giovedì 26 marzo 2026

Chi è il vero responsabile della sconfitta del Sì al Referendum?


A cura di Gerardo Vespucci  

Con le dimissioni da Ministra del Turismo, Daniela Santanché, siamo al secondo membro di governo che si dimette, dopo il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Del Mastro: in pratica, in entrambi i casi hanno prevalso oltre a motivazioni di opportunità etico-politiche, soprattutto questioni di legalità.

Allo stesso ordine di ragione, oltre queste due, si dovrebbero conteggiare anche le dimissioni di Giusi Bartolozzi, capa di gabinetto del Guardasigilli Carlo Nordio, e di Elena Chiorino, Vicepresidente della Regione Piemonte.

In pratica, l’area d governo crede di presentarsi alla nazione (alla Patria?) ‘cospargendosi il capo di cenere’ offrendo la testa di queste persone ree di avere contraddetto il valore giuridico del Referendum: e così crede di potere archiviare la grande sconfitta che il popolo sovrano ha inferto – quello in nome del quale il governo ha finora ammorbato l’aria delle peggiori scelte di sempre – ma si illude!

Perché?  Perché sia la partecipazione al voto che la non partecipazione assommano diverse motivazioni ed obiettivi, quasi tutti dal sapore politico.

Sicuramente molti dei 14 milioni di No sono stati mossi dal sincero desiderio di difendere la Costituzione e, di essa, l’autonomia della Magistratura, ultimo baluardo di democrazia in presenza di un esecutivo autoreferenziale, forte di un Parlamento blindato e con una presa sull’informazione mai vista prima, con le tre reti RAI a fare da corona alle tre Mediaset.

Ma questo è già stato analizzato in lungo ed in largo, individuando persino nelle classi di età quelle che maggiormente si sono espresse per il No, a partire dai giovani dai 18 ai 34 anni.

Al contrario, c’è un aspetto, che pur sottolineato non è stato analizzato nei dettagli: il voto del Sud!

Ecco la sintesi numerica delle sei regioni meridionali da cui si comprenderà bene il senso di questa mia tesi.

Come si può vedere, in tutte e sei le Regioni, il No prevale nettamente, con valori che in tre di esse superano addirittura il 60%, ed una delle tre è la Sicilia!

SUD

Elettori

votanti

%

SI

NO

SI%

NO%

 

Basilicata

432.962

230.593

53,26

91.205

136.997

39,97

60,03

 

Calabria

1.467.969

710.278

48,39

301.133

403.513

42,74

57,26

Campania

4.450.547

2.241.992

50,37

774.565

1.453.227

34,77

65,23

Puglia

3.171.631

1.650.119

52,02

702.639

936.589

42,86

57,14

Sardegna

1.320.821

698.018

52,84

281.860

413.016

40,56

59,44

Sicilia

3.860.565

1.780.724

57,27

689.506

1.077.512

39,02

60,98

14.704.495

7.311.724

50%

2.840.908

4.420.854

39%

61%

 

L’aspetto non considerato, mi pare, sia quello che a Sud, tra il Sì ed il No complessivamente, c’è uno scarto di ben 1.580.000 voti: un valore considerevole se teniamo conto che lo scarto complessivo nazionale è di due milioni; ma andiamo con ordine, altrimenti facciamo confusione!

Che in Campania, Puglia e Sardegna potesse esserci un simile risultato – per quanto notevole, specie in Campania – era anche plausibile, considerato che sono tre Regioni governate dal campo largo e che in Puglia e Campania è ancora fresca l’eco delle due grandi vittorie alle regionali di novembre scorso.

Il problema, per il centro destra e il fronte del Sì è, invece, rappresentato dalla Calabria e soprattutto dalla Sicilia.

In Calabria, hanno votato 710 mila persone, mentre nelle elezioni regionali di un anno fa avevano votato 814.857 persone. Lo scorso anno, l’elettorato aveva attribuito 453.926 voti al centro destra e 330.813 al centro sinistra: il Referendum consegna uno scenario opposto: con 100 mila elettori in meno, il Sì ha avuto 301 mila voti, 150 mila voti in meno rispetto allo schieramento di riferimento e il No 403 mila, con 70 mila in più dei voti del centro sinistra.

E già questo dovrebbe rappresentare un considerevole problema per la destra e su cui riflettere bene, politicamente: e per Forza Italia, innanzi tutto, visto che esprime il Presidente della Regione Occhiuto, che è addirittura il vicesegretario nazionale del Partito.

Ma il peggio, per il Sì, è arrivato dalla Sicilia. Tenuto conto che dal 1994 il centro destra vince quasi ogni competizione, in questo Referendum è successo davvero l’incredibile: come si può vedere, tra il Sì ed il No ci sono quasi 400 mila voti di differenza a favore del No!

Cosa è successo? Davvero i Siciliani e i Calabresi hanno scoperto ad un tratto il bisogno di difendere con i denti la Costituzione?

Sicuramente anche un simile sentimento ha motivato il voto, ma solo come collante aggiuntivo!

Quello che a mio avviso ha spinto i cittadini ad esprimere un simile dissenso è costituito innanzi tutto dalle insipienze dei governi regionali: la Regione Sicilia con il Governatore Schifani è stata negli ultimi tempi affetta da continui scandali, così come quella calabrese che continua a vivere una condizione sanitaria a dir poco tragica, con medici cubani a fare da surroga ai nostri medici, inesistenti.

Ma a creare maggiore inquietudine sono stati soprattutto gli effetti devastanti della alluvione di gennaio, con strade dissolte, ferrovie travolte e la spettacolare e tragica frana di Niscemi: la totale incapacità di prevenire e curare queste ferite nei giorni successivi ha fatto davvero travasare il vaso della insoddisfazione.

Ancor di più perché gli interventi dovevano essere assolti dal ministro della Protezione civile, Musumeci, il quale non solo è siciliano, ma addirittura ex Governatore della Sicilia e responsabile in prima persona dei mancati interventi in precedenza di tutela del territorio.

Mentre tutto questo accadeva, l’unica risposta del governo è stata la costruzione del Ponte sullo Stretto, con la spesa di 13/15 miliardi di euro: ed è Salvini, che nonostante fosse contrario anni fa, ha condizionato il governo, facendone una bandiera, incurante del fatto che con quei miliardi, 13000/15000 milioni di euro, si possono garantire davvero migliaia di interventi per garantire la sistemazione del territorio meridionale!

Non lo diranno mai, ma se vogliono cercare i veri responsabili della sconfitta del Sì, oltre ovviamente a quelli giustamente dimissionati, bisogna cercarli tra Schifani, Occhiuto, Musumeci e, soprattutto, Salvini!

Per capire meglio questa affermazione, si tenga ancora conto che il Sì ha vinto in solo tre regioni: Lombardia, Friuli e Veneto.

In queste tre regioni, il Sì ha ottenuto 4.266.247 voti ed il No 3.474.463, con uno scarto per il Sì di 791.784 voti.

Ebbene, nelle tre Regioni meridionali, amministrate dal centro destra, il No ha avuto 1.618.022 voti, mentre il Sì 1.081.844, con ben 536.178 voti in più: quindi, quasi tutto il vantaggio del Sì acquisito nelle uniche Regioni a maggioranza di centro destra è stato annullato dal voto delle tre Regioni meridionali, amministrate…dal centro destra!

Ecco: se ci fosse la Politica e non la semplice ricerca del potere, Meloni dovrebbe trarre grandi conseguenze, e non cercare di cavarsela con semplici giochi ad effetto.

 

mercoledì 25 marzo 2026

BiblioIlde: Grande Meraviglia - Viola Ardone

 


A cura di Ilde Rampino

Il “mezzo mondo”, la casa dei matti è il teatro in cui si svolgono le vicende di alcune donne, spesso definite con uno pseudonimo, come se l’autrice non volesse stigmatizzarle nei loro disturbi mentali, ma dar loro la possibilità di vivere, divenendo l’archetipo del disagio e della sofferenza che esiste in ognuno di noi, che ha qualcosa di sbagliato o un pezzo mancante. Bellissime sono le parole dell’autrice nel delineare le loro sensazioni:  “dobbiamo abbracciarci da sole, siamo bambole rotte che non vale la pena di riparare”, mentre si comprende che questo profondo e inascoltato bisogno di amore le portava a volere sempre qualcosa e per averla si era disposti a qualunque cosa. Intenso è il dolore che vive Elba, la protagonista, che “nel mezzo mondo c’è nata e cresciuta”, che non ha conosciuto un’altra vita, se non nella Casa degli Angeli, in cui “ha preso botte” e ha deciso di ritornare in quel luogo in cui avverte la presenza e, al contempo, l’assenza della “Mutti”, di sua madre di origine tedesca, rinchiusa dal marito per colpe inesistenti, come tante che “nel mondo di fuori danno fastidio e allora li portano qua” e comprende che talvolta impazzire può essere un risarcimento per chi non ha niente di meglio. 

La profonda solitudine di Elba si esplica nella perenne ricerca di sua madre, nel suo ricordo e nel suo sacrificio: “per dare la vita a me, ha rinunciato alla sua”, ha il vano desiderio di tornare in Germania, perché era l’unico sogno che avrebbe voluto realizzare per sé e per lei. Vi è un momento in cui i due destini, quello di Elba e di sua madre, in un certo senso si intersecano in quella ciocca bianca spuntata sulla tempia sinistra, un tentativo di guarirla dai suoi disturbi mentali e ciò le unirà per sempre. Fondamentale nello sviluppo della storia è il “dottorino”, Fausto Meraviglia, che vuole cambiare le regole e dare più libertà e vicinanza ai pazienti, anche per il ricordo della sua esperienza passata di abbandono che l’aveva messo a contatto con il dolore. Nei confronti di Elba, prova molto affetto e la porta a casa sua, la fa studiare e la prepara per la laurea a cui lei poi rinuncerà. Il suo desiderio più grande era darle una possibilità e il legame con lei è tanto forte, da dirle: “tu sei la figlia che ho scelto”. 

Esiste un doppio piano della narrazione, in cui il dottor Meraviglia ricorda le varie vicende che hanno attraversato la sua vita, nell’incomprensibile mistero del suo nome “dovevo morire e non sono morto”. Il racconto riprende le fila del passato per riuscire a ”salvare dal naufragio della memoria almeno qualche relitto di ricordo”. Alla fine è come se egli volesse rincorrere il destino, ma il micio, compagno della sua solitudine, lo salva e poi vi è una sorta di capovolgimento temporale: egli sta affondando e si salvano insieme. Una lettera che giunge dopo tanti anni da parte di Elba ricrea un presente, denso di rimpianto, che tuttavia lo porta di nuovo a contatto con la vita, facendogli provare una dolce e commovente serenità.


domenica 22 marzo 2026

La follia poetica che rivela il femminile: leggendo "Memorie di una Janara"

A cura di Raffaella Rossi

Quando leggo le poesie di Emanuela, leggo poesia nel vero senso della parola: la poesia deve essere rivelatrice, ma non degli eventi che accadono (per questi ci sono i diari), la poesia è comprensione di come si reagisce alla storia, alla vita, alle situazioni. Ciò che accade quando si scrive è inspiegabile: in un verso c’è lo sguardo del poeta e per quanto il lettore possa interrogarsi, in esso cercherà sempre la sua esperienza; nella poesia -oltre alla trascendenza- c’è qualcosa di vero, di reale, il quale viene fuori in modo così lucido e dettagliato che, se avessimo voluto dirlo con un linguaggio privo di metafore, simboli e immagini, non saremmo stati capaci. Perciò mi piace la connessione tra poesia e psicologia, la poesia è nata molto prima, ma in entrambi i casi è il linguaggio che fa venire fuori gli stati emotivi attraverso i ritmi, le pause, i silenzi e anche con reazioni corporee.

La Janara è una specie di poetessa, mi soffermerei su questo aspetto: un poeta sfiora la follia perché deve immaginare, relazionarsi con quel mondo interiore di cui parlavo prima, non è cosa facile, come facile non sarà stata la vita delle Janare che nel libro di Emanuela sono innanzitutto delle donne, non soltanto preparatrici di pozioni magiche o assidue frequentatrici di riti e boschi, l’autrice scrive: “(…) Ogni Janara ha un vissuto che merita di essere ascoltato, riscoperto, svelato.” L’ascolto diventa fondamentale per la stesura dei versi.
La Janara ha un vissuto, una memoria, vive le sue angosce, la sua tristezza, il dolore e le gioie. L’autrice credo che abbia usato questa figura, non per accentuare la pericolosità propria della strega (sappiamo che le Janare sono un intreccio di tradizioni popolari, superstizioni locali e mitologia antica), nel libro si parla di poesie e di racconti che senza la connessione con l’Io più profondo non sarebbero venute fuori; l’intenzione, a mio avviso, è stata di portare il lettore in un mondo “diverso”, o per lo più sconosciuto. La poesia spaventa a volte, proprio perché si deve scendere a compromessi con l’irrazionale che c’è in noi, fare poesia è follia, ma la follia della poesia non a che fare con depressioni o robe simili, la poesia è una sfida per afferrare ciò che in noi persiste e grida per venir fuori, quella voce interiore che anche le Janare sentivano. Loro liberavano la voce interna con le parole magiche e i riti, la poetessa lo fa con i versi. Il poeta non è un eroe, forse è un po' profeta -come la Janara non era una strega, ma una donna emancipata a cui stava stretta la società, lei considerata diversa perché non faceva parte dello standard comune e, studiando i cicli della natura, aveva imparato a conoscere e a guarire. Questa storia poetica narrata da Emanuela si sviluppa intorno a Michele, un ragazzino che durante la sua pedalata tra le strade di campagna, trova un libro antico, un diario in cui sono raccolte, appunto, le memorie di una Janara. Michele corre da sua sorella Ginevra per leggere insieme il libro e da quest’avventura verranno fuori testi e poesie che l’autrice scrive, secondo me, per dire che bisogna spingersi un po' oltre il proprio naso, dove la maggior parte degli esseri umani non vuole andare, perché fermarsi all’apparenza è la cosa più semplice che si possa fare, andare oltre, anche nei terreni impervi, fa paura. Perciò bisogna essere padroni della propria vita e consapevoli di se stessi, solo così l’esperienza della nostra esistenza può avere un aspetto determinante e credibile. Avere consapevolezza della propria vita serve a superare qualunque disarmonia e crescere in qualsiasi terreno possibile, anche in terra bruciata. Credo che questo libro sia una delle dediche più belle che l’autrice abbia potuto fare ai propri figli. Ho notato subito la foglia di betulla in copertina: l’albero di betulla ha un’eleganza innata, è bello, slanciato, ma per diventare tale sopporta ogni cosa e cresce dove altri alberi non osano svilupparsi: nella vita nulla accade per nuocere, ma dal dolore si possono ricavare esperienze anche positive. C’è un passaggio in un testo del libro, in cui l’autrice scrive: “Michele, le persone hanno sempre avuto paura di ciò che non capiscono, ma noi adesso abbiamo un’opportunità unica…possiamo scoprire le Janare non nel modo in cui la gente le immaginava (…)”.
Emanuela ci fa capire attraverso l’allegoria della Janara che il diverso può spaventare, ma con le sue poesie ci porta dentro questo mondo magico, quello di una donna libera, accusata ingiustamente per essere stata se stessa e si sa che le donne forti hanno sempre fatto paura. Questa non è una storia che si perde o si chiude tra le pagine, donne come le Janare credo, esistono tutt’oggi, non faranno magie ma sicuramente il loro intuito e la loro conoscenza del mondo illuminano l’essenza della vita, senza seguire canoni o percorsi logici-scientifici.
Alcune poesie tratte da Memorie di una Janara
E tu, che mi respiri nel cuore
allunga questo presente al domani
ricama ancora filigrane di brina
albe a schiudersi negli occhi
accendi costellazioni sul mio cammino
parlami con la voce fondente della notte
ma vegliami sempre dal sonno
col richiamo della rondine
che torna al suo nido
~~~
Piangere
non è arrendersi
è lasciar uscire
per la via delle lacrime
operose formiche
Le vedi muoversi in fila indiana
per liberare il cuore
portando addosso
tre volte il peso
del dolore
~~~
È una questione d'incastri
certe anime si ritrovano
nel punto esatto in cui la mancanza
ha lasciato un vuoto
Il resto della gente non capirà mai
perché a distanza di anni
ancora versiamo lacrime
su rami secchi
orfani di fiorescenze
Devoti alla nostra elegia d'utopia
la respiriamo a vicenda
in una staffetta di tristezze

L'Ombra che parla - Angela Caputo e il romanzo del sangue, del tempo, dei padri


L'ombra dei Padri di Angela Caputo (Atile Edizioni) esprime una narrativa simbolica ma densa, che porta il peso archetipico del titolo con piena consapevolezza, a metà strada, quasi sul segno del confine, tra romanzo familiare e thriller psicologico, lo spazio più fertile della letteratura, il punto dove la forma cede e la verità emerge come se fosse una sementa di luce.  Il libro, all’ora giusta, arriva alla mia lettura portando in dono qualcosa che assomiglia a una ferita già nota, avete presente un odore familiare di terra umida e promesse mancate? Ecco quello. Ma vorrei andare per gradi…

Angela Caputo giunge alla scrittura dopo un percorso che ha attraversato il giornalismo, l'editing, la ricerca storica, una formazione stratificata che si legge, anche, nella tessitura del testo, nella precisione con cui ogni dettaglio è scelto, nella qualità dell'attenzione che questa scrittrice porta sul mondo dei suoi personaggi. La sua è una voce che conosce la differenza tra il silenzio significante e il silenzio vuoto, e lavora sempre nell’habitat del primo. 

Promesse limbiche a parte, esistenze leganti e attrattive nel margine dell’ignoto, fatemi dire, innanzitutto, che il romanzo si apre geograficamente su un luogo impreciso (non vi dirò il nome perché non è mia tradizione spoilerare troppo) che diventa, proprio per questo, universale. Qui, come in un pozzo ricoperto di rovi ed edera selvaggia, la comunità custodisce misteri come si tiene al riparto la sacralità di un altare, con quella devozione e quella paura che penetrano nelle ossa e nel sangue, quasi una metempsicosi fatta di nebbia avvolgente e tensione. E quindi, per estensione, malattie inspiegabili, nascite definite miracolose, morti improvvise, compaiono nella trama, per accumulo, e si presentano accadimenti con la lentezza rituale che il lettore deve meritarsi la verità attraversando l'inquietudine. Al centro di tutto, il padre…o meglio i padri, nella loro pluralità, nella loro moltiplicazione attraverso le generazioni, nella loro capacità di essere presenza e assenza al tempo stesso, carne e ombra.

Anche il titolo L'ombra dei Padri porta con sé una doppia valenza che Caputo esplora con sagace intelligenza narrativa ma con l’empatia di madre, elemento questo indispensabile alla comprensione della sua scrittura. L'ombra diventa, quindi, proiezione, quella che i padri gettano sui figli, lunga, persistente, impossibile da schivare anche quando si cammina in piena luce. Poi, a seguire, diventa oscuramento, ciò che i padri nascondono, tengono sepolto, tramandano in codice attraverso il silenzio o attraverso storie che cambiano forma a ogni racconto. Carl Gustav Jung chiamava Shadow quella parte di noi che rifiutiamo di riconoscere, che seppelliamo nei piani bassi della psiche perché troppo scomoda, troppo contraddittoria, troppo vicina a ciò che non vogliamo essere. L'Ombra junghiana è il rimosso, il non detto, l'energia psichica che continua a operare nell'oscurità proprio perché la coscienza si rifiuta di guardarla. E i padri, nella loro funzione simbolica prima ancora che biografica, sono i primi custodi di questa ombra: la trasmettono senza saperlo, la depositano nei figli attraverso silenzi, gesti ripetuti, storie che cambiano forma a ogni racconto. Quello che Caputo costruisce in questo romanzo è precisamente questo meccanismo: un'eredità psichica che si tramanda di generazione in generazione non come un bene, ma come un peso non elaborato, una questione irrisolta che cerca corpo nuovo in cui abitare. Per questo, leggere L'ombra dei Padri con Jung accanto significa riconoscere che il vero antagonista della narrazione è una struttura, quell'ombra collettiva di una famiglia che ha imparato a sopravvivere attraverso la rimozione, e che ora, nelle generazioni più giovani, chiede finalmente di essere vista.

Allora la famiglia come sistema di rimozione collettiva è forse questa l'intuizione più potente che Caputo sviluppa con una scrittura che sa essere tagliente senza mai diventare fredda per quella capacità di sostenere simultaneamente il registro del quotidiano e quello del mito. Le scene domestiche portano nel centro della visione una tensione sotterranea che il lettore avverte prima ancora di capirne l'origine. L’accumulo emotivo, costruisce l'atmosfera mattone su mattone, e poi, quando l'edificio è alto abbastanza, inizia a vibrare. Il ritmo narrativo rispecchia questa logica: serrato nei momenti di snodo, più ampio e respirante nelle sequenze che trattano la memoria, il corpo, il lutto.

Si comprende, dunque, perché la Biennale Milano Art Expo 2026 [manifestazione ideata e curata da Salvo Nugnes, svoltasi dal 20 al 24 marzo nella cornice di Palazzo Stampa di Soncino, nel cuore di Milano] abbia selezionato questo lavoro tra i protagonisti di una rassegna multidisciplinare che ha riunito artisti provenienti da oltre sessanta Paesi. Un evento che mette in dialogo linguaggi diversi [arti visive, letteratura, fotografia, scultura, musica, poesia] e che sceglie le proprie presenze letterarie con criterio: non la notorietà del nome, ma la qualità dell'opera, la sua capacità di parlare a sensibilità lontane. 

Ma quello che resta, dopo la lettura, è una domanda: fino a che punto siamo costruiti dall'ombra di chi ci ha preceduto? L’autrice lascia questa domanda aperta, non per incapacità di risposta, ma per rispetto della complessità…perché i veri scrittori fanno così: portano il lettore fino alla soglia, e poi si fermano, e aspettano che sia lui a varcarla.

L'ombra dei Padri [di cui ho curato la copertina] è un libro che segna, incide, rimane e poi torna, come le stagioni dell’esistenza, a interrogarci…






lunedì 16 marzo 2026

Memorie di una Janara: viaggio nelle genealogie femminili, tra natura e archetipo.

 


A cura di Daniela Di Grillo

Emanuela Sica è avvocato cassazionista ma anche scrittrice, poetessa, giornalista pubblicista e attivista nell’ambito della violenza di genere. Inizia a scrivere fin dall’adolescenza, coniugando prosa e poesia nello stesso tempo, il linguaggio narrativo per raccontare, quello poetico per delineare i paesaggi intimi, interiori, esplorare emozioni e pensieri. L’ultima sua opera è “Memorie di una Janara”, Delta Edizioni.

La Janara non è un romanzo, anzi, definirlo tale sarebbe riduttivo perché è un testo di denuncia che non lascia indifferenti. Spolvera quella polvere di indifferenza, di verità scomode e mai esplorate che hanno coperto e plasmato la storia degli uomini ed influenzano tutt’ora il nostro presente.

E’ un’opera poliedrica perché inizia come una narrazione per poi cambiare forma e diventare poesia, non linguaggio poetico ma vera e propria poesia. Allo stesso tempo sottende un grande lavoro di ricerca storiografica, lessicale e linguistica. Ed ecco comparire il dialetto per dare autenticità alla voce della Janara e congiungerla alle radici della propria terra. Questo meticoloso lavoro di ricerca non fa acquisire all’opera la pesantezza di un saggio ma le conserva la leggerezza della narrazione. Prosa e poesia si intrecciano mirabilmente, la prosa per narrare una storia che si dipana attraverso tre secoli e che fonde e confonde presente e passato, la poesia per esplorare, attraverso la dimensione intima, quella dell’inconscio, che è soggettivo ma che si fa oggettivo. Crea un ponte tra passato e presente, tra mito e realtà, tra narrazione e radicamento culturale e tra generazioni. Ma è anche un varco che permette un’immersione in una cultura antica, domando paure e ridando voce ad una figura potente, perché simbolica e allo stesso tempo allegorica. Allo stesso tempo è un viaggio ancestrale che, attraverso la storia di una, dà voce a tutte quelle donne che sono state vittime di una violenza di genere, di un contesto patriarcale e clericale, basato su ignoranza e pregiudizi e su una ideologia di potere. Un’opera complessa che parla di genealogie femminili e ispira sorellanze.

Si articola su due piani temporali, quello presente, nel quale inizia la narrazione, e quello passato, nel quale si dipana la storia della Janara, fatta in prima persona, il piano della quotidianità, della realtà e quello del mistero.

La dualità emerge in altre parti dell’opera quale la duplice visione di Michele e Ginevra.

Questa duplice visione, del mondo e della vita, viene sfiorata con tocco lieve come volo di farfalla dall’autrice. Michele e Ginevra sono i primi due protagonisti della narrazione.

E non sono affatto protagonisti secondari perché aprono le porte alla storia e al mito attraverso la scoperta di un antico manufatto. La visione di Michele è più ancorata a tradizioni religiose familiari, quella di Ginevra più legata alle forze primordiali della natura che governano gli equilibri e l’armonia del mondo, una spiritualità laica. Michele viene descritto nel suo esplorare luoghi sconosciuti ed abbandonati, facendo viaggiare la fantasia su chi li avesse abitati. Ginevra, invece, è più riflessiva ma allo stesso tempo anche spirituale di quella spiritualità ancestrale e primitiva vicina alla natura e di essa rispettosa. Due visioni non contrapposte ma complementari.

Altra dualità la troviamo nel fatto che se da un lato si presenta chiaramente come un’opera di denuncia nei confronti della violenza di genere, perpetrata per secoli ai danni delle donne, dall’altro è un omaggio alle donne custodi di saperi e segreti, frutto dell’attenta osservazione della natura, della perfetta sintonia ed armonia con essa e del legame indissolubile tra natura e umano, sacro e profano, in un continuo dialogo tra cielo e terra, eros e thanatos, sacro e profano.

Vari sono, quindi, i registri di scrittura ma anche i registri di lettura del testo.

Altro personaggio, non meno importante della storia, è la Natura che stimola quasi tutti i sensi: la vista con la descrizione di paesaggi terragni di radici, sottobosco e anfratti, boschi magici, l’udito attraverso lo scroccare delle foglie cadute o il fruscio dei rami al suono del vento che li muove in una danza, l’odorato attraverso l’umidore degli anfratti, l’odore di muschi ed erbe ed il gusto attraverso il sapore di antiche ricette, infusi e pozioni. Ecco allora comparire un Grimorio, zibaldone magico contenente rituali, pozioni, incantesimi, istruzioni per creare talismani. La Natura non è, quindi, solo uno scenario ma è personaggio vivo e palpitante, partecipe e dialogante.

La narrazione si arricchisce anche di racconti antichi in dialetto irpino, storie di donne vittime di una cultura patriarcale e dell’ignoranza. Ma chi è la Janara?  Una strega? Forse solo una donna, custode di segreti, tessitrice di destini, ponte tra visibile e invisibile, creatura di margini ma in realtà detentrice e padrona del legame indissolubile tra natura ed umano, sacro e profano, legata al Femminino Sacro e all’Archetipo.

Quella delle streghe, condizione che ci sembra molto lontana, vittime di un sistema patriarcale e clericale, basato su una cultura di potere, ignoranza e preconcetti, in realtà è una condizione molto attuale e non solo, partecipa al patrimonio mnemonico del genere umano ed è impressa nel suo DNA.

Far riemergere il passato sia quello storico collettivo sia quello individuale porta ad un processo di rielaborazione fondamentale per la crescita dell’umanità attraverso un processo di consapevolezza.

Bisogna, quindi, avere un cuore aperto e una mente libera per poter ascoltare questa voce che risorge dal passato

Per concludere è un libro che non consegna al lettore un finale...

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