mercoledì 28 gennaio 2026

"Li racCundi di Giuseppe del Giudice"...ed anche gli adulti tornano bambini


Mi sono sempre chiesta se sia possibile spiegare un libro senza utilizzare le parole ricorrendo, nell’incipit dell’attraversamento e comprensione del testo, a un’immagine simbolica che diventasse origine e sentimento di pagine, che si rincorrono come in una staffetta senza fine. Ebbene, credo di averla trovata.

Questa foto apre, nell’iride di chi la guarda, un tempo condiviso. Il vicolo accoglie i corpi come una frase stretta ma lunga, composta di pietra, passi, attese. Le case si abbracciano in uno spazio comune, come quei buoni amici che si scelgono indipendentemente dalla famiglia d’origine, e lo rendono umano. Le persone avanzano, sostano, si riconoscono; altre si ignorano, probabilmente poche. Il fuoco dell’attenzione cade su una donna che tiene per mano un bambino con il grembiulino dell’asilo. In quella stretta si materializza una diagonale affettiva che attraversa l’immagine e la storia, ferma sotto i suoi passi. Quel gesto semplice contiene l’andamento, il ritmo del cammino e un’educazione sentimentale che si materializza, idealmente, in un passaggio di saperi, in una fiducia consegnata nella direzione che l’adulto intende intraprendere. Il bambino si affida a quella mano che, nel bianco e nero della coscienza fotografica, toglie il superfluo, accende l’essenza, porta la realtà verso una dimensione quasi cinematografica, da neorealismo interiore, dove ogni figura vale per ciò che è e per ciò che rappresenta. Da questo scatto prendono corpo "li racCundi - personaggi e fatti tra i vicoli di Nusco" - di Giuseppe Del Giudice [Mephite]. Il libro cammina nello stesso vicolo e ogni racconto procede con passo breve, deciso, misurato. Una pagina accoglie una vita, una voce, un carattere. C’è, nello stile scelto, una vera e propria "Democrazia Narrativa": ogni personaggio riceve lo stesso spazio, la stessa dignità, la stessa possibilità di lasciare traccia. Il paese diventa agorà e assemblea poetica insieme. Il barbiere, il sacerdote, il maestro, il politico, il bambino, il vecchio abitano una scena comune, senza primeggiare, con una cura e una dignità quasi favolistiche. Gianni Marino coglie con precisione questo movimento quando scrive: “Immaginate di trasformare le stradine di Nusco in un teatro del popolo”. Il libro agisce proprio come un teatro diffuso, fatto di ingressi rapidi e uscite memorabili. L'autore (famoso per i suoi meravigliosi libri di favole per bambini ma, ancor prima, avvocato di professione e già Sindaco di Nusco) compie un gesto raro: trasforma il vissuto quotidiano in materia narrativa primaria, senza filtri spettacolari né sovrastrutture estetizzanti. Ogni racconto nasce da una scelta di prossimità, da un’adesione profonda alla vita così com’è, osservata da vicino, abitata, riconosciuta. Il paese emerge come corpo vivente, come sistema di relazioni intrecciate, come linguaggio affettivo condiviso. Nusco si configura così come una geografia emotiva espansa, capace di oltrepassare i suoi confini fisici e di parlare una lingua universale. I vicoli disegnano mappe interiori. I soprannomi agiscono come coordinate dell’anima. I gesti minimi assumono valore di eventi, perché portano con sé una densità di senso che solo la prossimità consente di riconoscere e restituire: così anche gli adulti tornano, per il tempo della lettura [ed anche oltre], bambini con gli occhi pieni di sorrisi lucidi e stupore. 

E dunque ci troviamo di fronte all'anatomia narrativa di una comunità sezionata e ricucita attraverso la scrittura di Del Giudice che, senza sovrabbondanze o orpelli inutili, vive di essenzialità. Ogni parola porta un carico di esperienza. La lingua somiglia a una pietra levigata dal passaggio delle generazioni. Qui trova casa un detto che mia nonna mi ripeteva sempre: “La miglior parola è quella che non si dice”, intesa come sapienza del togliere, come rispetto del silenzio che circonda il dire. I racconti funzionano per accensione improvvisa, per battuta fulminante, per gesto minimo che diventa rivelazione. “Quistu è nu condono tombale!” racchiude una visione del sacro e del profano insieme. “Truvati paci!” sintetizza una stagione politica, una psicologia collettiva, una filosofia popolare del vivere. “Luigì, e qua mi truovi!” restituisce al tempo una misura domestica, quasi affettuosa. Ogni citazione agisce come un nodo di memoria. Per queste ragioni l’effetto sul lettore assume una qualità regressiva e luminosa. Gli adulti diventano bambini. Lo sguardo si abbassa, si fa curioso, disponibile alla meraviglia quotidiana. Il libro riattiva una lingua interiore fatta di cortili, soprannomi, voci riconoscibili. Le terminologie uniche del testo costruiscono un lessico affettivo che appartiene a una comunità e insieme supera il confine geografico. Marino parla di “un antidoto contro la pesantezza del ripetersi dei giorni” e individua il cuore etico dell’opera: la leggerezza come forma di resistenza, l’ironia come struttura portante del vivere insieme. Di certo il confronto con Cesare Pavese illumina, per contrasto, la struttura narrativa di Del Giudice. Pavese attraversa il paese come luogo mitico, carico di destino, segnato da una tensione tragica verso l’origine; il suo mondo cerca una verità profonda, spesso solitaria, scavata nel mito e nel ritorno. Del Giudice sceglie una traiettoria diversa. Il paese vive come presenza continua, come organismo parlante, come comunità che si racconta mentre vive. Pavese guarda la terra come ferita archetipica dell'io narrante. Del Giudice la guarda come relazione quotidiana, a narrare è il Noi. Il primo affida il senso a un silenzio carico di simbolo; il secondo lo affida alla parola detta al momento giusto, breve, precisa, condivisa, ironica come chiave interpretativa di un paese che diventa corpo abitato anche da chi quel paese non lo ha mai vissuto. Anche da me, trasformata empaticamente in abitante temporanea di Nusco nel momento esatto in cui ho riconosciuto, in molte figure archetipiche, quelle che popolavano il mio mondo piccolo e antico, nella stessa misura in cui lo sono per l’autore. Allora il custode del "campo sportivo" di Nusco diventa il custode del "campo santo di Guardia", e la storia si allinea, si intreccia per universalità di vicissitudini personali. La fotografia iniziale trova così una corrispondenza strutturale nel libro. Il bambino che avanza nel vicolo diventa il lettore che attraversa le pagine. Ogni passo accende una storia, mentre le pagine restituiscono i volti. Il libro procede come un piano sequenza: ritmo umano, luce naturale, verità quotidiana che si fa letteratura. Marino lo definisce “un unico, doloroso, meraviglioso, sofferto e irripetibile fatto umano collettivo”, e questa definizione abbraccia l’intera opera. Il tempo e la lentezza, inoltre, assumono un valore strutturale e quasi liturgico. La pagina breve invita a fermarsi, a sostare, a rileggere, come accade in un vicolo quando si incontra qualcuno e il passo rallenta da solo. Contro la tirannia della velocità di un mondo liquido, la lentezza diventa gesto comunitario, ritmo condiviso, modo di stare al mondo. Il paese si ricompone come unità corale, non come somma di individualità ma come organismo vivo, dove ogni voce entra ed esce senza sovrastare le altre. Qui il tempo diventa circolare, come le stagioni, e la memoria non pesa: nutre. Nusco emerge come materia primaria sacra, non come luogo mitizzato, ma come spazio attraversato da un quotidiano laico fatto di relazioni, ironia, rispetto reciproco, anche sarcasmo sussultorio. Un sacro senza altarini, senza retorica, vissuto nella parola detta al momento giusto. Nessuna nostalgia appesantisce le storie, piuttosto una presenza attiva del passato che illumina il presente. 

Ma di quale gesto parlo? Di quello che attraversa l’intera opera e che raramente viene nominato: ciò che dà vita e fiato a una "giustizia narrativa gentile". Ogni storia rappresenta un atto di cura, ogni personaggio riceve uno spazio di esistenza simbolica. La letteratura assume qui una funzione essenziale: custodire e stringere i legami che tengono insieme una comunità. Il libro salva le relazioni, conserva la trama invisibile che unisce le persone. Volti, posture, inflessioni della voce raccontano un luogo preciso e, insieme, una dimensione condivisa che supera il perimetro del paese e parla a chiunque abbia abitato una comunità, una lingua affettiva, una memoria comune. Se penso a Emma, rivedo mia nonna Carm’lina la Furiosa, resa visibile dalla nomenclatura del soprannome, sottratta all’indifferenza della dimenticanza. Per l'autore (ma prima di esso per la storia della comunità) i soprannomi operano come categorie dell’essere: concetti viventi, forme brevi di filosofia popolare. In ognuno la comunità ha distillato un destino, una postura nel mondo, una relazione con gli altri. Qui l’archetipo prende corpo nella voce, nel gesto, nella battuta. Tonino Paniellu incarna l’archetipo del mediatore ruvido, dell’uomo-soglia tra ideologia e sopravvivenza, e il suo “Truvati paci!” agisce come sentenza stoica, riduzione del conflitto alla misura dell’umano. Michele Futusso assume la figura del custode del tempo condiviso, e il suo “Luigì, e qua mi truovi!” diventa risposta ontologica: l’essere come presenza, come continuità relazionale. Il padre, dell'autore, davanti alla Porta Santa pronuncia “Quistu è nu condono tombale!” e trasforma il sacro in esperienza immanente, portando l’archetipo del trickster dentro una teologia domestica, ironica, profondamente umana.

Il soprannome, in questo sistema, espande. Nomina l’essenza senza immobilizzarla. Ogni figura vive come idea incarnata: il barbiere come agorà, la maestra come legge affettiva, il matto gentile come rivelatore di verità laterali. Il paese pensa attraverso i suoi soprannomi, elabora una metafisica minima, condivisa, orale. La comunità costruisce così una propria ontologia narrativa, dove l’identità nasce dalla relazione e la memoria diventa forma di conoscenza. Nel libro l’archetipo accompagna l’uomo. La filosofia scende in strada, prende un nome, risponde a una voce e resta, come il vicolo, aperta al passaggio degli altri.

Del Giudice afferma una verità che riguarda la letteratura e la vita: una comunità esiste finché le sue voci circolano e, quando la scrittura sceglie questa strada, diventa spazio di permanenza. Così, chi ascolta, restando dentro queste storie, ritrova qualcosa di essenziale: il senso profondo dell’appartenenza, come quando ci si stringe durante una festa di paese per essere unico corpo emotivo di storie, fragilità, ricchezze, povertà e contraddizioni...

Emanuela Sica



BiblioIlde - Stabat Mater - Tiziano Scarpa

 


A cura di Ilde Rampino

E’ un percorso interiore quello che l’autore compie attraverso questo romanzo, un percorso nel desiderio celato, sconosciuto, di giovani donne che hanno vissuto tutta la loro esistenza in un orfanotrofio – l’Ospitale – strette nelle maglie di regole codificate, ma non interiorizzate, che bloccano i loro sogni adolescenziali sulla superficie di atteggiamenti stereotipati. La protagonista, Cecilia, che richiama, non a caso il nome della patrona della musica – è una sorta di figura irreale, scandita da silenzi: a volte sembra che a parlare o ad agire non sia lei come persona, ma i suoi bisogni, le sue aspirazioni ad una vita diversa, che lei non conosce e vede mascherata e forse trasfigurata nelle rare uscite concesse alle orfane come lei. Avvertiva una profonda tristezza, ma non voleva che quel buio che rappresentava il primo ricordo che aveva di se stessa, la facesse precipitare in un baratro, ma voleva lottare a tutti i costi contro quella sensazione di angoscia che pervadeva la sua anima, perché si era resa conto che “anche nel buio più fitto posso chiudere gli occhi e immaginare la luce”. Comincia a scrivere le lettere alla Signora Madre nell’oscurità, perché vuole in qualche modo instaurare una sorta di rapporto con una persona che non deve esserci nella sua vita, perché l’ha abbandonata: “le parole rappresentano la melodia del mio pensiero, un abbraccio che si sporge alla finestra di un cortile vuoto”.  Nell’orfanotrofio, le ragazze non sanno di chi sono figlie, anche se alcune vengono abbandonate con un segnale addosso, che, tuttavia, non permette di risalire alla loro origine. Si sentono come fantasmi e la musica diventa quindi l’unica possibilità di vita, il mezzo per instaurare un rapporto con l’altro, anche se falsato, perchè suonavano sospese ad alcuni metri di altezza, dietro una balaustra, seminascoste da grate metalliche che ne lasciavano indovinare la sagoma, ma non ne permettevano di scrutarne i volti, nascosto dalla maschera che esse erano costrette ad indossare in pubblico. Il violino rappresenta quindi la mano che si porge all’altro, una compagnia dell’anima di un adolescente che si trova costretta, suo malgrado, a fare i conti con la propria solitudine.

Cecilia era convinta che il suo destino fosse “essere figlia del niente”, perché nel corso degli anni aveva visto vanificata la sua possibilità di trovare l’altra metà della sua esistenza, come il pezzo mancante di una medaglietta, ma lei, come le altre, volevano essere riconosciute in qualche modo, perché ”nessuno può sentire la musica segreta  che suona nel nostro animo.

La presenza costante dell’idea di vita, legata strettamente alla morte, la rende dolorosamente vicina alle suore che l’hanno allevata, che “fanno morire insieme a se stesse anche la propria paura di morire”. Struggente è il dialogo con l’Assenza, l’entità rappresentata con i serpenti intorno alla testa – una Medusa ante litteram – e quella della Signora Madre – assenza ancora più profonda e interiore, perché mai conosciuta. E sarà proprio la musica, il suono offerto a lei e trasformato da una mano maschile, quella di Don Antonio, il nuovo insegnante,  a rappresentare una via d’uscita dalla malinconia e un’alterità per trovare se stessa, in un atto di profonda ribellione verso il mondo e la sua realtà.


sabato 24 gennaio 2026

Zhou Yaping: Se muore il grano - Le percezioni di un Pasolini contemporaneo

Nella poesia di Zhou Yaping 周亚平 (1961) non c’è mai un punto di osservazione stabile. Tutto si muove, si inclina, cambia prospettiva. Come scrive Francesco De Luca nella nota dell’editore, Zhou Yaping è un poeta che “affetta e intaglia le percezioni attraverso la lente dell’immagine”: non descrive, ma incide, piuttosto espone, illumina, talvolta acceca. E ancora: "Ha percorso come un cane randagio forse tutte le strade che un poeta nato poeta poteva percorrere in un paese complesso e variegato come la Cina di oggi. Un po’ come Pasolini ha sorvolato la poesia per arrivare alla cinematografia, consapevole della condanna del soffrire, ha scelto di ascendere e osservare. Perché è nell’osservazione che Zhou Yaping trova la poesia o l’immagine stessa della poesia. Immagine e poesia sono i due angoli opposti e sovrapposti della sua poesia."

Il percorso umano e artistico di Zhou Yaping attraversa le molteplici contraddizioni della Cina contemporanea, un paese complesso e stratificato, in cui la tradizione convive con la velocità brutale del presente. Quando De Luca lo paragona a un “cane randagio”, sceglie un'immagine potente che restituisce l’idea di un poeta in continuo movimento, senza appartenenze rassicuranti, spinto da una necessità interna più che da un progetto estetico predefinito.

Come Pasolini — evocato non a caso — Zhou Yaping sembra aver “sorvolato” la poesia per approdare a una visione più ampia, consapevole della “condanna del soffrire”. Ma invece di fuggire, sceglie di ascendere: osservare diventa il suo gesto fondamentale. È proprio nell’atto dell’osservazione che la poesia prende forma, o meglio, che poesia e immagine si sovrappongono fino a diventare indistinguibili. Nella sua opera, immagine e poesia non sono poli opposti, ma angoli coincidenti di uno stesso sguardo.

Questa posizione liminale è al centro anche della prefazione di Marco Masciovecchio, che colloca Zhou Yaping ai margini delle classificazioni tradizionali della poesia cinese contemporanea. La sua scrittura dialoga apertamente con le avanguardie occidentali, senza però rinunciare a una radice profondamente legata alla propria esperienza culturale. Non è imitazione, ma attraversamento. Come osserva lo stesso Zhou Yaping nella prefazione al volume HAI ZI, LUO YIHE e XI CHUAN – I tre dell’Università di Pechino (Delufa Press, 2025), «L’umanità è fatta di moltitudini: c’è chi vive alla giornata e chi cerca di salvarsi senza rischiare». In questa frase si condensa una tensione fondamentale della sua poetica: da un lato la vita quotidiana, concreta, spesso brutale; dall’altro la ricerca di un senso che non sia una fuga, ma una forma di resistenza.

Le sue poesie brevi, taglienti, funzionano come lampi. In Se muore il grano, la morte non è solo perdita, ma trasformazione cromatica, attesa, ciclicità forzata:

Se muore il grano
Il colore in terra diventerà di un rosso intenso
Se muore il grano
Dovremo aspettare quello dell’anno prossimo
Perché il colore in terra cambi di nuovo

Il rosso della terra è sangue, ma anche promessa rimandata. La natura non è idillio, bensì archivio della violenza e del tempo.

In Preghiera, bastano due versi per condensare l’assurdità tragica della condizione umana:

Mentre ti inchini
Proiettili ti sorvolano la testa

Il gesto spirituale e la minaccia della morte convivono nello stesso istante, senza soluzione di continuità.

Ancora più perturbante è Il legame con la dolce morte, dove eros e dissoluzione si intrecciano in immagini volutamente scomode, corporee, quasi sacrileghe. La bellezza non è mai innocente, ma ambigua, sensuale, pericolosa.

È come velluto
Come un fiore intrecciato di peli pubici
Come una fata
Quando sussurra
Quando si sveste e sussurra.

Infine, in Illuminazione sontuosa, Zhou Yaping compie un gesto radicale:

Solo bruciando la prima parte della Divina Commedia
Potremo continuare a leggere
La seconda

Qui la distruzione diventa condizione della conoscenza. Non c’è progresso senza perdita, non c’è illuminazione senza incendio. Zhou Yaping ci invita a guardare senza protezioni, a sostare nell’instabilità delle immagini e delle parole. Ci troviamo di fronte ad un poeta che aspira all'attraversamento della sua poesia, scomoda e necessaria, ma assolutamente autentica.



Zhou Yaping 周亚平 (1961) è una delle voci più originali e radicali della poesia cinese contemporanea. Poeta dell’immagine e della forma, attraversa linguaggio, cinema e visione con uno sguardo affilato, capace di trasformare l’osservazione in esperienza poetica. La sua scrittura nasce dall’intaglio delle percezioni: immagine e poesia coincidono, si sovrappongono, si contraddicono. Produttore esecutivo per anni della China Central Television (CCTV), Zhou Yaping non ha mai abbandonato la poesia, continuando a praticarla anche attraverso la macchina da presa. Oggi è fondatore di diverse società di produzione cinematografica, produttore, sceneggiatore e regista di successo.

Formatosi nel circolo degli scrittori dell’Università di Nanchino, fonda con Che Qianzi il gruppo dei Formalisti, ponendo al centro della poesia la forma, l’immagine, il contrasto, il colore, la temperatura. Le sue poesie, spesso costruite come piani sequenza cinematografici, offrono al lettore visioni potenti da cui emergono tracce di narrazione e senso.

Sperimentale, ludico, radicale, Zhou Yaping ha influenzato profondamente l’immaginario visivo e televisivo cinese, fino a ritirarsi dai media per dedicarsi al cinema d’autore e alla poesia. Per lui, la poesia è “l’arte che disegna la forma del linguaggio”: un atto capace di modificare il modo stesso di vedere il mondo.

Prima di questa silloge, il pubblico italiano aveva potuto leggere soltanto tre sue poesie, incluse nell’Antologia di poesia cinese contemporanea di Delufa Press, dove Zhou Yaping figura tra i 38 poeti cinesi selezionati. Questo volume rappresenta dunque la prima occasione di accesso ampio e organico alla sua opera in traduzione italiana.

Il libro introduce il lettore all’opera di un “poeta infiltrato”, capace di muoversi tra i centri di potere e i margini dell’esperienza, tra parola e immagine, tra disciplina e vertigine. Non solo una poetica, ma un insieme di visioni intense, libere e memorabili, destinate a rimanere e a sorprendere.

Nella poesia essenziale e sperimentale di Zhou Yaping, ogni parola è un seme che muore per rinascere, trasformando il linguaggio in un luogo vivo di metamorfosi. Marco Masciovecchio

giovedì 22 gennaio 2026

BiblioIlde - Nostra solitudine - Daria Bignardi

 

A cura di Ilde Rampino

Un racconto interiore che, tuttavia, si delinea attraverso le vicende della Storia che spesso lasciano l’amaro in bocca per l’incapacità di fare qualcosa per cambiare le condizioni di chi soffre. L’autrice riflette sulla morte di tanti giornalisti, uccisi, mentre facevano il loro lavoro, lei prova una profonda ammirazione per loro, perché hanno seguito la propria passione. Uno di loro,  nonostante i lutti che avevano colpito la sua famiglia, aveva continuato a trasmettere i suoi servizi ed era stato considerato un eroe. L’idea di lasciare i social le causa un attacco di tristezza, perché è un modo di partecipare alla vita degli altri, di stare in mezzo al mondo, spesso per vincere la solitudine si sta bene anche soli, quando non si è soli”

Lei aveva bisogno di un progetto che la assorbisse, per non rimanere legata al passato, che talvolta ritornava, nei suoi ricordi, come il sapore di un cibo dell’infanzia. L’autrice è consapevole che, nel nostro mondo industrializzato, tutti rivelano un disturbo da dipendenza, che ricalca spesso un senso di abbandono, come quello che sua madre aveva vissuto quando era bambina, poiché aveva avvertito il rifiuto dei genitori di suo padre. La paura dell’abbandono era rimasta latente in lei, ma compariva in determinati momenti: nonostante avesse avuto due figli da due uomini diversi,aveva provato una profonda solitudine e non si era sentita appoggiata da loro. Lei faceva di tutto per i figli, si era anche sacrificata, perché era convinta che quello fosse il suo compito. Aveva compreso, nel corso del tempo, che “le donne capiscono troppo tardi di avere il diritto di riposare e prendersi cura di sé”, e che devono stare molto attente per riuscire a diventare persone forti e libere. Sua madre soffriva di ansia ossessiva e lei, da piccola, piangeva spesso. Man mano che diventava grande, ciò che le sembrava un’inebriante libertà non era altro che un’evidente solitudine, viveva troppo intensamente, come per recuperare qualcosa.

L’autrice, giornalista impegnata dai anni sui teatri di guerra nel mondo, va nei campi dei prigionieri a Gerusalemme  e comincia a cercare notizie sui prigionieri liberati negli scambi di prigionieri tra Israele e Palestina, perché si rende conto che si tratta di “un popolo intero e un paese in prigione”.

Si era sempre sentita, in qualche modo, “esule”, anche se aveva condiviso, con grande sensibilità, le parole delle donne che aveva intervistato, donne che avevano sofferto e che sono sempre più sole, perché più esposte.

Molto significativa e intensa è l’affermazione dell’autrice: ”la solitudine non è solo una prigione, ma anche un rifugio: un posto dove fermarsi in ascolto del battito del mondo”. Fondamentale è stato per lei, avvicinarsi al mondo dei volontari nelle missioni, in cui non si pensa ad altro che vivere del momento presente e del proprio impegno: nella Scuola Santa Clelia di Kitanga in Africa, che accoglie bambini poveri provenienti anche da posti molto lontani, fin da quando sono piccolissimi e che non vedono i loro genitori per mesi, mentre alcuni non li hanno proprio viene colpita dall’atteggiamento di alcuni bambini che le chiedevano: “Resti qui anche domani? Mi abbracci?”. Si rende conto, con profonda amarezza, che quelle parole esprimono una solitudine che alla loro età lei non sentiva assolutamente e ciò la fa riflettere sull’importanza delle mancanze e del dolore.

giovedì 15 gennaio 2026

BiblioIlde - Il cuore indomito delle donne - Joshlyn Jackson


A cura di Ilde Rampino

Leia, la protagonista, viveva un tormento interiore che delineava inconsciamente attraverso le sue raffigurazioni fantastiche nei suoi fumetti, in cui disegnava  Violet, nata come una versione di lei stessa, la cui innocenza aveva evocato Violence, un’altra se stessa più insicura, tratteggiata però, come un personaggio aggressivo - Violence è “la cattiva che sono”  - una personalità in continuo contrasto, come tra le onde di un mare tempestoso.

La notizia della malattia di sua nonna Birchie che le voleva un bene dell’anima e che lei considerava come un faro che illuminava la sua esistenza, a cui confidare tutte le sue paure, la sconvolge. La nonna viveva sempre nella stessa casa con Wattie, la sua amica del cuore che era rimasta vedova con i figli che erano lontani. Birchie e Wattie volevano rimanere insieme e si sostenevano l’un l’altra. Birchie aveva bisogno che le cose venissero fatte in un certo modo, aveva bisogno che ci fosse un ordine, anche se talvolta maniacale, ma Wattie le era rimasta sempre vicina, trasferendosi da lei. Birchie aveva dei momenti in cui era più presente a se stessa, altri in cui cominciava ad usare un linguaggio colorito che non le si addiceva e pian piano si venne a scoprire che soffriva di demenza senile a causa della sua età avanzata. Birchie aveva compiuto da poco novant’anni, ma non aveva mai assolutamente rivelato una qualsiasi debolezza, poiché era dotata di una personalità molto forte ed  era riuscita a nascondere a tutti di essere sprofondata in quel baratro.

Leia vuole proteggerla da se stessa e dal giudizio degli altri per ricambiare il senso di protezione che lei aveva avuto nei suoi confronti e abbracciava, con un senso di tenerezza e di affetto il suo corpo, ”l’involucro adorato e fragile che conteneva mia nonna”. Birchie, a causa della sua malattia, pronunciava parole senza senso e si irritava molto facilmente, diceva in pubblico cose sconvenienti: era una persona importante nella sua cittadina, Birchville, fondata da suo padre e tutti apparentemente la rispettavano, finchè non era cambiata. Era stata sempre una donna orgogliosa e si era fatta da sola, facendo le proprie scelte, affermando la propria personalità, libera da vincoli.

Un momento fondamentale della vita di Leia era stato quando aveva avvertito la presenza di un bambino dentro di lei, che aveva rappresentato un nuovo inizio: lei aveva trentotto anni e una gravidanza inaspettata che rimase un segreto per molti mesi, perché aveva paura di rivelarlo alla propria famiglia.

Leia aveva un rapporto con la sorellastra Rachel pieno di tensione e contraddittorio, ma quando il marito, con cui lei aveva avuto una storia quando erano molto giovani, la lascia, come aveva fatto con lei anni prima, accade qualcosa di strano: cominciano ad avvertire una profonda vicinanza emotiva e Rachel comincia a chiederle aiuto, in maniera quasi inconsapevole, esprimendo la sua sofferenza attraverso il pianto, cosa che non aveva mai fatto in precedenza, nascondendo a tutti la propria fragilità.

Leia non aveva mai vissuto a Birchville e si sentiva in colpa per non aver portato sua nonna a casa sua per prendersene cura e quando decide di recarsi da lei, porta con sè Lavender, la figlia della sua sorellastra Rachel, un’adolescente piena di turbamenti, perché vuole aiutarla in qualche modo. Digby, il suo bambino, cresceva a vista d’occhio nel segreto che non rivelava a nessuno, ma decide di confidarsi con  sua nipote, perché sentiva che si stava creando un legame profondo tra di loro. 

 Lavender, sua nipote, che riesce a trovare il padre del bambino: aveva, in qualche modo, creato una connessione, una catena intangibile, impotente com’era a fare qualunque cosa riguardo al suo, che fino ad allora era stata considerata come un’assenza accettata, anche se le procurava sofferenza. 

Leia scopre un segreto terribile nascosto per tantissimi anni, non riesce a capire come sua nonna abbia potuto fare una cosa del genere, ma la sua  confessione viene  pronunciata da lei in modo estremamente naturale: aveva considerato Vina, la madre di Wattie, come sua madre e ciò le aveva rese sorelle, ma un gesto di suo padre a cui aveva assistito, l’aveva stravolta e da quel momento in poi Birchie lo aveva considerato come la “personificazione dell’orrore” e qualcuno doveva fermarlo, assolutamente. Wattie l’aveva aiutata perché le voleva bene e non poteva fare altro, perché erano legate indissolubilmente.

Alla fine il suo bambino nasce e la nonna lo prende tra le braccia, ricostituendo una sorta di equilibrio con il passato ormai distrutto e lontano.


martedì 6 gennaio 2026

BiblioIlde - Dimmi che sei stata felice - Maria Grazia Calandrone

Di Ilde Rampino

La scrittura potente e intensa dell’autrice, che riempie le pagine di un lirismo intenso, che gioca con le parole in un arcobaleno di pensieri ed espressioni oniriche, sembra creare un ponte tra la realtà politica e sociale con i suoi tormenti e turbamenti e i sconvolgimenti interiori di una vicenda personale, uno specchio divergente e contrastante. La bomba che devastò il quartiere di San Lorenzo a Roma nel 1943, che provocò tantissimi morti e feriti segna l’inizio di una realtà terribile e violenta che attraversa i movimenti collettivi rivoluzionari del ’77, il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro e l’attentato alla stazione di Bologna  del 1980, una striscia di sangue che ha sconvolto l’Italia. 

La vicenda di Angelica Fabricatore, che, nei primi due anni era vissuta con il fantasma dei due fratellini saltati in aria a San Lorenzo, si collega a quella di Nicola, che vuole combattere contro le ingiustizie e per i diritti di tutti e che lei lascia andare, nonostante aspetti un bambino, per far sì che realizzi i suoi sogni.

La nascita di Aurora, con gli occhi spalancati e i capelli rossi, diventa una ragione di vita per sua nonna Lidia, una donna che ha subito un profondo trauma da cui non riesce a risollevarsi e si crea tra loro un rapporto bellissimo, fatto di chiacchiere e risate, nonostante “solo dentro la sua voce era rimasta una voce di pianto ”. Le parole del telegramma di Nicola, dopo tanti anni, in cui non ha avuto più notizie di lui: “Tu mi hai dato il coraggio di andare” commuovono Angelica che decide di far incontrare padre e figlia, poichè sente che lei e Aurora condividono lo stesso perduto amore per lo stesso uomo. L’incontro di Aurora con Javier, un poeta e musicista spagnolo, che lei chiamerà Sandro, come per affermare in un certo senso, la sua influenza su di lui, sembra placare la sua inquietudine. Col tempo, tuttavia, ella avverte un certo malessere:  egli ”vedeva con gli occhi di dentro”, per aumentare la quantità di meraviglia e ciò che aveva amato in lui la irrita, la sua fantasia viene vista come incapacità di vivere tra cose reali e mancanza di ambizione. Aurora si specializza in Neuropsichiatria infantile e dell’adolescenza, il difficile momento di passaggio dei bambini nel misterioso mondo dei grandi, per “curare la paura di chi si sente solo come lei sa come ci si può sentire”.

La decisione di Lidia di voler tornare in Sicilia , nella terra di suo marito, nei posti dove è stata felice, crea un vuoto in tutti e la morte della nonna che tanto amava, devasta Aurora. Le fa provare nostalgia di sua madre, sola a Roma, che, tuttavia,  non è mai riuscita a perdonare e avverte una profonda solitudine, ”la dispersione della costellazione dei suoi affetti”.

Significativo è il suo incontro con Viola Kalamaria che “cambia la vita di chi incontra, perché non mente” e, legate stranamente da un ricordo del passato, tra di loro si crea un legame particolare e fortissimo, “mare e fuoco ardente”, che la turba profondamente. E’ molto combattuta, si sente “in equilibrio sull’abisso”, mentre Viola la spinge a decidere di essere felice. La solitudine di Viola nasce anche dall’ossessione di suo marito, Rocco, di impegnarsi a livello sociale, occupandosi delle condizioni difficili delle periferie, in cui vi è un “assassino invisibile”, l’amianto che miete vittime in modo silenzioso, senza che ci siano interventi adeguati. 

Una frattura improvvisa e forse attesa, una catastrofe che sembra arrivare da lontano, frantuma le apparenti certezze di una vita diversa: Aurora vuole rimarcare i confini tra le loro vite e la sua affermazione: ”io non voglio essere felice, voglio stare in pace” delinea chiaramente un profondo tormento e la paura di portare avanti una scelta. Viola precipita in una “dissonanza cognitiva”, si sente frammentata e non comprende, mentre “cammina tra i minuti delle sue giornate”, come se quella vita non le appartenesse. Dopo molti anni in cui si erano restituite ciascuna alla vita che aveva, la loro vicinanza non è altro che un incontro di sguardi amareggiati e una domanda silenziosa: “Dimmi che sei stata felice.”


La strega aborigena italiana, Ines De Leucio, arriva a Parigi

A cura di Angela Caputo

Ines De Leucio, la strega Aborigena Italiana (di Benevento) presente alla Galerie Thuillier di Parigi - per il vernissage Premio “Maestri a Parigi- Expo” - una mostra che espone le opere di artisti precedentemente selezionati. 

L’evento oltre alla mostra sarà caratterizzato da una video esposizione delle opere visitabili fino al 14 gennaio (orario di visita: dal martedì al sabato dalle 13.00 alle 19.00). Ines De Leucio e gli artisti presenti sono stati premiati alla Biennale dopo essere stati selezionati dal comitato scientifico. L’artista italo-australiana partecipa con l’opera dal titolo "Détournement" realizzata a Terranova (Benevento) nel 2015 (pittura, acrilico e smalti). In alto il dipinto presenta due corni che compongono un cuore, simbolo della mente della fortuna: il cuore è legato alla mente. 

«Il Titolo del mio quadro – ci racconta Ines – nasce in un giorno di tempesta e di riflessioni sulla bellezza e sulla incomunicabilità. Il 13 maggio del 2015 ero assorta e pensierosa: mi volevo sentire pioggia, vento e una forma invisibile. Pensavo al nome di un famoso diamante, un modello gigantesco, dove tanti esseri umani del passato giravano intorno ad esso per possederlo…» E poi la immaginiamo plasmare magicamente i suoi colori, il bianco, il blu, un po' di lilla, il verde, un po' di rosa. Come una strega, anzi Janara del Sannio e dell'Irpinia, fa per preparare le sue pozioni a base di erbe speciali. Perché anche l'arte come la natura è in grado di curare. 


Cosa pensavi mentre dipingevi? 
«La tua domanda semplice mi avvolge nei ricordi. Pensavo a un posizionamento in cui coesistono negazione e preludio. Poi in un momento di sosta, posi il pennello sul tavolo e ritornai al blu, accarezzai quella nostalgia d'umano che altri chiamano imperfezione. Ed ecco apparire linee quasi come cuciture invisibili con la precisione dell'amore, un fiorellino si espone delicato, una margheritina, una delicatezza che domina il quadro, un piccolo fiore banale, illumina il percorso incerto in un scenario umano dove tutto tace. Ed ecco in un angolo in alto un cuore diviso come un cervello che vuole fortuna, che desidera consegnare un messaggio e un racconto nuovo al mondo della bellezza nel mio tempo interiore».

Il quadro è stato esposto alla Tornatora Art Gallery di Roma e la docente giornalista Anna Astrella si è soffermata ad osservare quel fiorellino delicato che tanto fa immaginare e sentire il suo profumo. 

«Parlare di sé e della propria pittura è sempre molto complicato – aggiunge Ines –. Non mi sento ancora nel mondo dei grandi e non mi sento ancora una pittrice, ho ancora molta strada da percorrere. E pensare che provengo dalla piccola conca nel Sannio, dove creo per essere nel mio tempo, nel tempo del sogno. Chissà ancora cosa riserva il destino per me nel futuro…»
Intanto a Parigi faranno tappa Ines e la sua piccola tela, con un fiore bianco e un cuore diventato un talismano magico, che reclama il diritto di vivere e ricorda tutte le sue vittime innocenti in quel piccolo petalo bianco che ritorna sempre ad onorare le coscienze fluttuanti in un paradiso perduto sulla terra. Che sia di buon auspicio per tutti quest’opera e che dia un messaggio positivo di amore e speranza in un mondo pieno di brutalità e contraddizioni.



L'uomo di campagna racconta: un cane ferito sul tetto...

Di Franco Cafazzo

Il mondo è già folle di per sé, ma è l’essere umano a trasformare la follia in qualcosa che somiglia all’estrema demenza.

Era il primo giorno del 2026. Alle otto del mattino il sole era già alto e luminoso, tanto da far dimenticare, per un istante, che fosse inverno. Eppure lo era. Lo era ancora, nonostante i cambiamenti climatici, nonostante le devastanti mutazioni che segnavano i territori e che i potentati economici e politici continuavano ostinatamente a negare.

Il cielo era terso, ma la terra no: il suolo appariva coperto da brina, con strati sottili di ghiaccio che la notte aveva steso come una pelle fragile.

L’uomo di campagna aveva fatto colazione. Mentre si preparava ad affrontare la mattinata, lo sguardo gli cadde su una presenza insolita, ferma sul tetto della stalla. Un cane. Accucciato a meno di mezzo metro dalla grondaia, sul lato più alto del tetto. A un certo punto l’animale provò ad alzarsi, ma bastò quell’attimo per capire che qualcosa non andava: si muoveva con grande difficoltà.

L’uomo uscì di casa in fretta. Prima accudì gli animali della piccola fattoria, come ogni mattina, poi tornò alla stalla per capire cosa stesse succedendo. Tentò di salire dal lato più basso del tetto, ma la patina ghiacciata della notte lo rese subito consapevole del pericolo: la superficie era scivolosa, traditrice. Aiutare il cane da solo era impossibile.

Era un cucciolone randagio, adottato dagli abitanti della contrada. Di colore beige, grande e robusto, poco meno di un anno di vita.

Dal lato basso del tetto l’uomo non riusciva a vedere oltre lo spiovente. Capì subito che aveva bisogno di aiuto. Erano quasi le nove e sapeva che Antonio, il vicino della casa accanto, era già sveglio. Non esitò a bussare.

Antonio era in cucina, ancora in pantofole. Si stupì della visita, ma quando comprese la situazione, da amante degli animali qual era, non ebbe alcun dubbio. Indossò un giacchino e, così com’era, percorse i pochi metri che lo separavano dalla stalla.

Pensarono prima di sbrinare il tetto con una pompa d’acqua, ma i rubinetti esterni erano ghiacciati. L’uomo provò allora a lanciare un lungo tubo da giardino, spesso e rigido, sperando che il cane potesse afferrarlo con i denti. Dopo vari tentativi il tubo arrivò a pochi centimetri dal muso dell’animale, ma il cucciolone era troppo spaventato per capire cosa fare.

Antonio suggerì di prendere una scala poco distante. Era abbastanza alta da arrivare al punto in cui si trovava il cane, che nel frattempo si era riaccucciato. Si vedeva del sangue sulla grondaia: era ferito a una zampa.

Allungarsi sul tetto per afferrarlo era estremamente rischioso. Il cane era terrorizzato, infreddolito, ferito. Bastava un movimento sbagliato perché entrambi cadessero nel vuoto per tre metri. La brina si sarebbe sciolta solo più tardi, così decisero di tentare un’altra soluzione.

Presero una corda con un moschettone e la fissarono a un albero. Dopo vari lanci riuscirono a farla arrivare vicino al cane. Legarlo a una zampa sarebbe stato pericoloso, così l’uomo fece un nodo per creare un cappio largo, che non si stringesse. Dopo un paio di tentativi, riuscì a far passare la corda attorno al collo.

Nel frattempo arrivò un parente di Antonio. Dal lato basso iniziarono a tirare con calma, decisione, rapidità. Il cucciolone superò il colmo del tetto e poi scivolò giù, finalmente al sicuro. Cercò subito di divincolarsi, ma appena libero si notava che camminava bene su tutte e quattro le zampe.

Seguì il parente di Antonio fino a casa, dove fu rifocillato. Restava però una ferita da curare.

L’uomo di campagna, per oltre vent’anni, aveva vissuto accanto ai cavalli. Conservava ancora farmaci, siringhe, disinfettanti. Tra questi, flaconi di Betadine, usati per le ferite.

Per un cane di quasi trenta chili bastava poco.

Prese il necessario dal deposito e tornò da Antonio. Il cucciolone, dopo aver mangiato e ricevuto carezze, appariva in buone condizioni. L’uomo impregnò una garza di disinfettante e la applicò sulla zampa, sopra e sotto la ferita. Il cane collaborò docilmente, senza segni di dolore.

Rientrando a casa, l’uomo rifletté su quanto accaduto.

Nella stalla vivevano due capre e un caprone. A volte il caprone scappava e saliva sul tetto. Anche i due cani facevano lo stesso: da lassù potevano osservare il territorio. Ma gli animali — quelli veri, quelli buoni — non compiono sciocchezze come gli esseri umani.

Quella notte doveva essere successo qualcosa.

Prima di accorgersi del cane ferito, l’uomo aveva notato un cucciolo molto piccolo, due o tre mesi appena, bloccato nel recinto sotto la stalla. Forse era entrato da un lato e non riusciva più a uscire. Aveva lasciato i cancelli aperti perché potesse allontanarsi.

Probabilmente, durante la notte, il cucciolone aveva sentito il richiamo del piccolo in difficoltà. Nel tentativo di aiutarlo, era salito sul tetto per vedere meglio. Poi aveva scivolato, fino alla grondaia. E si era ferito.

Aveva trascorso la notte rannicchiato, sotto la gelata, aspettando.

Aspettando che arrivassero un paio d’uomini di buona volontà.




martedì 23 dicembre 2025

BiblioIlde - Ascolta la mia voce - Susanna Tamaro

Di Ilde Rampino

Un colloquio intenso, fatto di domande che a volte rimangono senza risposta e che diventa quasi una preghiera, inanellando parole dense di dolore e di rimpianto. Ritrovare in un passato attraverso scritti, gesti strani ed accorgersi che il passato è fatto di storie che coinvolgono altri esseri, altre solitudini e altre assenze. E proprio l’assenza di un volto caro o di un sentimento diventa qualcosa da cui partire per rigenerarsi, per ritrovare dentro di sé una scintilla di luce attraverso i ricordi, collegandoli a momenti che assumono un profondo significato, che hanno lasciato tracce nella sua infanzia, come il taglio dell’albero, che rappresenta per la protagonista la distruzione tangibile di un passato, con le radici che abbracciano il terreno.

La sua caduta ha trascinato con sé molte cose, mentre le cicatrici rimangono a graffiare la propria anima. Gli eventi e gli incontri diventano specchi, capaci di farci conoscere una parte ignota di noi stessi e a volte si vorrebbe ritrovare ciò che si è perduto nella casa che è “il luogo giusto dove tornare”. Ma il dolore, accumulato negli anni, si è trasformato in odio verso sua nonna e la ragazza non trova pace nella quiete, della campagna, dilaniata da una tensione interiore: ”avevo bisogno del dolore per sentirmi viva”.

La sua ricerca disperata di una foto della madre che la nonna ha fatto scomparire per non rivangare continuamente il dolore, portandosi dietro il peso dei gesti non fatti e delle frasi non dette e ciò provoca una sorta di degrado della casa e anche della propria anima. La memoria della donna comincia a popolarsi di fantasmi e diventa preda di manie di persecuzione, fino a una fine tragica, ma silenziosa, seguita poco dopo dalla morte del cane Buck che la accompagna in un estremo saluto. La protagonista vive un profondo smarrimento: “si sentiva come un sacchetto vuoto in balia del vento, che sembrava parlarle.

A poco a poco si rende conto che ognuno di noi è il risultato inconsapevole dei nostri genitori e antenati e quando scopre il diario di sua madre e legge le sue parole:”Libertà è il verbo degli anni a venire”, comincia a provare pena per sua madre e per quel bambino rifiutato. La donna le chiede perdono, perché si rendeva conto di “essere nata per vivere in un vicolo cieco” e affiorano i ricordi di sua madre che dormiva sempre persa nel labirinto del suo mondo e diviene consapevole che per lei “accettare il suo ruolo e morire era stata un’unica cosa”.

La protagonista inizia un difficile percorso interiore che la porta a conoscere suo padre, anche se lei desidera solo “uno sguardo che la risponda”. Lo squallore e la complessità dei suoi ragionamenti in cui si perde, la richiesta velata di incontrarla le creano un senso di disagio e di paura, perchè “le parole sono le tracce che lasciamo dietro di noi” e ognuno di noi ha una sua storia solo sua.

Il viaggio ad Haifa in Israele, per cercare il suo unico parente, è il tentativo di riannodare l’unico filo, per quanto slabbrato, che la lega alla sua famiglia, tornando  in un certo senso alle sue radici. I racconti di quel vecchio, ormai stanco, che vive nella nostalgia di un passato pieno di armonia, si è dedicato poi alla cura degli alberi, consapevole dell’importanza “di prendersi cura di ciò che è piccolo”. La morte di suo padre, solo e abbandonato, dopo aver fatto un ultimo tentativo  di chiamarla, la lascia sbigottita, soprattutto, quando legge le parole della sua ultima lettera: ”tu sei stata l’insperato della mia vita”.

Alla fine fa entrare la luce nella stanza per ripulirla dall’amarezza e riesce finalmente a riconciliarsi col proprio io, quello che si è cercato disperatamente, senza mai trovarlo, quell’io, diviso tra tristezza e incoerenza che ha bisogno solo di essere compreso e preso per mano


domenica 21 dicembre 2025

Solstizio d'Inverno 2025 - Michele Zarrella


Oggi domenica 21 dicembre 2025 alle 16:03 si avrà il solstizio di inverno. Il Sole, nel suo movimento apparente lungo l’eclittica, al momento del solstizio invernale, nel nostro emisfero, l’emisfero boreale, viene a trovarsi alla sua minima declinazione (altezza) rispetto all’orizzonte. Il Sole tramonta alle 16:23 e pertanto oggi è il giorno più corto dell’anno e la notte più lunga. Da domani comincerà ad allungarsi la durata diurna e diminuire quella notturna. 

In questo periodo la Terra è nella zona più vicina al Sole (il punto più vicino si chiama perielio) e il raggio vettore, segmento immaginario che congiunge il Sole al pianeta, è più corto pertanto, per la seconda legge di Keplero, l’arco di orbita percorso in un dato tempo è più lungo e quindi la velocità orbitale è maggiore rispetto a quella che si ha quando il pianeta è all’afelio, il punto più lontano dal Sole. 

Quante usanze intorno a questa rinascita del ciclo solare, Natale compreso. Spesso l’uomo quando non sa spiegare un fenomeno gli attribuisce attributi “magici”, “divini” o “oscuri”, e crea intorno ad essi “riti propiziatori”. Ma al di là dei riti che fanno comunità, l’uomo deve rispettare il pianeta che lo ospita per poter continuare a viverci il più possibile. Quindi quando si parla di riscaldamento globale non si tratta di “salvare” il pianeta – frase errata e fortemente deviante –, ma di salvare la nostra e tutte le specie viventi. In effetti per il pianeta la sparizione di una specie è più o meno pari ad una nostra deglutizione. Il pianeta continuerà a girare su sé stesso e intorno al Sole per altri 5 miliardi di anni circa con o senza una certa forma di vita che noi – molto, ma molto umilmente –, abbiamo nominato Sapiens-sapiens. Pertanto fra tre mesi, precisamente il 20 marzo 2026 alle ore 15:45 si avrà l'equinozio di primavera a prescindere da quello che farà il riscaldamento climatico.

Se il cielo sarà sereno, questa sera potremo ammirare il tramonto del Sole, che si trova  nella costellazione del Sagittario, alle ore 16:23. Dopo mezz’ora, quando avanzerà il buio apparirà verso ovest il Triangolo estivo che volge al tramonto formato da Vega della Lira, Altair dell’Aquila e Deneb del Cigno. Brilla, nella costellazione dei Pesci, Saturno, il pianeta con gli anelli che tramonterà alle ore 23:03. Alle 18:00 inizierà a sorgere Orione e un’ora dopo potremo ammirare Procione del Cane Minore e Sirio del Cane Maggiore. Betelgeuse, la super gigante rossa di Orione, Procione e Sirio costituiscono il cosiddetto Triangolo invernale. Alle 18:23 sorgerà Giove che si trova nella costellazione dei Gemelli vicino a Polluce, mentre dall’altro lato di Castore allo zenit brilla Capella la stella più luminosa di Auriga. Questa è la notte successiva la Novilunio pertanto non sarà possibile vedere la Luna. Ma brilleranno la grande costellazione di Orione per mezzo della quale è possibile ritracciare, allungando la linea della “cintura” verso sud (il basso), Sirio la stella più luminosa del firmamento. Invece portando lo sguardo verso l’alto della linea della “cintura” si incontra Aldebaran la stella più luminosa del Toro, di colore arancione. E vicino al Toro vi sono le Pleiadi. 

Buona visione con l’augurio di SERE SERENE e BUONE FESTE.