…)”.
Emanuela ci fa capire attraverso l’allegoria della Janara che il diverso può spaventare, ma con le sue poesie ci porta dentro questo mondo magico, quello di una donna libera, accusata ingiustamente per essere stata se stessa e si sa che le donne forti hanno sempre fatto paura. Questa non è una storia che si perde o si chiude tra le pagine, donne come le Janare credo, esistono tutt’oggi, non faranno magie ma sicuramente il loro intuito e la loro conoscenza del mondo illuminano l’essenza della vita, senza seguire canoni o percorsi logici-scientifici.
Alcune poesie tratte da Memorie di una Janara
E tu, che mi respiri nel cuore
allunga questo presente al domani
ricama ancora filigrane di brina
albe a schiudersi negli occhi
accendi costellazioni sul mio cammino
parlami con la voce fondente della notte
ma vegliami sempre dal sonno
col richiamo della rondine
che torna al suo nido
~~~
Piangere
non è arrendersi
è lasciar uscire
per la via delle lacrime
operose formiche
Le vedi muoversi in fila indiana
per liberare il cuore
portando addosso
tre volte il peso
del dolore
~~~
È una questione d'incastri
certe anime si ritrovano
nel punto esatto in cui la mancanza
ha lasciato un vuoto
Il resto della gente non capirà mai
perché a distanza di anni
ancora versiamo lacrime
su rami secchi
orfani di fiorescenze
Devoti alla nostra elegia d'utopia
la respiriamo a vicenda
in una staffetta di tristezze

L'Ombra che parla - Angela Caputo e il romanzo del sangue, del tempo, dei padri


L'ombra dei Padri di Angela Caputo (Atile Edizioni) esprime una narrativa simbolica ma densa, che porta il peso archetipico del titolo con piena consapevolezza, a metà strada, quasi sul segno del confine, tra romanzo familiare e thriller psicologico, lo spazio più fertile della letteratura, il punto dove la forma cede e la verità emerge come se fosse una sementa di luce.  Il libro, all’ora giusta, arriva alla mia lettura portando in dono qualcosa che assomiglia a una ferita già nota, avete presente un odore familiare di terra umida e promesse mancate? Ecco quello. Ma vorrei andare per gradi…

Angela Caputo giunge alla scrittura dopo un percorso che ha attraversato il giornalismo, l'editing, la ricerca storica, una formazione stratificata che si legge, anche, nella tessitura del testo, nella precisione con cui ogni dettaglio è scelto, nella qualità dell'attenzione che questa scrittrice porta sul mondo dei suoi personaggi. La sua è una voce che conosce la differenza tra il silenzio significante e il silenzio vuoto, e lavora sempre nell’habitat del primo. 

Promesse limbiche a parte, esistenze leganti e attrattive nel margine dell’ignoto, fatemi dire, innanzitutto, che il romanzo si apre geograficamente su un luogo impreciso (non vi dirò il nome perché non è mia tradizione spoilerare troppo) che diventa, proprio per questo, universale. Qui, come in un pozzo ricoperto di rovi ed edera selvaggia, la comunità custodisce misteri come si tiene al riparto la sacralità di un altare, con quella devozione e quella paura che penetrano nelle ossa e nel sangue, quasi una metempsicosi fatta di nebbia avvolgente e tensione. E quindi, per estensione, malattie inspiegabili, nascite definite miracolose, morti improvvise, compaiono nella trama, per accumulo, e si presentano accadimenti con la lentezza rituale che il lettore deve meritarsi la verità attraversando l'inquietudine. Al centro di tutto, il padre…o meglio i padri, nella loro pluralità, nella loro moltiplicazione attraverso le generazioni, nella loro capacità di essere presenza e assenza al tempo stesso, carne e ombra.

Anche il titolo L'ombra dei Padri porta con sé una doppia valenza che Caputo esplora con sagace intelligenza narrativa ma con l’empatia di madre, elemento questo indispensabile alla comprensione della sua scrittura. L'ombra diventa, quindi, proiezione, quella che i padri gettano sui figli, lunga, persistente, impossibile da schivare anche quando si cammina in piena luce. Poi, a seguire, diventa oscuramento, ciò che i padri nascondono, tengono sepolto, tramandano in codice attraverso il silenzio o attraverso storie che cambiano forma a ogni racconto. Carl Gustav Jung chiamava Shadow quella parte di noi che rifiutiamo di riconoscere, che seppelliamo nei piani bassi della psiche perché troppo scomoda, troppo contraddittoria, troppo vicina a ciò che non vogliamo essere. L'Ombra junghiana è il rimosso, il non detto, l'energia psichica che continua a operare nell'oscurità proprio perché la coscienza si rifiuta di guardarla. E i padri, nella loro funzione simbolica prima ancora che biografica, sono i primi custodi di questa ombra: la trasmettono senza saperlo, la depositano nei figli attraverso silenzi, gesti ripetuti, storie che cambiano forma a ogni racconto. Quello che Caputo costruisce in questo romanzo è precisamente questo meccanismo: un'eredità psichica che si tramanda di generazione in generazione non come un bene, ma come un peso non elaborato, una questione irrisolta che cerca corpo nuovo in cui abitare. Per questo, leggere L'ombra dei Padri con Jung accanto significa riconoscere che il vero antagonista della narrazione è una struttura, quell'ombra collettiva di una famiglia che ha imparato a sopravvivere attraverso la rimozione, e che ora, nelle generazioni più giovani, chiede finalmente di essere vista.

Allora la famiglia come sistema di rimozione collettiva è forse questa l'intuizione più potente che Caputo sviluppa con una scrittura che sa essere tagliente senza mai diventare fredda per quella capacità di sostenere simultaneamente il registro del quotidiano e quello del mito. Le scene domestiche portano nel centro della visione una tensione sotterranea che il lettore avverte prima ancora di capirne l'origine. L’accumulo emotivo, costruisce l'atmosfera mattone su mattone, e poi, quando l'edificio è alto abbastanza, inizia a vibrare. Il ritmo narrativo rispecchia questa logica: serrato nei momenti di snodo, più ampio e respirante nelle sequenze che trattano la memoria, il corpo, il lutto.

Si comprende, dunque, perché la Biennale Milano Art Expo 2026 [manifestazione ideata e curata da Salvo Nugnes, svoltasi dal 20 al 24 marzo nella cornice di Palazzo Stampa di Soncino, nel cuore di Milano] abbia selezionato questo lavoro tra i protagonisti di una rassegna multidisciplinare che ha riunito artisti provenienti da oltre sessanta Paesi. Un evento che mette in dialogo linguaggi diversi [arti visive, letteratura, fotografia, scultura, musica, poesia] e che sceglie le proprie presenze letterarie con criterio: non la notorietà del nome, ma la qualità dell'opera, la sua capacità di parlare a sensibilità lontane. 

Ma quello che resta, dopo la lettura, è una domanda: fino a che punto siamo costruiti dall'ombra di chi ci ha preceduto? L’autrice lascia questa domanda aperta, non per incapacità di risposta, ma per rispetto della complessità…perché i veri scrittori fanno così: portano il lettore fino alla soglia, e poi si fermano, e aspettano che sia lui a varcarla.

L'ombra dei Padri [di cui ho curato la copertina] è un libro che segna, incide, rimane e poi torna, come le stagioni dell’esistenza, a interrogarci…