domenica 1 marzo 2026

Leggere "Memorie di una Janara" e ritrovare mia nonna...


A cura di Alba Cianci

Ci sono libri che si leggono e libri che aprono una soglia: "Memorie di una Janara" - di Emanuela Sica - appartiene alla seconda specie. Non è soltanto un romanzo: è un attraversamento...e forse, per me, lo è ancora di più.

La figura della Janara, così come emerge dal libro, non è un semplice personaggio folkloristico. È un archetipo. È la donna che vive sul confine: tra natura e cultura, tra corpo e spirito, tra cura e sospetto. È la donna che conosce le erbe, che parla con il vento. A me l’idea della Janara piace profondamente. Non per l’aspetto magico in sé, ma per ciò che rappresenta: la potenza e la forza delle donne quando non chiedono permesso di esistere. La libertà femminile che non è proclamata, ma incarnata.

Leggendo il libro, però, non ho potuto fare a meno di pensare a mia nonna.

Non era una Janara, non apparteneva alla leggenda, non evocava misteri. Eppure, in lei riconosco qualcosa che dialoga con quella figura archetipica.

I ricordi che ho di mia nonna non sono fotografie nitide: sono immagini sovrapposte, racconti ascoltati da lei e da mia madre, parole ripetute tante volte da diventare memoria. La ricordo quasi sempre vestita di nero, i capelli grigi raccolti con ordine, il volto serio ma non severo. Abitava nella mia stessa strada ma verso la parte finale: come se  la sua casa fosse un approdo, un punto fermo.

Molto di ciò che so di lei mi è stato raccontato. Madre di quattro femmine e di un maschio, rimaneva sola a reggere la casa quando suo marito Antonio, che non aveva la tessera annonaria, veniva mandato lontano, in Libia, poi nelle miniere della Sardegna.

Ricamava lei e  ricamavano le sue figlie. La sera, attorno al tavolo, sferruzzavano i ferri e correvano gli aghi. Lenzuola da corredo, coperte ricamate, maglie intrecciate con pazienza. Ma non era un passatempo, quando un lavoro era pronto, lei lo piegava con cura e partiva all’alba verso Melfi, a piedi, anche con la neve. Consapevole che poteva essere fermata, scambiata per contrabbandiera, sebbene non lo fosse. Portava solo il frutto del proprio lavoro, per tornare poi a casa con un po’ di grano o d’olio.

Quello che invece ho visto con i miei occhi è la fila davanti alla sua porta. Non era una janara, non apparteneva al mito, né al racconto folklorico. Non evocava misteri né cercava potere, eppure, era una curatrice.

Le persone andavano da lei per una caviglia slogata, per un braccio che non si alzava più, per dolori che oggi chiameremmo ortopedici. Lei “aggiustava le ossa”. Con l’albume d’uovo faceva rudimentali ingessature, preparava decotti di malva e camomilla, fasciava con mani ferme. Ma non si limitava al corpo: ascoltava e in quell’ascolto c’era già metà della guarigione.

Aveva un dono che oggi qualcuno definirebbe pranoterapia, ma che allora era semplicemente una qualità naturale: il calore delle mani, la sicurezza del tocco, la calma che trasmetteva. I bambini più irrequieti, presi in braccio da lei, si quietavano come per incanto. Non c’era teatralità, non c’era superstizione ostentata, c’era solo la naturalezza del sentire e trasmettere attraverso le mani. E poi c’era “l’occhio”, recitava una nenia sottovoce, parole che non ha mai voluto insegnare, perché — diceva — si tramandavano solo nella notte di Natale. Finché fu lucida le sussurrava piano, quasi a proteggere quel sapere. Negli ultimi anni, quando la memoria si è fatta più fragile, a volte le sfuggivano ad alta voce.

Non era una janara nel senso letterario del termine, non cercava di essere altro da sé,  era una donna che curava anche se non ho mai scoperto quando e come abbia iniziato.

Curava: con ago e filo, trasformando il ricamo in pane, con le mani, rimettendo in asse ossa e paure, con le parole, sciogliendo l’ombra del malocchio.

Alcune donne non hanno bisogno di leggenda per essere straordinarie, non era una janara, era qualcosa di più semplice e, per questo, più potente: una madre, una lavoratrice, una donna del primo Novecento che ha attraversato le guerre senza mai perdere la dignità e soprattutto, era una curatrice.

sabato 28 febbraio 2026

Memorie di una Janara: il battito di una terra antica

 

Recensione a cura di Michele Vespasiano

Ho letto questo libro gustandolo al pari dell’infuso ai frutti rossi che bevo in questi pomeriggi d’inverno. Ora lo tengo in cima ad una pila di altri testi e prima o poi mi dovrò decidere a riporlo in una collocazione consona al suo contenuto. L’operazione non è scontata, come si potrebbe banalmente credere, in quanto Memorie di una Janara di Emanuela Sica (Delta3 Edizioni) è uno di quei libri che sfuggono ad una precisa classificazione. Ed è inutile ricorrere alla codificazione suggerita da Dewey, poiché ho provato a infilarlo in uno scaffale, ordinato per genere o argomento, ma insofferente lui scivola via. Sta sulla cresta, in bilico tra storia e fantasy, generi che si intrecciano tra loro in un crescendo suggestivo; tra etnografia e lessicografia che diventano poesia e artifizi letterari. È un testo, insomma, che abita i margini della narrazione codificata e lo fa con rara consapevolezza.

Tutto parte da un vecchio diario ritrovato da Michele e Ginevra (ho come l’impressione di conoscerli questi giovani Indiana Jones!), e dalla condivisione con il diverso sentire dei due esploratori del tempo passato. Una trama scritta e abusata, si potrebbe pensare. Niente affatto, poiché per aprire il diario Ginevra deve prima compiere un rituale di protezione. E questo non è un dettaglio narrativo, messo lì per suggestionare il lettore, già intrigato dal titolo, bensì il primo avvertimento che quello che si sta per leggere è roba viva, che brucia come una janara nel sabba sotto il noce consacrato.

Ed è proprio la Janara la protagonista del libro. Una figura femminile che vive sul confine, attraversando le regole della sua società, a volte onorandole a volte infrangendole, barcamenandosi nel difficile equilibrio tra l'uomo e la natura. Attenta che né l’uno né l’altra prevalga. Servirà  però, dimenticarsi della strega con la scopa e il gatto nero che affolla l’immaginario collettivo, in quanto la Janara di Sica è innanzitutto una donna che appartiene a se stessa, una femmina che non ha tagliato il cordone con la terra, con i cicli delle stagioni, con l'umido della notte e il chiarore del giorno che sorge. L'autrice l’accosta alle Mistiche, perché come quelle la Janara abita l'intimo, il primordiale, le pieghe dell’umanità, il possibile che è stato o che potrà essere.

Preso per mano da Emanuela, tra terre "grasse di verzure" nell'Irpinia che fu, percorrendo sentieri coperti di muschio, in compagnia di venti che soffiano voci che arrivano da lontano, e leggendo Memorie di una Janara ho avuto la sensazione di camminare nel fitto di uno dei boschi di castagni che segnano il paesaggio di Guardialombarda, il borgo dove tutto ebbe inizio nel XVII secolo. È un paesaggio che respira, quello che ho avvertito intorno. E al centro ci sono loro, le mammane, le curandere con i loro rituali per le malattie fisiche e per quelle emotive o per la rimozione del malocchio (affascino), le herbarie, raccoglitrici di erbe e di preghiere, che curano il mondo perché sanno ascoltarlo, perché ne conoscono i tempi e le stagioni.

Ma di queste dirò poi. Ora preferisco soffermarmi sulla struttura del libro, sfaccettata come un prisma che rimanda e scompone la luce,  il cui punto di forza è proprio la sua forma ibrida.

Da una parte c’è un congegno che intreccia leggenda e storia in un sapiente intreccio di prosa, lirica e dialetto. Una sorta di quadrante del destino , in grado di localizzare le fessure temporali; una macchina del tempo che l’autrice manovra abilmente, attingendo alla narrazione onirica di Giambattista Basile e di Roberto De Simone o, perché no, del mio concittadino Antonio D’Amato, con la sapiente calma di chi sa dove mettere le mani per impastare come tenera argilla le figure leggendarie di un ritrovato Cunto de li cunti dei monti irpini: lu pup’naru e lu scazzamauriello, ze’ Vecchia e ze’ Bilonia, solo per dirne alcune, che con i loro misteri e i loro poteri, l’affascino e le dannazioni si agitano quannu è nera la nuttata.

Dall’altra ci sono i versi. Tanti. Quelli, ad esempio, che raccontano di donne capaci di tenere al riparo “le margherite nel cuore della tempesta” e per questo inchiodano le lacrime sul “davanzale delle ciglia”. Versi non di una poesia decorativa, bensì di un lirismo che del racconto  è parte essenziale dell'ossatura, ne è il midollo, l’hybris che spiega come si trasforma il dolore in aurora, senza farne retorica.

È con questa suggestione che nel suo libro Emanuela Sica ricostruisce il faticoso percorso di affrancamento della donna, per dare voce al tragico destino di quante subirono la pubblica umiliazione, colpevoli unicamente di aver sfidato, con la propria ostinata esistenza, i rigidi e conformisti canoni sociali della loro epoca.

In mezzo c’è Guardialombarda, la comunità altirpina che vive di saperi antichi e di odori persistenti, capaci di colorare le pagine del libro e di immergere il lettore in un tempo tanto passato e fantastico quanto vicino e reale. Un’età che rimanda al pagus sannita e al vicus romano, prima ancora che alle torri normanne che ancora svettano in Alta Irpinia.

Memorie di una Janara è un’operazione di archeologia dell'anima. Emanuela Sica non si limita a raccontare una leggenda popolare, ma compie un atto di giustizia storica e poetica verso quelle donne che il patriarcato e l'oscurantismo religioso hanno cercato di cancellare e che lei, invece, ha riscoperto e riconsegnato a una memoria condivisa.

Mi ripromettevo di consegnare un mio pensiero sulle herbarie, le mute raccoglitrici del sottobosco che non sono streghe improvvisate. Sono scienziate, a modo loro, sacerdotesse della terra che conoscono le proprietà fitoterapiche dell’ortica e della malva, del salice e dell’olmaria; a conoscenza che l'iperico si coglie a San Giovanni, assieme al mallo delle noci. Alchimiste che maneggiano con cautela la radice tossica della mandragora, che ne hanno appreso le proprietà allucinogene e la usano per parlare ai dolori che non hanno nome. Magàre, padrone di una medicina che guardava il corpo e lo spirito insieme, senza separarli; che curavano ai margini, senza passare per i canali della farmacopea ufficiale. Femmine depositarie di un sapere mediato da una religione laica che fa capire quanto fossero pericolose.

La scopa di saggina davanti alla porta, il sale grosso, l’olio e l’acqua, l'invocazione dei santi e degli elementi, non sono più folklore ma costituenti imprescindibili del rituale a cui è obbligata Ginevra. Paletti che definiscono un perimetro, dove il fuoco, la terra, l'aria e l'acqua diventano presenze con cui parlare e non risorse da sfruttare.

“Tienimi radice / attaccata alla terra./ Lucidi fili di parole / si rincorrono nel vento / a tirare memoria nei capelli / barlumi di fuochi fatui nel petto.”

E poi c'è il dialetto, che Emanuela Sica usa quasi fosse l’unica formula buona per decriptare il messaggio che giunge da lontano; perché il vernacolo è la lingua della terra e delle madri, una lingua "grassa di verzure" che arriva dove l'italiano non può: Luna chiatta e lucenda / la Janara nun s’abbenda / s’annaccova tra r’fronne / cumm’ nun truonu p’ t’ ‘nfonne (Luna piena e lucente, la Janara non si ferma, si nasconde tra le fronde degli alberi per bagnarti come un tuono). Un lessico con un peso specifico diverso, parole che a pronunciarle emettono una vibrazione che prende lo stomaco.

Chiudo annotando che Memorie di una Janara ruota intorno a un'idea suggestiva e a  un malcelato non detto, ovvero che la memoria non è paga dell’antico diario ritrovato  e che la storia non trova conclusione con l’ultima pagina del libro. Forse “un altro cammino prenderà corpo con suoni e dimensioni che si innesteranno nella modernità dei nostri tempi...”.


mercoledì 25 febbraio 2026

BiblioIlde - La bambina di Odessa - Tiziana Ferrario

 
A cura di Ilde Rampino
Una storia che reca in sé singulti di dolore, custoditi sempre dentro di sé in un silenzio, denso di consapevole sofferenza,  ma che non ha mai dato spazio alla disperazione e ha continuato a vivere nella speranza della verità, anche quando essa sembrava perdersi nei rivoli dell’indifferenza e della menzogna. L’autrice, in questo periodo di guerre e rivolgimenti sociali ha voluto dare una grande testimonianza del valore umano di questa donna, che lei aveva conosciuto da ragazza e aveva sempre ammirato per la sua forza interiore, riuscendo a penetrare, con estrema delicatezza e comprensione, attraverso i suoi scritti, la reale profondità emotiva di una donna, che, pur attraverso sventure personali, è sempre riuscita a rialzarsi. Lydia Franceschi ha serbato in sé la forza e la continua ricerca di un miglioramento per sé e per gli altri, attingendo alla vita di suo padre  Amedeo, che con suo fratello si era imbarcato a Genova con destinazione Odessa “con poche cose e tanti sogni di una vita migliore e senza più guerra”, per scappare dalla sventura di finire nelle mani dei fascisti.                        
                                                                                           
Al loro arrivo ad Odessa, avevano cominciato a lavorare al porto: la rivoluzione bolscevica era il loro sogno e si erano sempre battuti per la libertà.  L’incontro con Lydia che era la sua interprete e insegnante rappresenta un momento importante, che tuttavia durerà poco, perché lei morirà presto, chiedendogli di dare il proprio nome alla loro bambina. L’esistenza di Lydia sarà attraversata da molti momenti difficili e sarà influenzata dal grande vuoto che l’avrebbe accompagnata per tutta la vita, a causa della perdita di sua madre e dalla mancanza d’amore, nonostante il profondo legame con il padre Amedeo, l’unica luce, con cui si sente libera di esprimersi. La morte improvvisa del padre la getta nello sconforto, viene chiusa in orfanotrofio, dove viene trattata molto male, ma la salverà la sua determinazione e la sua forza interiore che non l’abbandonerà mai. Riesce a conseguire il diploma e si iscrive alla facoltà di Chimica, una vera pioniera in quegli anni. Il suo profondo senso di giustizia e di impegno la porta a diventare negli anni una staffetta partigiana, entrando nella Resistenza. Vive profondamente l’emozione di votare la prima volta il 2 giugno 1946 e avverte l’importanza storica di quell’atto. L’incontro con Roberto, il cui nome in realtà era Mario, rappresenta un punto di svolta: condivide con lui che era stato partigiano, una profonda comunione di intenti e un legame fortissimo. Quel nome, Roberto, diventerà il nome del loro primo figlio, una sorta di filo del destino: egli sarà sempre un ottimo studente e conseguirà ottimi risultati a scuola e si batterà con impegno politico a favore dei più deboli, forte dei valori che gli aveva trasmesso lei. 

Il lavoro di Lydia come insegnante in una scuola di periferia rappresenterà una grande esperienza formativa: spingeva i suoi studenti a maturare una coscienza critica, in un periodo, come quello degli anni ’70,  attraversato da violenza e sangue. Il funerale di Giuseppe Pinelli, morto in un commissariato di polizia, a cui Roberto Franceschi e gli altri parteciparono numerosi, diventa un momento di profonda riflessione politica e consapevolezza dell’urgenza di un cambiamento. Il momento più tragico della vita di Lydia sarà il 23 gennaio 1973, quando suo figlio Roberto sarà ucciso, a vent’anni, durante gli scontri in piazza a Milano da un’arma in dotazione della polizia. Questa tragedia sconvolgerà la vita di Lydia , poiché ”era morta la vita, l’essenza e il perché”, qualcosa si spezza irrimediabilmente in lei, ma, ancora una volta, la sua forza interiore prende il sopravvento e la salva.                     
                                                  
Al funerale, a cui partecipano centomila persone, lei nasconderà in un silenzio composto, il suo disperato dolore e ricorderà le parole, in un certo senso profetiche del figlio: “Se mi dovesse succedere qualcosa, tu devi continuare nella mia lotta”. Negli anni successivi, l’impegno di Lydia, di suo marito e di sua figlia Cristina avrà come scopo la lotta per avere giustizia per l’uccisione di suo figlio e dovrà lottare tantissimi anni contro i depistaggi della polizia e le prove occultate. L’enorme vuoto che Roberto aveva lasciato nel suo cuore non le impedirà di cercare di difendere i diritti di tutti, soprattutto di quelli svantaggiati, che, attraverso la creazione di docenti di sostegno nelle scuole, opportunamente formati, avranno la possibilità di imparare, rispettando i loro bisogni. Lydia era consapevole che ”non si può vivere nell’odio, non si semina niente” e, per tutta la sua vita, ha combattuto contro i soprusi, facendo approvare anche le 150 ore di diritto allo studio per gli operai, perché tutti potessero avere le stesse possibilità di migliorare la propria condizione. 
Una vita, quella di Lydia Franceschi, che deve costituire un esempio per tutti, per la sua coerenza, la sua specchiata onestà, il valore dato agli altri e il ricordo imperituro del figlio Roberto, attraverso la Fondazione a lui dedicata.

giovedì 19 febbraio 2026

BiblioIlde - La casa sull'argine - Daniela Raimondi

A cura di Ilde Rampino

Un argine che definisce un luogo, non solo fisico, ma anche metaforico, di una pendenza che lambisce l’acqua, una sorta di pericolo, di attesa di qualcosa di negativo che può avvenire. Le vicende della famiglia Casadio  si possono analizzare da questa prospettiva: la sinistra profezia di Viollca, la loro antenata gitana che influenzerà le vite di tutta una generazione, attraverso un filo rosso sotterraneo di sangue e di morte e che vedrà le figure femminili, dotate di un’incredibile forza e determinazione portare avanti le redini delle loro vite e di quelle degli altri. Il mondo dei vivi e dei morti si intrecciano con naturalezza e creano un ponte tra la realtà terrena e quella invisibile a cui molti personaggi hanno il dono di accedere.

Giacomo Casadio, dotato di un incredibile estro del visionario, costruiva arche che irrimediabilmente scendevano a picco sul fondale, ma era l’unica cosa che portasse un po’ di felicità in quel giovane malinconico. L’incontro casuale con quella zingara, nei cui confronti tutti provavano una profonda diffidenza, lo incatena irrimediabilmente in una rete di fascino e mistero e, nel momento in cui Viollca gli disse che lo aspettava e che sapeva che le loro vite si sarebbero unite,  egli prende la decisione di sposarla. La donna serberà sempre in sé le tradizioni della sua gente, come la preparazione di infusi utilizzando erbe e strane radici e credendo nella leggenda, secondo cui nelle fondamenta di ogni casa viveva un serpente buono dalla pancia bianca, ma se esso veniva ucciso, molte disgrazie si sarebbero abbattute sulla sua famiglia.

Il loro unico figlio verrà chiamato Dollaro, nome scelto da Viollca “così non avrebbe mai sofferto la fame”: egli era l’erede del misterioso universo della madre e poteva sentire le voci dei morti, come quella di una bambina nel cimitero,  che rideva sempre e lo consolava nei suoi momenti di tristezza. Col passare del tempo, neanche l’amore per la sua donna riuscì a rasserenare Giacomo: spesso egli fissava lo sguardo lontano e si sentiva troppo stanco per andare avanti e un giorno si impiccò. Dollaro si sedette accanto a suo padre e si rese conto che egli non era stato capace di vivere per tutta la malinconia che aveva dentro e cominciò a parlare con lui, ma non rivelò mai a nessuno il suo segreto. Viollca, dopo la morte del marito, bruciò i suoi vestiti; prese le carte dei Tarocchi che non aveva più usato e improvvisamente apparve quella del Diavolo. Ella comprese che sarebbe stata un’impari lotta contro il destino perché i Casadio avevano la follia nel sangue, seguivano sogni bizzarri e impossibili che avrebbero causato tante sofferenze e bisognava impedirlo ad ogni costo.

”Le passioni cieche sono catene che trascinano in un gorgo che uccide”, un elemento che si fa strada nelle vite dei protagonisti : Edvige ne fu vittima inconsapevole e il suo amore per Umberto, un uomo sposato, la portò a dimenticare ogni legame e la morte per annegamento dei due bimbi innocenti porterà alla pazzia della loro madre. Edvige si rinchiuderà in se stessa,”smise di vivere di sogni e iniziò a vivere unicamente di ricordi”, si vestirà sempre di nero e trascinerà la sua vita in solitudine, con l’unica compagnia delle persone morte, con cui intesse uno strano e sereno colloquio, come Viollca, che “sapeva vedere al di là delle cose, anche oltre la propria morte”e che lascerà un’antica scatola di legno intarsiato, con tutti i suoi ricordi, che rimarrà nascosta per tantissimi anni.

Un senso di mistero aleggia anche intorno al personaggio di Neve, chiamata così perché la sua nascita avvenne in un giorno di agosto, mentre fuori cadeva un’incredibile grandinata. Neve rimane paralizzata e viene miracolata dalla Santa. Diventata grande, deciderà di tagliarsi i capelli e ciò rappresenterà una ribellione, un affrancarsi dalle regole tradizionali della figura della donna.  Accoglierà l’amore del giovane Radames e si incontrano nel bosco dei pioppi accanto all’argine: quando lei rimane incinta, accetta di sposarlo. Avranno tanti figli, ma lei si sentiva invischiata in una rete di doveri, non si sentiva libera e cominciò ad allontanare il marito. Oppresso dalle difficoltà economiche, Radames va in Africa, ma subisce un incidente e rimane zoppo: saranno costretti a rinunciare a due dei suoi figli e proveranno per tutta la vita rimpianto e dolore. Divenuti ormai vecchi, troppo silenzio si è accumulato tra loro in tutti quegli anni. Neve prevede il giorno della sua morte e quando avverrà, Radames si stenderà accanto a lei, come per riallacciare un amore ormai spezzato.

Il destino infausto della passione coinvolge anche Adele, la sorella di Neve, che ha una relazione con un uomo sposato;  per sfuggire a quell’amore, accetta di sposare un uomo mai conosciuto e va a vivere in Brasile, nella fazenda di Rodrigo, sostenuta dalla domestica Nubia, che le sarà sempre vicina. A poco a poco Adele riscopre in se stessa una grande forza, si rimbocca le maniche e affiancherà il marito nella gestione della fazenda; impara tutto sulla coltivazione del caffè e andrà avanti nonostante sofferenze indicibili, come la morte dei suoi due bambini. Il rapporto con Rodrigo è difficile, segnato dallo sguardo carico di odio che egli le rivolge, appena la vede, di cui ella ignorerà sempre il motivo e che comprenderà solo alla fine quando, dopo la sua morte,  scoprirà che lei somiglia alla ex fidanzata che lo ha tradito con suo fratello, il cui dolore è rimasto sempre come una cicatrice nella sua anima. Adele a quel punto si rende conto di non avere più radici, decide di abbandonare il Brasile, ma poi rimane, perché comprende che deve farlo per Maria Luz, la loro figlia, la loro “luce nel buio”.

I fili del destino conducono in direzioni diverse le vite delle due cugine, Norma e Donata : il padre di Norma aveva rinunciato al suo sogno, il canto ed era diventato taciturno, “il dio muto”, come lo chiamava sua figlia. Donata al contrario ha in sé il germe della ribellione, trova per caso la scatola di Viollca e comincia a giocare con i tarocchi, una sorta di eredità della sua trisavola. Si accorge di riuscire a leggere i pensieri della gente e comincia ad interessarsi di politica, avvicinandosi a gruppi che volevano “cambiare il mondo”. La sua scelta politica estrema crea in lei una situazione di disagio e di pericolo, quando si innamora, ricambiata, di Stefano, figlio di un giudice; è costretta a lasciarlo con un biglietto di addio e a sposare un altro, un matrimonio voluto dal partito. Il destino, che si avventura sulle tracce di sangue porta alla morte di Stefano, un rimorso che le strazierà il cuore, fino a farle perdere il senso del tempo e di se stessa e si annega nel fiume.

Il dolore sembra essere il pentagramma su cui risuonano tutte le vicende dei personaggi, ma forse è proprio la forza segreta dei sogni a tenere vivo il cuore delle persone e non bisogna mai rinunciarci……


sabato 7 febbraio 2026

Sudari & Speranze - Poesie per Gaza, antagoniste al silenzio.

Quando la poesia incontra la realtà, la cruda storia dei nostri giorni (e non solo) smette di essere esercizio formale e diventa un corpo vivo, con le sue fragilità, le sue contraddizioni, le sue evanescenze, le sue profondità. La raccolta poetica di Michele Vespasiano, empatico per eccellenza, nel senso più concreto del termine, nasce proprio in questo punto di contatto: la parola si carica di respiro, ossa, carne, sangue, e vi aggiunge una grande dose di responsabilità. Lo sguardo è fisso e lucido su Gaza che non viene definita come semplice luogo geografico, ma come spazio simbolico universale, emblema di ogni ferita collettiva che attraversa l’umanità.

La parola poetica agisce come una membrana sensibile: assorbe il trauma, lo filtra, lo restituisce in immagini capaci di superare il dato cronachistico. Ed ancora registra, conserva, trasmette. Ogni verso funziona come una traccia incisa, come una cicatrice che continua a parlare.

Il cuore filosofico dell’opera ruota attorno a una domanda essenziale: quale valore assume l’umano quando la storia accelera e divora i suoi figli?

All’interno della raccolta, i personaggi e le immagini funzionano come camei simbolici: apparizioni brevi, concentrate, capaci di condensare un’intera visione del mondo. Ognuno, poi, si ancora a un archetipo primordiale, riconoscibile a livello antropologico prima ancora che letterario. È questo che permette alla poesia di superare il contesto storico e parlare all’umano in quanto tale.

Prendiamo Il Bambino –  la luce che cammina. Rappresenta il centro gravitazionale dell’opera. Non è semplice vittima, ma principio rivelatore. Il suo corpo ferito espone l’asimmetria radicale tra potere e innocenza, mentre il suo sorriso portato come una lampada rovescia la logica della distruzione. Il suo essere presente, eppur evanescente, illumina per esistenza. Cammina dentro le macerie come una figura profetica, trasformando la fragilità in orientamento. È un archetipo di origine antichissima: il puer che rivela, il piccolo che mostra ciò che gli adulti hanno smarrito. In lui la speranza non appare come ottimismo, ma come resistenza ontologica.

La Madre – il corpo che regge il mondo. La madre emerge come figura verticale, immobile e assoluta. È la Stabat contemporanea, priva di iconografia consolatoria. Non c’è promessa immediata, solo presenza totale. Il suo corpo diventa luogo teologico e politico insieme: altare senza tempio, grembo svuotato che continua a custodire senso. La madre non urla, non implora. Regge. E in questo reggere si manifesta una forza arcaica, cosmica, che precede ogni linguaggio. È l’archetipo della cura che sopravvive alla perdita, della maternità come fondamento morale dell’umano.

La Pietra –  la memoria che non dimentica. Le pietre di Gaza non sono materia inerte. Funzionano come archivi etici. Assorbono il sangue, trattengono il calore delle esplosioni, conservano le impronte dei corpi. La pietra diventa testimone quando la voce umana viene spezzata. È un archetipo tellurico: la terra che registra tutto, che non assolve e non cancella. In questo senso la pietra sostituisce la carta, il monumento, la lapide. Dove la storia ufficiale rimuove, la pietra conserva. Dove il linguaggio politico sfuma, la pietra incide.

Il Silenzio - lo spazio della responsabilità, attraversa l’opera come una presenza attiva, densa, quasi fisica. Diventa, giocoforza, campo etico. È il silenzio delle macerie, quello degli spettatori lontani, quello che separa il sapere dall’agire. Questo silenzio non consola e non protegge: interroga. Costringe a scegliere una posizione. È il luogo in cui l’ascoltatore viene chiamato in causa, smette di essere esterno e diventa parte della scena, si trasforma nel vero antagonista morale di tutto il libro: è ciò che permette alla violenza di continuare.

Il Sudario –  la parola che avvolge, rappresenta il simbolo più alto e metapoetico della raccolta. Telo di morte e gesto di pietà estrema con un significato più esteso, ampio, cocente. Avvolgere significa riconoscere, restituire dignità, impedire la dispersione. La poesia stessa agisce come sudario: copre i corpi senza nome, li sottrae all’oblio, li consegna alla memoria collettiva. Il sudario rende visibile la ferita, la materializza nella sua "condivisibilità".

In questo senso la scrittura diventa rito laico, atto di custodia dell’umano.

La Luce – ciò che resta, non è mai trionfale. È fragile, intermittente, portata a mano. Compare nei sorrisi, nei gesti minimi, negli sguardi che restano aperti. È una luce che non promette salvezza immediata, ma continuità del senso. Indica la possibilità che qualcosa resti umano anche nel collasso. Questa luce non elimina il buio: lo attraversa. Ed è proprio per questo che resiste. Qui, la densità della poesia diventa atto politico primario, precedente a ogni ideologia. Rifugge dallo slogan per costruire immagini che entrano, corposamente, con irruenza, nella coscienza. Il verbo del poeta assume la qualifica, dolorosa eppure necessaria, di testimonianza, gesto di responsabilità collettiva.

Ed è da questa visione che ho provato a fare un esercizio, costruire un monologo usando dei camei testuali che sono presenti (a mio avviso) nella raccolta. Una tessitura corale, composta dai nuclei più simbolici. In questo caso non parla per Gaza ma parla a Gaza, attraverso i suoi archetipi, la sua materia, il suo silenzio.

MONOLOGO

Ascoltate. La terra parla attraverso le pietre e ogni pietra conserva un nome. Gaza respira sotto strati di polvere e luce ferita, un sudario disteso tra cielo e carne, un lenzuolo infinito che accoglie i corpi e custodisce il peso delle storie. I bambini camminano con il silenzio negli occhi, contano le stelle dentro i crateri, portano sorrisi come lampade accese per orientare il buio del mondo. Le madri stringono l’aria, trasformano il pianto in preghiera muta, diventano colonne di un tempio spezzato dove la vita chiede ancora spazio. Le pietre assorbono sangue e memoria, diventano pagine incise dal tempo, insegnano alla storia il linguaggio della ferita e alla coscienza il peso dello sguardo. Qui la parola nasce dalla carne, diventa respiro collettivo, diventa gesto che unisce chi guarda e chi soffre in un unico battito. Ogni sudario racconta una promessa, ogni silenzio chiama una scelta, ogni bambino solleva la luce e la consegna alle mani dell’umanità. Gaza vive nel gesto che ascolta, nel cuore che resta aperto, nella voce che attraversa il mare e sceglie di farsi presenza. Questo è il canto. Questo è l’ingresso per permettere all’umano di riconoscersi.

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mercoledì 28 gennaio 2026

"Li racCundi di Giuseppe del Giudice"...ed anche gli adulti tornano bambini


Mi sono sempre chiesta se sia possibile spiegare un libro senza utilizzare le parole ricorrendo, nell’incipit dell’attraversamento e comprensione del testo, a un’immagine simbolica che diventasse origine e sentimento di pagine, che si rincorrono come in una staffetta senza fine. Ebbene, credo di averla trovata.

Questa foto apre, nell’iride di chi la guarda, un tempo condiviso. Il vicolo accoglie i corpi come una frase stretta ma lunga, composta di pietra, passi, attese. Le case si abbracciano in uno spazio comune, come quei buoni amici che si scelgono indipendentemente dalla famiglia d’origine, e lo rendono umano. Le persone avanzano, sostano, si riconoscono; altre si ignorano, probabilmente poche. Il fuoco dell’attenzione cade su una donna che tiene per mano un bambino con il grembiulino dell’asilo. In quella stretta si materializza una diagonale affettiva che attraversa l’immagine e la storia, ferma sotto i suoi passi. Quel gesto semplice contiene l’andamento, il ritmo del cammino e un’educazione sentimentale che si materializza, idealmente, in un passaggio di saperi, in una fiducia consegnata nella direzione che l’adulto intende intraprendere. Il bambino si affida a quella mano che, nel bianco e nero della coscienza fotografica, toglie il superfluo, accende l’essenza, porta la realtà verso una dimensione quasi cinematografica, da neorealismo interiore, dove ogni figura vale per ciò che è e per ciò che rappresenta. Da questo scatto prendono corpo "li racCundi - personaggi e fatti tra i vicoli di Nusco" - di Giuseppe Del Giudice [Mephite]. Il libro cammina nello stesso vicolo e ogni racconto procede con passo breve, deciso, misurato. Una pagina accoglie una vita, una voce, un carattere. C’è, nello stile scelto, una vera e propria "Democrazia Narrativa": ogni personaggio riceve lo stesso spazio, la stessa dignità, la stessa possibilità di lasciare traccia. Il paese diventa agorà e assemblea poetica insieme. Il barbiere, il sacerdote, il maestro, il politico, il bambino, il vecchio abitano una scena comune, senza primeggiare, con una cura e una dignità quasi favolistiche. Gianni Marino coglie con precisione questo movimento quando scrive: “Immaginate di trasformare le stradine di Nusco in un teatro del popolo”. Il libro agisce proprio come un teatro diffuso, fatto di ingressi rapidi e uscite memorabili. L'autore (famoso per i suoi meravigliosi libri di favole per bambini ma, ancor prima, avvocato di professione e già Sindaco di Nusco) compie un gesto raro: trasforma il vissuto quotidiano in materia narrativa primaria, senza filtri spettacolari né sovrastrutture estetizzanti. Ogni racconto nasce da una scelta di prossimità, da un’adesione profonda alla vita così com’è, osservata da vicino, abitata, riconosciuta. Il paese emerge come corpo vivente, come sistema di relazioni intrecciate, come linguaggio affettivo condiviso. Nusco si configura così come una geografia emotiva espansa, capace di oltrepassare i suoi confini fisici e di parlare una lingua universale. I vicoli disegnano mappe interiori. I soprannomi agiscono come coordinate dell’anima. I gesti minimi assumono valore di eventi, perché portano con sé una densità di senso che solo la prossimità consente di riconoscere e restituire: così anche gli adulti tornano, per il tempo della lettura [ed anche oltre], bambini con gli occhi pieni di sorrisi lucidi e stupore. 

E dunque ci troviamo di fronte all'anatomia narrativa di una comunità sezionata e ricucita attraverso la scrittura di Del Giudice che, senza sovrabbondanze o orpelli inutili, vive di essenzialità. Ogni parola porta un carico di esperienza. La lingua somiglia a una pietra levigata dal passaggio delle generazioni. Qui trova casa un detto che mia nonna mi ripeteva sempre: “La miglior parola è quella che non si dice”, intesa come sapienza del togliere, come rispetto del silenzio che circonda il dire. I racconti funzionano per accensione improvvisa, per battuta fulminante, per gesto minimo che diventa rivelazione. “Quistu è nu condono tombale!” racchiude una visione del sacro e del profano insieme. “Truvati paci!” sintetizza una stagione politica, una psicologia collettiva, una filosofia popolare del vivere. “Luigì, e qua mi truovi!” restituisce al tempo una misura domestica, quasi affettuosa. Ogni citazione agisce come un nodo di memoria. Per queste ragioni l’effetto sul lettore assume una qualità regressiva e luminosa. Gli adulti diventano bambini. Lo sguardo si abbassa, si fa curioso, disponibile alla meraviglia quotidiana. Il libro riattiva una lingua interiore fatta di cortili, soprannomi, voci riconoscibili. Le terminologie uniche del testo costruiscono un lessico affettivo che appartiene a una comunità e insieme supera il confine geografico. Marino parla di “un antidoto contro la pesantezza del ripetersi dei giorni” e individua il cuore etico dell’opera: la leggerezza come forma di resistenza, l’ironia come struttura portante del vivere insieme. Di certo il confronto con Cesare Pavese illumina, per contrasto, la struttura narrativa di Del Giudice. Pavese attraversa il paese come luogo mitico, carico di destino, segnato da una tensione tragica verso l’origine; il suo mondo cerca una verità profonda, spesso solitaria, scavata nel mito e nel ritorno. Del Giudice sceglie una traiettoria diversa. Il paese vive come presenza continua, come organismo parlante, come comunità che si racconta mentre vive. Pavese guarda la terra come ferita archetipica dell'io narrante. Del Giudice la guarda come relazione quotidiana, a narrare è il Noi. Il primo affida il senso a un silenzio carico di simbolo; il secondo lo affida alla parola detta al momento giusto, breve, precisa, condivisa, ironica come chiave interpretativa di un paese che diventa corpo abitato anche da chi quel paese non lo ha mai vissuto. Anche da me, trasformata empaticamente in abitante temporanea di Nusco nel momento esatto in cui ho riconosciuto, in molte figure archetipiche, quelle che popolavano il mio mondo piccolo e antico, nella stessa misura in cui lo sono per l’autore. Allora il custode del "campo sportivo" di Nusco diventa il custode del "campo santo di Guardia", e la storia si allinea, si intreccia per universalità di vicissitudini personali. La fotografia iniziale trova così una corrispondenza strutturale nel libro. Il bambino che avanza nel vicolo diventa il lettore che attraversa le pagine. Ogni passo accende una storia, mentre le pagine restituiscono i volti. Il libro procede come un piano sequenza: ritmo umano, luce naturale, verità quotidiana che si fa letteratura. Marino lo definisce “un unico, doloroso, meraviglioso, sofferto e irripetibile fatto umano collettivo”, e questa definizione abbraccia l’intera opera. Il tempo e la lentezza, inoltre, assumono un valore strutturale e quasi liturgico. La pagina breve invita a fermarsi, a sostare, a rileggere, come accade in un vicolo quando si incontra qualcuno e il passo rallenta da solo. Contro la tirannia della velocità di un mondo liquido, la lentezza diventa gesto comunitario, ritmo condiviso, modo di stare al mondo. Il paese si ricompone come unità corale, non come somma di individualità ma come organismo vivo, dove ogni voce entra ed esce senza sovrastare le altre. Qui il tempo diventa circolare, come le stagioni, e la memoria non pesa: nutre. Nusco emerge come materia primaria sacra, non come luogo mitizzato, ma come spazio attraversato da un quotidiano laico fatto di relazioni, ironia, rispetto reciproco, anche sarcasmo sussultorio. Un sacro senza altarini, senza retorica, vissuto nella parola detta al momento giusto. Nessuna nostalgia appesantisce le storie, piuttosto una presenza attiva del passato che illumina il presente. 

Ma di quale gesto parlo? Di quello che attraversa l’intera opera e che raramente viene nominato: ciò che dà vita e fiato a una "giustizia narrativa gentile". Ogni storia rappresenta un atto di cura, ogni personaggio riceve uno spazio di esistenza simbolica. La letteratura assume qui una funzione essenziale: custodire e stringere i legami che tengono insieme una comunità. Il libro salva le relazioni, conserva la trama invisibile che unisce le persone. Volti, posture, inflessioni della voce raccontano un luogo preciso e, insieme, una dimensione condivisa che supera il perimetro del paese e parla a chiunque abbia abitato una comunità, una lingua affettiva, una memoria comune. Se penso a Emma, rivedo mia nonna Carm’lina la Furiosa, resa visibile dalla nomenclatura del soprannome, sottratta all’indifferenza della dimenticanza. Per l'autore (ma prima di esso per la storia della comunità) i soprannomi operano come categorie dell’essere: concetti viventi, forme brevi di filosofia popolare. In ognuno la comunità ha distillato un destino, una postura nel mondo, una relazione con gli altri. Qui l’archetipo prende corpo nella voce, nel gesto, nella battuta. Tonino Paniellu incarna l’archetipo del mediatore ruvido, dell’uomo-soglia tra ideologia e sopravvivenza, e il suo “Truvati paci!” agisce come sentenza stoica, riduzione del conflitto alla misura dell’umano. Michele Futusso assume la figura del custode del tempo condiviso, e il suo “Luigì, e qua mi truovi!” diventa risposta ontologica: l’essere come presenza, come continuità relazionale. Il padre, dell'autore, davanti alla Porta Santa pronuncia “Quistu è nu condono tombale!” e trasforma il sacro in esperienza immanente, portando l’archetipo del trickster dentro una teologia domestica, ironica, profondamente umana.

Il soprannome, in questo sistema, espande. Nomina l’essenza senza immobilizzarla. Ogni figura vive come idea incarnata: il barbiere come agorà, la maestra come legge affettiva, il matto gentile come rivelatore di verità laterali. Il paese pensa attraverso i suoi soprannomi, elabora una metafisica minima, condivisa, orale. La comunità costruisce così una propria ontologia narrativa, dove l’identità nasce dalla relazione e la memoria diventa forma di conoscenza. Nel libro l’archetipo accompagna l’uomo. La filosofia scende in strada, prende un nome, risponde a una voce e resta, come il vicolo, aperta al passaggio degli altri.

Del Giudice afferma una verità che riguarda la letteratura e la vita: una comunità esiste finché le sue voci circolano e, quando la scrittura sceglie questa strada, diventa spazio di permanenza. Così, chi ascolta, restando dentro queste storie, ritrova qualcosa di essenziale: il senso profondo dell’appartenenza, come quando ci si stringe durante una festa di paese per essere unico corpo emotivo di storie, fragilità, ricchezze, povertà e contraddizioni...

Emanuela Sica



BiblioIlde - Stabat Mater - Tiziano Scarpa

 


A cura di Ilde Rampino

E’ un percorso interiore quello che l’autore compie attraverso questo romanzo, un percorso nel desiderio celato, sconosciuto, di giovani donne che hanno vissuto tutta la loro esistenza in un orfanotrofio – l’Ospitale – strette nelle maglie di regole codificate, ma non interiorizzate, che bloccano i loro sogni adolescenziali sulla superficie di atteggiamenti stereotipati. La protagonista, Cecilia, che richiama, non a caso il nome della patrona della musica – è una sorta di figura irreale, scandita da silenzi: a volte sembra che a parlare o ad agire non sia lei come persona, ma i suoi bisogni, le sue aspirazioni ad una vita diversa, che lei non conosce e vede mascherata e forse trasfigurata nelle rare uscite concesse alle orfane come lei. Avvertiva una profonda tristezza, ma non voleva che quel buio che rappresentava il primo ricordo che aveva di se stessa, la facesse precipitare in un baratro, ma voleva lottare a tutti i costi contro quella sensazione di angoscia che pervadeva la sua anima, perché si era resa conto che “anche nel buio più fitto posso chiudere gli occhi e immaginare la luce”. Comincia a scrivere le lettere alla Signora Madre nell’oscurità, perché vuole in qualche modo instaurare una sorta di rapporto con una persona che non deve esserci nella sua vita, perché l’ha abbandonata: “le parole rappresentano la melodia del mio pensiero, un abbraccio che si sporge alla finestra di un cortile vuoto”.  Nell’orfanotrofio, le ragazze non sanno di chi sono figlie, anche se alcune vengono abbandonate con un segnale addosso, che, tuttavia, non permette di risalire alla loro origine. Si sentono come fantasmi e la musica diventa quindi l’unica possibilità di vita, il mezzo per instaurare un rapporto con l’altro, anche se falsato, perchè suonavano sospese ad alcuni metri di altezza, dietro una balaustra, seminascoste da grate metalliche che ne lasciavano indovinare la sagoma, ma non ne permettevano di scrutarne i volti, nascosto dalla maschera che esse erano costrette ad indossare in pubblico. Il violino rappresenta quindi la mano che si porge all’altro, una compagnia dell’anima di un adolescente che si trova costretta, suo malgrado, a fare i conti con la propria solitudine.

Cecilia era convinta che il suo destino fosse “essere figlia del niente”, perché nel corso degli anni aveva visto vanificata la sua possibilità di trovare l’altra metà della sua esistenza, come il pezzo mancante di una medaglietta, ma lei, come le altre, volevano essere riconosciute in qualche modo, perché ”nessuno può sentire la musica segreta  che suona nel nostro animo.

La presenza costante dell’idea di vita, legata strettamente alla morte, la rende dolorosamente vicina alle suore che l’hanno allevata, che “fanno morire insieme a se stesse anche la propria paura di morire”. Struggente è il dialogo con l’Assenza, l’entità rappresentata con i serpenti intorno alla testa – una Medusa ante litteram – e quella della Signora Madre – assenza ancora più profonda e interiore, perché mai conosciuta. E sarà proprio la musica, il suono offerto a lei e trasformato da una mano maschile, quella di Don Antonio, il nuovo insegnante,  a rappresentare una via d’uscita dalla malinconia e un’alterità per trovare se stessa, in un atto di profonda ribellione verso il mondo e la sua realtà.


sabato 24 gennaio 2026

Zhou Yaping: Se muore il grano - Le percezioni di un Pasolini contemporaneo

Nella poesia di Zhou Yaping 周亚平 (1961) non c’è mai un punto di osservazione stabile. Tutto si muove, si inclina, cambia prospettiva. Come scrive Francesco De Luca nella nota dell’editore, Zhou Yaping è un poeta che “affetta e intaglia le percezioni attraverso la lente dell’immagine”: non descrive, ma incide, piuttosto espone, illumina, talvolta acceca. E ancora: "Ha percorso come un cane randagio forse tutte le strade che un poeta nato poeta poteva percorrere in un paese complesso e variegato come la Cina di oggi. Un po’ come Pasolini ha sorvolato la poesia per arrivare alla cinematografia, consapevole della condanna del soffrire, ha scelto di ascendere e osservare. Perché è nell’osservazione che Zhou Yaping trova la poesia o l’immagine stessa della poesia. Immagine e poesia sono i due angoli opposti e sovrapposti della sua poesia."

Il percorso umano e artistico di Zhou Yaping attraversa le molteplici contraddizioni della Cina contemporanea, un paese complesso e stratificato, in cui la tradizione convive con la velocità brutale del presente. Quando De Luca lo paragona a un “cane randagio”, sceglie un'immagine potente che restituisce l’idea di un poeta in continuo movimento, senza appartenenze rassicuranti, spinto da una necessità interna più che da un progetto estetico predefinito.

Come Pasolini — evocato non a caso — Zhou Yaping sembra aver “sorvolato” la poesia per approdare a una visione più ampia, consapevole della “condanna del soffrire”. Ma invece di fuggire, sceglie di ascendere: osservare diventa il suo gesto fondamentale. È proprio nell’atto dell’osservazione che la poesia prende forma, o meglio, che poesia e immagine si sovrappongono fino a diventare indistinguibili. Nella sua opera, immagine e poesia non sono poli opposti, ma angoli coincidenti di uno stesso sguardo.

Questa posizione liminale è al centro anche della prefazione di Marco Masciovecchio, che colloca Zhou Yaping ai margini delle classificazioni tradizionali della poesia cinese contemporanea. La sua scrittura dialoga apertamente con le avanguardie occidentali, senza però rinunciare a una radice profondamente legata alla propria esperienza culturale. Non è imitazione, ma attraversamento. Come osserva lo stesso Zhou Yaping nella prefazione al volume HAI ZI, LUO YIHE e XI CHUAN – I tre dell’Università di Pechino (Delufa Press, 2025), «L’umanità è fatta di moltitudini: c’è chi vive alla giornata e chi cerca di salvarsi senza rischiare». In questa frase si condensa una tensione fondamentale della sua poetica: da un lato la vita quotidiana, concreta, spesso brutale; dall’altro la ricerca di un senso che non sia una fuga, ma una forma di resistenza.

Le sue poesie brevi, taglienti, funzionano come lampi. In Se muore il grano, la morte non è solo perdita, ma trasformazione cromatica, attesa, ciclicità forzata:

Se muore il grano
Il colore in terra diventerà di un rosso intenso
Se muore il grano
Dovremo aspettare quello dell’anno prossimo
Perché il colore in terra cambi di nuovo

Il rosso della terra è sangue, ma anche promessa rimandata. La natura non è idillio, bensì archivio della violenza e del tempo.

In Preghiera, bastano due versi per condensare l’assurdità tragica della condizione umana:

Mentre ti inchini
Proiettili ti sorvolano la testa

Il gesto spirituale e la minaccia della morte convivono nello stesso istante, senza soluzione di continuità.

Ancora più perturbante è Il legame con la dolce morte, dove eros e dissoluzione si intrecciano in immagini volutamente scomode, corporee, quasi sacrileghe. La bellezza non è mai innocente, ma ambigua, sensuale, pericolosa.

È come velluto
Come un fiore intrecciato di peli pubici
Come una fata
Quando sussurra
Quando si sveste e sussurra.

Infine, in Illuminazione sontuosa, Zhou Yaping compie un gesto radicale:

Solo bruciando la prima parte della Divina Commedia
Potremo continuare a leggere
La seconda

Qui la distruzione diventa condizione della conoscenza. Non c’è progresso senza perdita, non c’è illuminazione senza incendio. Zhou Yaping ci invita a guardare senza protezioni, a sostare nell’instabilità delle immagini e delle parole. Ci troviamo di fronte ad un poeta che aspira all'attraversamento della sua poesia, scomoda e necessaria, ma assolutamente autentica.



Zhou Yaping 周亚平 (1961) è una delle voci più originali e radicali della poesia cinese contemporanea. Poeta dell’immagine e della forma, attraversa linguaggio, cinema e visione con uno sguardo affilato, capace di trasformare l’osservazione in esperienza poetica. La sua scrittura nasce dall’intaglio delle percezioni: immagine e poesia coincidono, si sovrappongono, si contraddicono. Produttore esecutivo per anni della China Central Television (CCTV), Zhou Yaping non ha mai abbandonato la poesia, continuando a praticarla anche attraverso la macchina da presa. Oggi è fondatore di diverse società di produzione cinematografica, produttore, sceneggiatore e regista di successo.

Formatosi nel circolo degli scrittori dell’Università di Nanchino, fonda con Che Qianzi il gruppo dei Formalisti, ponendo al centro della poesia la forma, l’immagine, il contrasto, il colore, la temperatura. Le sue poesie, spesso costruite come piani sequenza cinematografici, offrono al lettore visioni potenti da cui emergono tracce di narrazione e senso.

Sperimentale, ludico, radicale, Zhou Yaping ha influenzato profondamente l’immaginario visivo e televisivo cinese, fino a ritirarsi dai media per dedicarsi al cinema d’autore e alla poesia. Per lui, la poesia è “l’arte che disegna la forma del linguaggio”: un atto capace di modificare il modo stesso di vedere il mondo.

Prima di questa silloge, il pubblico italiano aveva potuto leggere soltanto tre sue poesie, incluse nell’Antologia di poesia cinese contemporanea di Delufa Press, dove Zhou Yaping figura tra i 38 poeti cinesi selezionati. Questo volume rappresenta dunque la prima occasione di accesso ampio e organico alla sua opera in traduzione italiana.

Il libro introduce il lettore all’opera di un “poeta infiltrato”, capace di muoversi tra i centri di potere e i margini dell’esperienza, tra parola e immagine, tra disciplina e vertigine. Non solo una poetica, ma un insieme di visioni intense, libere e memorabili, destinate a rimanere e a sorprendere.

Nella poesia essenziale e sperimentale di Zhou Yaping, ogni parola è un seme che muore per rinascere, trasformando il linguaggio in un luogo vivo di metamorfosi. Marco Masciovecchio

giovedì 22 gennaio 2026

BiblioIlde - Nostra solitudine - Daria Bignardi

 

A cura di Ilde Rampino

Un racconto interiore che, tuttavia, si delinea attraverso le vicende della Storia che spesso lasciano l’amaro in bocca per l’incapacità di fare qualcosa per cambiare le condizioni di chi soffre. L’autrice riflette sulla morte di tanti giornalisti, uccisi, mentre facevano il loro lavoro, lei prova una profonda ammirazione per loro, perché hanno seguito la propria passione. Uno di loro,  nonostante i lutti che avevano colpito la sua famiglia, aveva continuato a trasmettere i suoi servizi ed era stato considerato un eroe. L’idea di lasciare i social le causa un attacco di tristezza, perché è un modo di partecipare alla vita degli altri, di stare in mezzo al mondo, spesso per vincere la solitudine si sta bene anche soli, quando non si è soli”

Lei aveva bisogno di un progetto che la assorbisse, per non rimanere legata al passato, che talvolta ritornava, nei suoi ricordi, come il sapore di un cibo dell’infanzia. L’autrice è consapevole che, nel nostro mondo industrializzato, tutti rivelano un disturbo da dipendenza, che ricalca spesso un senso di abbandono, come quello che sua madre aveva vissuto quando era bambina, poiché aveva avvertito il rifiuto dei genitori di suo padre. La paura dell’abbandono era rimasta latente in lei, ma compariva in determinati momenti: nonostante avesse avuto due figli da due uomini diversi,aveva provato una profonda solitudine e non si era sentita appoggiata da loro. Lei faceva di tutto per i figli, si era anche sacrificata, perché era convinta che quello fosse il suo compito. Aveva compreso, nel corso del tempo, che “le donne capiscono troppo tardi di avere il diritto di riposare e prendersi cura di sé”, e che devono stare molto attente per riuscire a diventare persone forti e libere. Sua madre soffriva di ansia ossessiva e lei, da piccola, piangeva spesso. Man mano che diventava grande, ciò che le sembrava un’inebriante libertà non era altro che un’evidente solitudine, viveva troppo intensamente, come per recuperare qualcosa.

L’autrice, giornalista impegnata dai anni sui teatri di guerra nel mondo, va nei campi dei prigionieri a Gerusalemme  e comincia a cercare notizie sui prigionieri liberati negli scambi di prigionieri tra Israele e Palestina, perché si rende conto che si tratta di “un popolo intero e un paese in prigione”.

Si era sempre sentita, in qualche modo, “esule”, anche se aveva condiviso, con grande sensibilità, le parole delle donne che aveva intervistato, donne che avevano sofferto e che sono sempre più sole, perché più esposte.

Molto significativa e intensa è l’affermazione dell’autrice: ”la solitudine non è solo una prigione, ma anche un rifugio: un posto dove fermarsi in ascolto del battito del mondo”. Fondamentale è stato per lei, avvicinarsi al mondo dei volontari nelle missioni, in cui non si pensa ad altro che vivere del momento presente e del proprio impegno: nella Scuola Santa Clelia di Kitanga in Africa, che accoglie bambini poveri provenienti anche da posti molto lontani, fin da quando sono piccolissimi e che non vedono i loro genitori per mesi, mentre alcuni non li hanno proprio viene colpita dall’atteggiamento di alcuni bambini che le chiedevano: “Resti qui anche domani? Mi abbracci?”. Si rende conto, con profonda amarezza, che quelle parole esprimono una solitudine che alla loro età lei non sentiva assolutamente e ciò la fa riflettere sull’importanza delle mancanze e del dolore.

giovedì 15 gennaio 2026

BiblioIlde - Il cuore indomito delle donne - Joshlyn Jackson


A cura di Ilde Rampino

Leia, la protagonista, viveva un tormento interiore che delineava inconsciamente attraverso le sue raffigurazioni fantastiche nei suoi fumetti, in cui disegnava  Violet, nata come una versione di lei stessa, la cui innocenza aveva evocato Violence, un’altra se stessa più insicura, tratteggiata però, come un personaggio aggressivo - Violence è “la cattiva che sono”  - una personalità in continuo contrasto, come tra le onde di un mare tempestoso.

La notizia della malattia di sua nonna Birchie che le voleva un bene dell’anima e che lei considerava come un faro che illuminava la sua esistenza, a cui confidare tutte le sue paure, la sconvolge. La nonna viveva sempre nella stessa casa con Wattie, la sua amica del cuore che era rimasta vedova con i figli che erano lontani. Birchie e Wattie volevano rimanere insieme e si sostenevano l’un l’altra. Birchie aveva bisogno che le cose venissero fatte in un certo modo, aveva bisogno che ci fosse un ordine, anche se talvolta maniacale, ma Wattie le era rimasta sempre vicina, trasferendosi da lei. Birchie aveva dei momenti in cui era più presente a se stessa, altri in cui cominciava ad usare un linguaggio colorito che non le si addiceva e pian piano si venne a scoprire che soffriva di demenza senile a causa della sua età avanzata. Birchie aveva compiuto da poco novant’anni, ma non aveva mai assolutamente rivelato una qualsiasi debolezza, poiché era dotata di una personalità molto forte ed  era riuscita a nascondere a tutti di essere sprofondata in quel baratro.

Leia vuole proteggerla da se stessa e dal giudizio degli altri per ricambiare il senso di protezione che lei aveva avuto nei suoi confronti e abbracciava, con un senso di tenerezza e di affetto il suo corpo, ”l’involucro adorato e fragile che conteneva mia nonna”. Birchie, a causa della sua malattia, pronunciava parole senza senso e si irritava molto facilmente, diceva in pubblico cose sconvenienti: era una persona importante nella sua cittadina, Birchville, fondata da suo padre e tutti apparentemente la rispettavano, finchè non era cambiata. Era stata sempre una donna orgogliosa e si era fatta da sola, facendo le proprie scelte, affermando la propria personalità, libera da vincoli.

Un momento fondamentale della vita di Leia era stato quando aveva avvertito la presenza di un bambino dentro di lei, che aveva rappresentato un nuovo inizio: lei aveva trentotto anni e una gravidanza inaspettata che rimase un segreto per molti mesi, perché aveva paura di rivelarlo alla propria famiglia.

Leia aveva un rapporto con la sorellastra Rachel pieno di tensione e contraddittorio, ma quando il marito, con cui lei aveva avuto una storia quando erano molto giovani, la lascia, come aveva fatto con lei anni prima, accade qualcosa di strano: cominciano ad avvertire una profonda vicinanza emotiva e Rachel comincia a chiederle aiuto, in maniera quasi inconsapevole, esprimendo la sua sofferenza attraverso il pianto, cosa che non aveva mai fatto in precedenza, nascondendo a tutti la propria fragilità.

Leia non aveva mai vissuto a Birchville e si sentiva in colpa per non aver portato sua nonna a casa sua per prendersene cura e quando decide di recarsi da lei, porta con sè Lavender, la figlia della sua sorellastra Rachel, un’adolescente piena di turbamenti, perché vuole aiutarla in qualche modo. Digby, il suo bambino, cresceva a vista d’occhio nel segreto che non rivelava a nessuno, ma decide di confidarsi con  sua nipote, perché sentiva che si stava creando un legame profondo tra di loro. 

 Lavender, sua nipote, che riesce a trovare il padre del bambino: aveva, in qualche modo, creato una connessione, una catena intangibile, impotente com’era a fare qualunque cosa riguardo al suo, che fino ad allora era stata considerata come un’assenza accettata, anche se le procurava sofferenza. 

Leia scopre un segreto terribile nascosto per tantissimi anni, non riesce a capire come sua nonna abbia potuto fare una cosa del genere, ma la sua  confessione viene  pronunciata da lei in modo estremamente naturale: aveva considerato Vina, la madre di Wattie, come sua madre e ciò le aveva rese sorelle, ma un gesto di suo padre a cui aveva assistito, l’aveva stravolta e da quel momento in poi Birchie lo aveva considerato come la “personificazione dell’orrore” e qualcuno doveva fermarlo, assolutamente. Wattie l’aveva aiutata perché le voleva bene e non poteva fare altro, perché erano legate indissolubilmente.

Alla fine il suo bambino nasce e la nonna lo prende tra le braccia, ricostituendo una sorta di equilibrio con il passato ormai distrutto e lontano.