A cura di Ilde Rampino
Un racconto
interiore che, tuttavia, si delinea attraverso le vicende della Storia che
spesso lasciano l’amaro in bocca per l’incapacità di fare qualcosa per cambiare
le condizioni di chi soffre. L’autrice riflette sulla morte di tanti
giornalisti, uccisi, mentre facevano il loro lavoro, lei prova una profonda
ammirazione per loro, perché hanno seguito la propria passione. Uno di loro, nonostante i lutti che avevano colpito la sua
famiglia, aveva continuato a trasmettere i suoi servizi ed era stato
considerato un eroe. L’idea di lasciare i social le causa un attacco di
tristezza, perché è un modo di partecipare alla vita degli altri, di stare in
mezzo al mondo, spesso per vincere la solitudine si sta bene anche soli, quando
non si è soli”
Lei aveva
bisogno di un progetto che la assorbisse, per non rimanere legata al passato,
che talvolta ritornava, nei suoi ricordi, come il sapore di un cibo
dell’infanzia. L’autrice è consapevole che, nel nostro mondo industrializzato,
tutti rivelano un disturbo da dipendenza, che ricalca spesso un senso di
abbandono, come quello che sua madre aveva vissuto quando era bambina, poiché
aveva avvertito il rifiuto dei genitori di suo padre. La paura dell’abbandono
era rimasta latente in lei, ma compariva in determinati momenti: nonostante
avesse avuto due figli da due uomini diversi,aveva provato una profonda
solitudine e non si era sentita appoggiata da loro. Lei faceva di tutto per i
figli, si era anche sacrificata, perché era convinta che quello fosse il suo
compito. Aveva compreso, nel corso del tempo, che “le donne capiscono troppo
tardi di avere il diritto di riposare e prendersi cura di sé”, e che devono stare
molto attente per riuscire a diventare persone forti e libere. Sua madre soffriva
di ansia ossessiva e lei, da piccola, piangeva spesso. Man mano che diventava
grande, ciò che le sembrava un’inebriante libertà non era altro che un’evidente
solitudine, viveva troppo intensamente, come per recuperare qualcosa.
L’autrice,
giornalista impegnata dai anni sui teatri di guerra nel mondo, va nei campi dei
prigionieri a Gerusalemme e comincia a cercare
notizie sui prigionieri liberati negli scambi di prigionieri tra Israele e
Palestina, perché si rende conto che si tratta di “un popolo intero e un paese
in prigione”.
Si era
sempre sentita, in qualche modo, “esule”, anche se aveva condiviso, con grande
sensibilità, le parole delle donne che aveva intervistato, donne che avevano
sofferto e che sono sempre più sole, perché più esposte.
Molto
significativa e intensa è l’affermazione dell’autrice: ”la solitudine non è
solo una prigione, ma anche un rifugio: un posto dove fermarsi in ascolto del
battito del mondo”. Fondamentale è stato per lei, avvicinarsi al mondo dei
volontari nelle missioni, in cui non si pensa ad altro che vivere del momento presente
e del proprio impegno: nella Scuola Santa Clelia di Kitanga in Africa, che
accoglie bambini poveri provenienti anche da posti molto lontani, fin da quando
sono piccolissimi e che non vedono i loro genitori per mesi, mentre alcuni non
li hanno proprio viene colpita dall’atteggiamento di alcuni bambini che le
chiedevano: “Resti qui anche domani? Mi abbracci?”. Si rende conto, con
profonda amarezza, che quelle parole esprimono una solitudine che alla loro età
lei non sentiva assolutamente e ciò la fa riflettere sull’importanza delle
mancanze e del dolore.
.jpg)

.jpg)
.jpg)




.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)