A cura di Daniela Di Grillo
Emanuela Sica è avvocato cassazionista
ma anche scrittrice, poetessa, giornalista pubblicista e attivista nell’ambito della
violenza di genere. Inizia a scrivere fin dall’adolescenza, coniugando prosa e
poesia nello stesso tempo, il linguaggio narrativo per raccontare, quello
poetico per delineare i paesaggi intimi, interiori, esplorare emozioni e
pensieri. L’ultima sua opera è “Memorie di una Janara”, Delta Edizioni.
La Janara non è un romanzo, anzi,
definirlo tale sarebbe riduttivo perché è un testo di denuncia che non lascia
indifferenti. Spolvera quella polvere di indifferenza, di verità scomode e mai
esplorate che hanno coperto e plasmato la storia degli uomini ed influenzano
tutt’ora il nostro presente.
E’ un’opera poliedrica perché inizia
come una narrazione per poi cambiare forma e diventare poesia, non linguaggio
poetico ma vera e propria poesia. Allo stesso tempo sottende un grande lavoro
di ricerca storiografica, lessicale e linguistica. Ed ecco comparire il
dialetto per dare autenticità alla voce della Janara e congiungerla alle radici
della propria terra. Questo meticoloso lavoro di ricerca non fa acquisire
all’opera la pesantezza di un saggio ma le conserva la leggerezza della
narrazione. Prosa e poesia si intrecciano mirabilmente, la prosa per narrare
una storia che si dipana attraverso tre secoli e che fonde e confonde presente
e passato, la poesia per esplorare, attraverso la dimensione intima, quella
dell’inconscio, che è soggettivo ma che si fa oggettivo. Crea un ponte tra
passato e presente, tra mito e realtà, tra narrazione e radicamento culturale e
tra generazioni. Ma è anche un varco che permette un’immersione in una cultura
antica, domando paure e ridando voce ad una figura potente, perché simbolica e
allo stesso tempo allegorica. Allo stesso tempo è un viaggio ancestrale che,
attraverso la storia di una, dà voce a tutte quelle donne che sono state
vittime di una violenza di genere, di un contesto patriarcale e clericale,
basato su ignoranza e pregiudizi e su una ideologia di potere. Un’opera
complessa che parla di genealogie femminili e ispira sorellanze.
Si articola su due piani
temporali, quello presente, nel quale inizia la narrazione, e quello passato,
nel quale si dipana la storia della Janara, fatta in prima persona, il piano
della quotidianità, della realtà e quello del mistero.
La dualità emerge in altre parti
dell’opera quale la duplice visione di Michele e Ginevra.
Questa duplice visione, del mondo
e della vita, viene sfiorata con tocco lieve come volo di farfalla
dall’autrice. Michele e Ginevra sono i primi due protagonisti della narrazione.
E non sono affatto protagonisti secondari
perché aprono le porte alla storia e al mito attraverso la scoperta di un
antico manufatto. La visione di Michele è più ancorata a tradizioni religiose
familiari, quella di Ginevra più legata alle forze primordiali della natura che
governano gli equilibri e l’armonia del mondo, una spiritualità laica. Michele
viene descritto nel suo esplorare luoghi sconosciuti ed abbandonati, facendo
viaggiare la fantasia su chi li avesse abitati. Ginevra, invece, è più
riflessiva ma allo stesso tempo anche spirituale di quella spiritualità
ancestrale e primitiva vicina alla natura e di essa rispettosa. Due visioni non
contrapposte ma complementari.
Altra dualità la troviamo nel
fatto che se da un lato si presenta chiaramente come un’opera di denuncia nei
confronti della violenza di genere, perpetrata per secoli ai danni delle donne,
dall’altro è un omaggio alle donne custodi di saperi e segreti, frutto
dell’attenta osservazione della natura, della perfetta sintonia ed armonia con
essa e del legame indissolubile tra natura e umano, sacro e profano, in un
continuo dialogo tra cielo e terra, eros e thanatos, sacro e profano.
Vari sono, quindi, i registri di
scrittura ma anche i registri di lettura del testo.
Altro personaggio, non meno
importante della storia, è la Natura che stimola quasi tutti i sensi: la vista
con la descrizione di paesaggi terragni di radici, sottobosco e anfratti,
boschi magici, l’udito attraverso lo scroccare delle foglie cadute o il fruscio
dei rami al suono del vento che li muove in una danza, l’odorato attraverso
l’umidore degli anfratti, l’odore di muschi ed erbe ed il gusto attraverso il
sapore di antiche ricette, infusi e pozioni. Ecco allora comparire un Grimorio,
zibaldone magico contenente rituali, pozioni, incantesimi, istruzioni per
creare talismani. La Natura non è, quindi, solo uno scenario ma è personaggio
vivo e palpitante, partecipe e dialogante.
La narrazione si arricchisce
anche di racconti antichi in dialetto irpino, storie di donne vittime di una
cultura patriarcale e dell’ignoranza. Ma chi è la Janara? Una strega? Forse solo una donna, custode di
segreti, tessitrice di destini, ponte tra visibile e invisibile, creatura di
margini ma in realtà detentrice e padrona del legame indissolubile tra natura
ed umano, sacro e profano, legata al Femminino Sacro e all’Archetipo.
Quella delle streghe, condizione
che ci sembra molto lontana, vittime di un sistema patriarcale e clericale,
basato su una cultura di potere, ignoranza e preconcetti, in realtà è una
condizione molto attuale e non solo, partecipa al patrimonio mnemonico del
genere umano ed è impressa nel suo DNA.
Far riemergere il passato sia
quello storico collettivo sia quello individuale porta ad un processo di
rielaborazione fondamentale per la crescita dell’umanità attraverso un processo
di consapevolezza.
Bisogna, quindi, avere un cuore
aperto e una mente libera per poter ascoltare questa voce che risorge dal
passato
Per concludere è un libro che non
consegna al lettore un finale...
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