Di Franco Cafazzo
Il mondo è già folle di per sé, ma è l’essere umano a trasformare la follia in qualcosa che somiglia all’estrema demenza.
Era il primo giorno del 2026. Alle otto del mattino il sole era già alto e luminoso, tanto da far dimenticare, per un istante, che fosse inverno. Eppure lo era. Lo era ancora, nonostante i cambiamenti climatici, nonostante le devastanti mutazioni che segnavano i territori e che i potentati economici e politici continuavano ostinatamente a negare.
Il cielo era terso, ma la terra no: il suolo appariva coperto da brina, con strati sottili di ghiaccio che la notte aveva steso come una pelle fragile.
L’uomo di campagna aveva fatto colazione. Mentre si preparava ad affrontare la mattinata, lo sguardo gli cadde su una presenza insolita, ferma sul tetto della stalla. Un cane. Accucciato a meno di mezzo metro dalla grondaia, sul lato più alto del tetto. A un certo punto l’animale provò ad alzarsi, ma bastò quell’attimo per capire che qualcosa non andava: si muoveva con grande difficoltà.
L’uomo uscì di casa in fretta. Prima accudì gli animali della piccola fattoria, come ogni mattina, poi tornò alla stalla per capire cosa stesse succedendo. Tentò di salire dal lato più basso del tetto, ma la patina ghiacciata della notte lo rese subito consapevole del pericolo: la superficie era scivolosa, traditrice. Aiutare il cane da solo era impossibile.
Era un cucciolone randagio, adottato dagli abitanti della contrada. Di colore beige, grande e robusto, poco meno di un anno di vita.
Dal lato basso del tetto l’uomo non riusciva a vedere oltre lo spiovente. Capì subito che aveva bisogno di aiuto. Erano quasi le nove e sapeva che Antonio, il vicino della casa accanto, era già sveglio. Non esitò a bussare.
Antonio era in cucina, ancora in pantofole. Si stupì della visita, ma quando comprese la situazione, da amante degli animali qual era, non ebbe alcun dubbio. Indossò un giacchino e, così com’era, percorse i pochi metri che lo separavano dalla stalla.
Pensarono prima di sbrinare il tetto con una pompa d’acqua, ma i rubinetti esterni erano ghiacciati. L’uomo provò allora a lanciare un lungo tubo da giardino, spesso e rigido, sperando che il cane potesse afferrarlo con i denti. Dopo vari tentativi il tubo arrivò a pochi centimetri dal muso dell’animale, ma il cucciolone era troppo spaventato per capire cosa fare.
Antonio suggerì di prendere una scala poco distante. Era abbastanza alta da arrivare al punto in cui si trovava il cane, che nel frattempo si era riaccucciato. Si vedeva del sangue sulla grondaia: era ferito a una zampa.
Allungarsi sul tetto per afferrarlo era estremamente rischioso. Il cane era terrorizzato, infreddolito, ferito. Bastava un movimento sbagliato perché entrambi cadessero nel vuoto per tre metri. La brina si sarebbe sciolta solo più tardi, così decisero di tentare un’altra soluzione.
Presero una corda con un moschettone e la fissarono a un albero. Dopo vari lanci riuscirono a farla arrivare vicino al cane. Legarlo a una zampa sarebbe stato pericoloso, così l’uomo fece un nodo per creare un cappio largo, che non si stringesse. Dopo un paio di tentativi, riuscì a far passare la corda attorno al collo.
Nel frattempo arrivò un parente di Antonio. Dal lato basso iniziarono a tirare con calma, decisione, rapidità. Il cucciolone superò il colmo del tetto e poi scivolò giù, finalmente al sicuro. Cercò subito di divincolarsi, ma appena libero si notava che camminava bene su tutte e quattro le zampe.
Seguì il parente di Antonio fino a casa, dove fu rifocillato. Restava però una ferita da curare.
L’uomo di campagna, per oltre vent’anni, aveva vissuto accanto ai cavalli. Conservava ancora farmaci, siringhe, disinfettanti. Tra questi, flaconi di Betadine, usati per le ferite.
Per un cane di quasi trenta chili bastava poco.
Prese il necessario dal deposito e tornò da Antonio. Il cucciolone, dopo aver mangiato e ricevuto carezze, appariva in buone condizioni. L’uomo impregnò una garza di disinfettante e la applicò sulla zampa, sopra e sotto la ferita. Il cane collaborò docilmente, senza segni di dolore.
Rientrando a casa, l’uomo rifletté su quanto accaduto.
Nella stalla vivevano due capre e un caprone. A volte il caprone scappava e saliva sul tetto. Anche i due cani facevano lo stesso: da lassù potevano osservare il territorio. Ma gli animali — quelli veri, quelli buoni — non compiono sciocchezze come gli esseri umani.
Quella notte doveva essere successo qualcosa.
Prima di accorgersi del cane ferito, l’uomo aveva notato un cucciolo molto piccolo, due o tre mesi appena, bloccato nel recinto sotto la stalla. Forse era entrato da un lato e non riusciva più a uscire. Aveva lasciato i cancelli aperti perché potesse allontanarsi.
Probabilmente, durante la notte, il cucciolone aveva sentito il richiamo del piccolo in difficoltà. Nel tentativo di aiutarlo, era salito sul tetto per vedere meglio. Poi aveva scivolato, fino alla grondaia. E si era ferito.
Aveva trascorso la notte rannicchiato, sotto la gelata, aspettando.
Aspettando che arrivassero un paio d’uomini di buona volontà.


