giovedì 15 gennaio 2026

BiblioIlde - Il cuore indomito delle donne - Joshlyn Jackson


A cura di Ilde Rampino

Leia, la protagonista, viveva un tormento interiore che delineava inconsciamente attraverso le sue raffigurazioni fantastiche nei suoi fumetti, in cui disegnava  Violet, nata come una versione di lei stessa, la cui innocenza aveva evocato Violence, un’altra se stessa più insicura, tratteggiata però, come un personaggio aggressivo - Violence è “la cattiva che sono”  - una personalità in continuo contrasto, come tra le onde di un mare tempestoso.

La notizia della malattia di sua nonna Birchie che le voleva un bene dell’anima e che lei considerava come un faro che illuminava la sua esistenza, a cui confidare tutte le sue paure, la sconvolge. La nonna viveva sempre nella stessa casa con Wattie, la sua amica del cuore che era rimasta vedova con i figli che erano lontani. Birchie e Wattie volevano rimanere insieme e si sostenevano l’un l’altra. Birchie aveva bisogno che le cose venissero fatte in un certo modo, aveva bisogno che ci fosse un ordine, anche se talvolta maniacale, ma Wattie le era rimasta sempre vicina, trasferendosi da lei. Birchie aveva dei momenti in cui era più presente a se stessa, altri in cui cominciava ad usare un linguaggio colorito che non le si addiceva e pian piano si venne a scoprire che soffriva di demenza senile a causa della sua età avanzata. Birchie aveva compiuto da poco novant’anni, ma non aveva mai assolutamente rivelato una qualsiasi debolezza, poiché era dotata di una personalità molto forte ed  era riuscita a nascondere a tutti di essere sprofondata in quel baratro.

Leia vuole proteggerla da se stessa e dal giudizio degli altri per ricambiare il senso di protezione che lei aveva avuto nei suoi confronti e abbracciava, con un senso di tenerezza e di affetto il suo corpo, ”l’involucro adorato e fragile che conteneva mia nonna”. Birchie, a causa della sua malattia, pronunciava parole senza senso e si irritava molto facilmente, diceva in pubblico cose sconvenienti: era una persona importante nella sua cittadina, Birchville, fondata da suo padre e tutti apparentemente la rispettavano, finchè non era cambiata. Era stata sempre una donna orgogliosa e si era fatta da sola, facendo le proprie scelte, affermando la propria personalità, libera da vincoli.

Un momento fondamentale della vita di Leia era stato quando aveva avvertito la presenza di un bambino dentro di lei, che aveva rappresentato un nuovo inizio: lei aveva trentotto anni e una gravidanza inaspettata che rimase un segreto per molti mesi, perché aveva paura di rivelarlo alla propria famiglia.

Leia aveva un rapporto con la sorellastra Rachel pieno di tensione e contraddittorio, ma quando il marito, con cui lei aveva avuto una storia quando erano molto giovani, la lascia, come aveva fatto con lei anni prima, accade qualcosa di strano: cominciano ad avvertire una profonda vicinanza emotiva e Rachel comincia a chiederle aiuto, in maniera quasi inconsapevole, esprimendo la sua sofferenza attraverso il pianto, cosa che non aveva mai fatto in precedenza, nascondendo a tutti la propria fragilità.

Leia non aveva mai vissuto a Birchville e si sentiva in colpa per non aver portato sua nonna a casa sua per prendersene cura e quando decide di recarsi da lei, porta con sè Lavender, la figlia della sua sorellastra Rachel, un’adolescente piena di turbamenti, perché vuole aiutarla in qualche modo. Digby, il suo bambino, cresceva a vista d’occhio nel segreto che non rivelava a nessuno, ma decide di confidarsi con  sua nipote, perché sentiva che si stava creando un legame profondo tra di loro. 

 Lavender, sua nipote, che riesce a trovare il padre del bambino: aveva, in qualche modo, creato una connessione, una catena intangibile, impotente com’era a fare qualunque cosa riguardo al suo, che fino ad allora era stata considerata come un’assenza accettata, anche se le procurava sofferenza. 

Leia scopre un segreto terribile nascosto per tantissimi anni, non riesce a capire come sua nonna abbia potuto fare una cosa del genere, ma la sua  confessione viene  pronunciata da lei in modo estremamente naturale: aveva considerato Vina, la madre di Wattie, come sua madre e ciò le aveva rese sorelle, ma un gesto di suo padre a cui aveva assistito, l’aveva stravolta e da quel momento in poi Birchie lo aveva considerato come la “personificazione dell’orrore” e qualcuno doveva fermarlo, assolutamente. Wattie l’aveva aiutata perché le voleva bene e non poteva fare altro, perché erano legate indissolubilmente.

Alla fine il suo bambino nasce e la nonna lo prende tra le braccia, ricostituendo una sorta di equilibrio con il passato ormai distrutto e lontano.


martedì 6 gennaio 2026

BiblioIlde - Dimmi che sei stata felice - Maria Grazia Calandrone

Di Ilde Rampino

La scrittura potente e intensa dell’autrice, che riempie le pagine di un lirismo intenso, che gioca con le parole in un arcobaleno di pensieri ed espressioni oniriche, sembra creare un ponte tra la realtà politica e sociale con i suoi tormenti e turbamenti e i sconvolgimenti interiori di una vicenda personale, uno specchio divergente e contrastante. La bomba che devastò il quartiere di San Lorenzo a Roma nel 1943, che provocò tantissimi morti e feriti segna l’inizio di una realtà terribile e violenta che attraversa i movimenti collettivi rivoluzionari del ’77, il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro e l’attentato alla stazione di Bologna  del 1980, una striscia di sangue che ha sconvolto l’Italia. 

La vicenda di Angelica Fabricatore, che, nei primi due anni era vissuta con il fantasma dei due fratellini saltati in aria a San Lorenzo, si collega a quella di Nicola, che vuole combattere contro le ingiustizie e per i diritti di tutti e che lei lascia andare, nonostante aspetti un bambino, per far sì che realizzi i suoi sogni.

La nascita di Aurora, con gli occhi spalancati e i capelli rossi, diventa una ragione di vita per sua nonna Lidia, una donna che ha subito un profondo trauma da cui non riesce a risollevarsi e si crea tra loro un rapporto bellissimo, fatto di chiacchiere e risate, nonostante “solo dentro la sua voce era rimasta una voce di pianto ”. Le parole del telegramma di Nicola, dopo tanti anni, in cui non ha avuto più notizie di lui: “Tu mi hai dato il coraggio di andare” commuovono Angelica che decide di far incontrare padre e figlia, poichè sente che lei e Aurora condividono lo stesso perduto amore per lo stesso uomo. L’incontro di Aurora con Javier, un poeta e musicista spagnolo, che lei chiamerà Sandro, come per affermare in un certo senso, la sua influenza su di lui, sembra placare la sua inquietudine. Col tempo, tuttavia, ella avverte un certo malessere:  egli ”vedeva con gli occhi di dentro”, per aumentare la quantità di meraviglia e ciò che aveva amato in lui la irrita, la sua fantasia viene vista come incapacità di vivere tra cose reali e mancanza di ambizione. Aurora si specializza in Neuropsichiatria infantile e dell’adolescenza, il difficile momento di passaggio dei bambini nel misterioso mondo dei grandi, per “curare la paura di chi si sente solo come lei sa come ci si può sentire”.

La decisione di Lidia di voler tornare in Sicilia , nella terra di suo marito, nei posti dove è stata felice, crea un vuoto in tutti e la morte della nonna che tanto amava, devasta Aurora. Le fa provare nostalgia di sua madre, sola a Roma, che, tuttavia,  non è mai riuscita a perdonare e avverte una profonda solitudine, ”la dispersione della costellazione dei suoi affetti”.

Significativo è il suo incontro con Viola Kalamaria che “cambia la vita di chi incontra, perché non mente” e, legate stranamente da un ricordo del passato, tra di loro si crea un legame particolare e fortissimo, “mare e fuoco ardente”, che la turba profondamente. E’ molto combattuta, si sente “in equilibrio sull’abisso”, mentre Viola la spinge a decidere di essere felice. La solitudine di Viola nasce anche dall’ossessione di suo marito, Rocco, di impegnarsi a livello sociale, occupandosi delle condizioni difficili delle periferie, in cui vi è un “assassino invisibile”, l’amianto che miete vittime in modo silenzioso, senza che ci siano interventi adeguati. 

Una frattura improvvisa e forse attesa, una catastrofe che sembra arrivare da lontano, frantuma le apparenti certezze di una vita diversa: Aurora vuole rimarcare i confini tra le loro vite e la sua affermazione: ”io non voglio essere felice, voglio stare in pace” delinea chiaramente un profondo tormento e la paura di portare avanti una scelta. Viola precipita in una “dissonanza cognitiva”, si sente frammentata e non comprende, mentre “cammina tra i minuti delle sue giornate”, come se quella vita non le appartenesse. Dopo molti anni in cui si erano restituite ciascuna alla vita che aveva, la loro vicinanza non è altro che un incontro di sguardi amareggiati e una domanda silenziosa: “Dimmi che sei stata felice.”


La strega aborigena italiana, Ines De Leucio, arriva a Parigi

A cura di Angela Caputo

Ines De Leucio, la strega Aborigena Italiana (di Benevento) presente alla Galerie Thuillier di Parigi - per il vernissage Premio “Maestri a Parigi- Expo” - una mostra che espone le opere di artisti precedentemente selezionati. 

L’evento oltre alla mostra sarà caratterizzato da una video esposizione delle opere visitabili fino al 14 gennaio (orario di visita: dal martedì al sabato dalle 13.00 alle 19.00). Ines De Leucio e gli artisti presenti sono stati premiati alla Biennale dopo essere stati selezionati dal comitato scientifico. L’artista italo-australiana partecipa con l’opera dal titolo "Détournement" realizzata a Terranova (Benevento) nel 2015 (pittura, acrilico e smalti). In alto il dipinto presenta due corni che compongono un cuore, simbolo della mente della fortuna: il cuore è legato alla mente. 

«Il Titolo del mio quadro – ci racconta Ines – nasce in un giorno di tempesta e di riflessioni sulla bellezza e sulla incomunicabilità. Il 13 maggio del 2015 ero assorta e pensierosa: mi volevo sentire pioggia, vento e una forma invisibile. Pensavo al nome di un famoso diamante, un modello gigantesco, dove tanti esseri umani del passato giravano intorno ad esso per possederlo…» E poi la immaginiamo plasmare magicamente i suoi colori, il bianco, il blu, un po' di lilla, il verde, un po' di rosa. Come una strega, anzi Janara del Sannio e dell'Irpinia, fa per preparare le sue pozioni a base di erbe speciali. Perché anche l'arte come la natura è in grado di curare. 


Cosa pensavi mentre dipingevi? 
«La tua domanda semplice mi avvolge nei ricordi. Pensavo a un posizionamento in cui coesistono negazione e preludio. Poi in un momento di sosta, posi il pennello sul tavolo e ritornai al blu, accarezzai quella nostalgia d'umano che altri chiamano imperfezione. Ed ecco apparire linee quasi come cuciture invisibili con la precisione dell'amore, un fiorellino si espone delicato, una margheritina, una delicatezza che domina il quadro, un piccolo fiore banale, illumina il percorso incerto in un scenario umano dove tutto tace. Ed ecco in un angolo in alto un cuore diviso come un cervello che vuole fortuna, che desidera consegnare un messaggio e un racconto nuovo al mondo della bellezza nel mio tempo interiore».

Il quadro è stato esposto alla Tornatora Art Gallery di Roma e la docente giornalista Anna Astrella si è soffermata ad osservare quel fiorellino delicato che tanto fa immaginare e sentire il suo profumo. 

«Parlare di sé e della propria pittura è sempre molto complicato – aggiunge Ines –. Non mi sento ancora nel mondo dei grandi e non mi sento ancora una pittrice, ho ancora molta strada da percorrere. E pensare che provengo dalla piccola conca nel Sannio, dove creo per essere nel mio tempo, nel tempo del sogno. Chissà ancora cosa riserva il destino per me nel futuro…»
Intanto a Parigi faranno tappa Ines e la sua piccola tela, con un fiore bianco e un cuore diventato un talismano magico, che reclama il diritto di vivere e ricorda tutte le sue vittime innocenti in quel piccolo petalo bianco che ritorna sempre ad onorare le coscienze fluttuanti in un paradiso perduto sulla terra. Che sia di buon auspicio per tutti quest’opera e che dia un messaggio positivo di amore e speranza in un mondo pieno di brutalità e contraddizioni.



L'uomo di campagna racconta: un cane ferito sul tetto...

Di Franco Cafazzo

Il mondo è già folle di per sé, ma è l’essere umano a trasformare la follia in qualcosa che somiglia all’estrema demenza.

Era il primo giorno del 2026. Alle otto del mattino il sole era già alto e luminoso, tanto da far dimenticare, per un istante, che fosse inverno. Eppure lo era. Lo era ancora, nonostante i cambiamenti climatici, nonostante le devastanti mutazioni che segnavano i territori e che i potentati economici e politici continuavano ostinatamente a negare.

Il cielo era terso, ma la terra no: il suolo appariva coperto da brina, con strati sottili di ghiaccio che la notte aveva steso come una pelle fragile.

L’uomo di campagna aveva fatto colazione. Mentre si preparava ad affrontare la mattinata, lo sguardo gli cadde su una presenza insolita, ferma sul tetto della stalla. Un cane. Accucciato a meno di mezzo metro dalla grondaia, sul lato più alto del tetto. A un certo punto l’animale provò ad alzarsi, ma bastò quell’attimo per capire che qualcosa non andava: si muoveva con grande difficoltà.

L’uomo uscì di casa in fretta. Prima accudì gli animali della piccola fattoria, come ogni mattina, poi tornò alla stalla per capire cosa stesse succedendo. Tentò di salire dal lato più basso del tetto, ma la patina ghiacciata della notte lo rese subito consapevole del pericolo: la superficie era scivolosa, traditrice. Aiutare il cane da solo era impossibile.

Era un cucciolone randagio, adottato dagli abitanti della contrada. Di colore beige, grande e robusto, poco meno di un anno di vita.

Dal lato basso del tetto l’uomo non riusciva a vedere oltre lo spiovente. Capì subito che aveva bisogno di aiuto. Erano quasi le nove e sapeva che Antonio, il vicino della casa accanto, era già sveglio. Non esitò a bussare.

Antonio era in cucina, ancora in pantofole. Si stupì della visita, ma quando comprese la situazione, da amante degli animali qual era, non ebbe alcun dubbio. Indossò un giacchino e, così com’era, percorse i pochi metri che lo separavano dalla stalla.

Pensarono prima di sbrinare il tetto con una pompa d’acqua, ma i rubinetti esterni erano ghiacciati. L’uomo provò allora a lanciare un lungo tubo da giardino, spesso e rigido, sperando che il cane potesse afferrarlo con i denti. Dopo vari tentativi il tubo arrivò a pochi centimetri dal muso dell’animale, ma il cucciolone era troppo spaventato per capire cosa fare.

Antonio suggerì di prendere una scala poco distante. Era abbastanza alta da arrivare al punto in cui si trovava il cane, che nel frattempo si era riaccucciato. Si vedeva del sangue sulla grondaia: era ferito a una zampa.

Allungarsi sul tetto per afferrarlo era estremamente rischioso. Il cane era terrorizzato, infreddolito, ferito. Bastava un movimento sbagliato perché entrambi cadessero nel vuoto per tre metri. La brina si sarebbe sciolta solo più tardi, così decisero di tentare un’altra soluzione.

Presero una corda con un moschettone e la fissarono a un albero. Dopo vari lanci riuscirono a farla arrivare vicino al cane. Legarlo a una zampa sarebbe stato pericoloso, così l’uomo fece un nodo per creare un cappio largo, che non si stringesse. Dopo un paio di tentativi, riuscì a far passare la corda attorno al collo.

Nel frattempo arrivò un parente di Antonio. Dal lato basso iniziarono a tirare con calma, decisione, rapidità. Il cucciolone superò il colmo del tetto e poi scivolò giù, finalmente al sicuro. Cercò subito di divincolarsi, ma appena libero si notava che camminava bene su tutte e quattro le zampe.

Seguì il parente di Antonio fino a casa, dove fu rifocillato. Restava però una ferita da curare.

L’uomo di campagna, per oltre vent’anni, aveva vissuto accanto ai cavalli. Conservava ancora farmaci, siringhe, disinfettanti. Tra questi, flaconi di Betadine, usati per le ferite.

Per un cane di quasi trenta chili bastava poco.

Prese il necessario dal deposito e tornò da Antonio. Il cucciolone, dopo aver mangiato e ricevuto carezze, appariva in buone condizioni. L’uomo impregnò una garza di disinfettante e la applicò sulla zampa, sopra e sotto la ferita. Il cane collaborò docilmente, senza segni di dolore.

Rientrando a casa, l’uomo rifletté su quanto accaduto.

Nella stalla vivevano due capre e un caprone. A volte il caprone scappava e saliva sul tetto. Anche i due cani facevano lo stesso: da lassù potevano osservare il territorio. Ma gli animali — quelli veri, quelli buoni — non compiono sciocchezze come gli esseri umani.

Quella notte doveva essere successo qualcosa.

Prima di accorgersi del cane ferito, l’uomo aveva notato un cucciolo molto piccolo, due o tre mesi appena, bloccato nel recinto sotto la stalla. Forse era entrato da un lato e non riusciva più a uscire. Aveva lasciato i cancelli aperti perché potesse allontanarsi.

Probabilmente, durante la notte, il cucciolone aveva sentito il richiamo del piccolo in difficoltà. Nel tentativo di aiutarlo, era salito sul tetto per vedere meglio. Poi aveva scivolato, fino alla grondaia. E si era ferito.

Aveva trascorso la notte rannicchiato, sotto la gelata, aspettando.

Aspettando che arrivassero un paio d’uomini di buona volontà.




martedì 23 dicembre 2025

BiblioIlde - Ascolta la mia voce - Susanna Tamaro

Di Ilde Rampino

Un colloquio intenso, fatto di domande che a volte rimangono senza risposta e che diventa quasi una preghiera, inanellando parole dense di dolore e di rimpianto. Ritrovare in un passato attraverso scritti, gesti strani ed accorgersi che il passato è fatto di storie che coinvolgono altri esseri, altre solitudini e altre assenze. E proprio l’assenza di un volto caro o di un sentimento diventa qualcosa da cui partire per rigenerarsi, per ritrovare dentro di sé una scintilla di luce attraverso i ricordi, collegandoli a momenti che assumono un profondo significato, che hanno lasciato tracce nella sua infanzia, come il taglio dell’albero, che rappresenta per la protagonista la distruzione tangibile di un passato, con le radici che abbracciano il terreno.

La sua caduta ha trascinato con sé molte cose, mentre le cicatrici rimangono a graffiare la propria anima. Gli eventi e gli incontri diventano specchi, capaci di farci conoscere una parte ignota di noi stessi e a volte si vorrebbe ritrovare ciò che si è perduto nella casa che è “il luogo giusto dove tornare”. Ma il dolore, accumulato negli anni, si è trasformato in odio verso sua nonna e la ragazza non trova pace nella quiete, della campagna, dilaniata da una tensione interiore: ”avevo bisogno del dolore per sentirmi viva”.

La sua ricerca disperata di una foto della madre che la nonna ha fatto scomparire per non rivangare continuamente il dolore, portandosi dietro il peso dei gesti non fatti e delle frasi non dette e ciò provoca una sorta di degrado della casa e anche della propria anima. La memoria della donna comincia a popolarsi di fantasmi e diventa preda di manie di persecuzione, fino a una fine tragica, ma silenziosa, seguita poco dopo dalla morte del cane Buck che la accompagna in un estremo saluto. La protagonista vive un profondo smarrimento: “si sentiva come un sacchetto vuoto in balia del vento, che sembrava parlarle.

A poco a poco si rende conto che ognuno di noi è il risultato inconsapevole dei nostri genitori e antenati e quando scopre il diario di sua madre e legge le sue parole:”Libertà è il verbo degli anni a venire”, comincia a provare pena per sua madre e per quel bambino rifiutato. La donna le chiede perdono, perché si rendeva conto di “essere nata per vivere in un vicolo cieco” e affiorano i ricordi di sua madre che dormiva sempre persa nel labirinto del suo mondo e diviene consapevole che per lei “accettare il suo ruolo e morire era stata un’unica cosa”.

La protagonista inizia un difficile percorso interiore che la porta a conoscere suo padre, anche se lei desidera solo “uno sguardo che la risponda”. Lo squallore e la complessità dei suoi ragionamenti in cui si perde, la richiesta velata di incontrarla le creano un senso di disagio e di paura, perchè “le parole sono le tracce che lasciamo dietro di noi” e ognuno di noi ha una sua storia solo sua.

Il viaggio ad Haifa in Israele, per cercare il suo unico parente, è il tentativo di riannodare l’unico filo, per quanto slabbrato, che la lega alla sua famiglia, tornando  in un certo senso alle sue radici. I racconti di quel vecchio, ormai stanco, che vive nella nostalgia di un passato pieno di armonia, si è dedicato poi alla cura degli alberi, consapevole dell’importanza “di prendersi cura di ciò che è piccolo”. La morte di suo padre, solo e abbandonato, dopo aver fatto un ultimo tentativo  di chiamarla, la lascia sbigottita, soprattutto, quando legge le parole della sua ultima lettera: ”tu sei stata l’insperato della mia vita”.

Alla fine fa entrare la luce nella stanza per ripulirla dall’amarezza e riesce finalmente a riconciliarsi col proprio io, quello che si è cercato disperatamente, senza mai trovarlo, quell’io, diviso tra tristezza e incoerenza che ha bisogno solo di essere compreso e preso per mano


domenica 21 dicembre 2025

Solstizio d'Inverno 2025 - Michele Zarrella


Oggi domenica 21 dicembre 2025 alle 16:03 si avrà il solstizio di inverno. Il Sole, nel suo movimento apparente lungo l’eclittica, al momento del solstizio invernale, nel nostro emisfero, l’emisfero boreale, viene a trovarsi alla sua minima declinazione (altezza) rispetto all’orizzonte. Il Sole tramonta alle 16:23 e pertanto oggi è il giorno più corto dell’anno e la notte più lunga. Da domani comincerà ad allungarsi la durata diurna e diminuire quella notturna. 

In questo periodo la Terra è nella zona più vicina al Sole (il punto più vicino si chiama perielio) e il raggio vettore, segmento immaginario che congiunge il Sole al pianeta, è più corto pertanto, per la seconda legge di Keplero, l’arco di orbita percorso in un dato tempo è più lungo e quindi la velocità orbitale è maggiore rispetto a quella che si ha quando il pianeta è all’afelio, il punto più lontano dal Sole. 

Quante usanze intorno a questa rinascita del ciclo solare, Natale compreso. Spesso l’uomo quando non sa spiegare un fenomeno gli attribuisce attributi “magici”, “divini” o “oscuri”, e crea intorno ad essi “riti propiziatori”. Ma al di là dei riti che fanno comunità, l’uomo deve rispettare il pianeta che lo ospita per poter continuare a viverci il più possibile. Quindi quando si parla di riscaldamento globale non si tratta di “salvare” il pianeta – frase errata e fortemente deviante –, ma di salvare la nostra e tutte le specie viventi. In effetti per il pianeta la sparizione di una specie è più o meno pari ad una nostra deglutizione. Il pianeta continuerà a girare su sé stesso e intorno al Sole per altri 5 miliardi di anni circa con o senza una certa forma di vita che noi – molto, ma molto umilmente –, abbiamo nominato Sapiens-sapiens. Pertanto fra tre mesi, precisamente il 20 marzo 2026 alle ore 15:45 si avrà l'equinozio di primavera a prescindere da quello che farà il riscaldamento climatico.

Se il cielo sarà sereno, questa sera potremo ammirare il tramonto del Sole, che si trova  nella costellazione del Sagittario, alle ore 16:23. Dopo mezz’ora, quando avanzerà il buio apparirà verso ovest il Triangolo estivo che volge al tramonto formato da Vega della Lira, Altair dell’Aquila e Deneb del Cigno. Brilla, nella costellazione dei Pesci, Saturno, il pianeta con gli anelli che tramonterà alle ore 23:03. Alle 18:00 inizierà a sorgere Orione e un’ora dopo potremo ammirare Procione del Cane Minore e Sirio del Cane Maggiore. Betelgeuse, la super gigante rossa di Orione, Procione e Sirio costituiscono il cosiddetto Triangolo invernale. Alle 18:23 sorgerà Giove che si trova nella costellazione dei Gemelli vicino a Polluce, mentre dall’altro lato di Castore allo zenit brilla Capella la stella più luminosa di Auriga. Questa è la notte successiva la Novilunio pertanto non sarà possibile vedere la Luna. Ma brilleranno la grande costellazione di Orione per mezzo della quale è possibile ritracciare, allungando la linea della “cintura” verso sud (il basso), Sirio la stella più luminosa del firmamento. Invece portando lo sguardo verso l’alto della linea della “cintura” si incontra Aldebaran la stella più luminosa del Toro, di colore arancione. E vicino al Toro vi sono le Pleiadi. 

Buona visione con l’augurio di SERE SERENE e BUONE FESTE.


giovedì 18 dicembre 2025

BiblioIlde - La maga delle spezie - Chitra Banerjee Divakaruni

A cura di Ilde Rampino 

Attraverso le pagine di questo meraviglioso libro, l’autrice ci introduce nelle tradizioni di  una terra affascinante, l’india in una vicenda di magia, sofferenza e amore disperato, perché impossibile. Tilo, la protagonista, è una maga delle spezie, vive in una bottega e in ogni angolo sono ammonticchiati i desideri che si uniscono a quelli di quelli che entrano: lei ha portato in America, una terra in cui tutto sembra essere basato sulla razionalità, i riti legati all’utilizzo delle varie spezie per curare i dolori dell’anima.

Il suo nome originario era Nayan Tara, Stella Veggente, lei credeva che “il vero nome aveva un suo potere e quando lo si rivela, si consegna il proprio potere nelle mani di chi ascolta”. Lei aveva voluto cambiarlo, perché non vi si riconosceva, era pervasa da una profonda irrequietudine e aveva scelto di chiamarsi “Tilo”, come i semi di sesamo bruciati dal sole. Sin da piccola era consapevole di avere dei poteri speciali, di poter fornire il balsamo per i dolori. La casa dei suoi genitori era stata distrutta dal fuoco e lei, rapita dai pirati, fu costretta a vivere con loro e si rendeva conto che a volte i suoi pensieri provocavano tempeste o era capace di prevedere qualcosa di inafferrabile. L’incontro con l’Antica o Prima Madre che le aveva aperto una strada nuova e le aveva insegnato come entrare in contatto con un mondo magico, ma anche come questa scelta la ponesse di fronte ad un’enorme responsabilità, impedendole di avere una vita normale e soprattutto di amare un uomo, “siete disposte ad amare niente e nessuno se non le spezie?”. Lei era stata scelta, poiché lei ”era la sola nelle cui mani le spezie rispondevano al canto”, ma avrebbe dovuto combattere contro la propria vanità colpevole e le sarebbe servito un coltello per tagliare gli ormeggi col passato e con il futuro. Il richiamo delle spezie era come una legge non scritta e a volte accadeva che qualcuna, dotata di poteri particolari come maga,  divenuta ribelle potesse essere richiamata e anche punita perché aveva infranto delle regole. Una maga doveva “scavarsi via dal petto” ogni desiderio personale e riempire il vuoto rimasto con i bisogni di coloro che serviva, non ci si poteva confondere, desiderando qualcosa di impossibile, altrimenti le spezie non avrebbero più obbedito: ogni spezia aveva un proprio scopo, come il peperoncino che era la spezia più potente, oppure ricordava qualcosa, anche in riferimento alla propria infanzia. la bottega rappresentava il suo mondo, da cui le era impedito di uscire, ma anche un viaggio nella terra delle possibilità irrealizzate:  in essa ogni giorno aveva un colore, un profumo e, se si sa ascoltare, una melodia, vi sono varie persone che entrano e con cui lei entra in contatto, ognuno con un proprio problema da risolvere, le cui speranze e dolori “le si infilavano sotto la pelle come rasoi”. Gli eventi del mondo esterno non dovevano contare nulla per le maghe, tuttavia lei cerca di dirimere i contrasti tra padre e figlia,recitando incantesimi e riti, anche se si trova davanti a una sequenza di ingiustizie che lei vorrebbe cercare di risolvere.  Un incontro segnerà profondamente la vita di Tilo e scardinerà tutte le sue certezze: Raven, un  “americano solitario”, che la guarderà come nessuno aveva mai fatto e le darà l’illusione di avere una vita normale, come tutte le altre donne. Il suo corpo di vecchia diventa qualcosa che sembra non appartenerle più, comincia a sentirsi molto coinvolta nel suo desiderio. Raven le racconta la sua storia, mettendo a nudo il suo cuore, le parla dell’affetto profondo che provava per suo padre e il dolore per la sua morte, che non era riuscito mai ad esprimere, mentre il rapporto con sua madre era stato più complicato, la sentiva in qualche modo estranea, perché lei voleva apparire diversa e cancellare le sue origini attraverso “i polsi adorni di trine della sue camicie” e vi erano tante cose che teneva nascoste a tutti: le rivela anche che suo padre era la vera vittima della guerra silenziosa combattuta tra lui e sua madre. 

Tilo era cresciuta senza un abbraccio, era consapevole che l’amore per lui era impossibile, sapeva di doverlo perdere ma si sentiva incapace di rinunciare a lui: lo spazio che li separava si trasformava in una barriera invalicabile ed era come se si formassero in lei lacrime di ghiaccio, mentre il suo cuore, l’unico luogo che contava sul serio, era ferito. Tilo era distratta dai suoi desideri personali, era consapevole di aver infranto tante regole, concedendo il suo amore a un uomo, pensava che forse egli stava cercando in ogni donna la madre perduta e il suo cuore sanguinava, quando Raven affermava di sentirsi disperato, poiché ”non ricordava da adulto di aver mai reso nessuno davvero felice né di esserlo stato io stesso”. Tilo non poteva rinunciare a un momento d’amore con lui, conosceva le conseguenze del suo atto e le parole che rivolgeva alle spezie, che guidavano il suo cammino :”a lui darò una notte, a voi tutto il resto della mia vita e condannatemi” esprimeva tutta la forza della sua disperazione, perché sentiva di non aver nessun rimpianto per se stessa. Chiede perdono a Raven, perché il loro amore non poteva durare e crede che la punizione delle spezie sia condannarla a vivere da vecchia in un mondo spietato e abbandonata da tutti, ma il destino le offre una seconda possibilità, quella di trovare insieme il loro paradiso, dandole un altro nome, Maya che incarnava l’illusione, magia e l’incantesimo di una nuova esistenza.




martedì 9 dicembre 2025

BiblioIlde: Menzogna e Sortilegio - Elsa Morante

A cura di Ilde Rampino

Il romanzo ripercorre le vicende di una famiglia nell'arco temporale di circa vent'anni. È ambientato in una città del meridione, quasi certamente in Sicilia. 

La storia è narrata da Elisa che rimasta sola dopo la morte della sua madre adottiva, Rosaria, racconta la vita dei suoi genitori e dei suoi nonni. 

Tra Anna, figlia di un nobile decaduto, Teodoro Massia di Corullo, e di una maestrina, Cesira, e suo cugino, Edoardo Cerentano di Paruta, assai ricco, scoppia un amore furibondo. Anna non ha mai dimenticato Edoardo da quando l'ha visto bambino su una carrozza in compagnia della zia, Concetta Cerentano. Ormai adulta lo rincontra davanti a una cioccolateria in un'inconsueta giornata di neve. È tuttavia un amore amaro e morboso perché il cugino, capriccioso e dispotico, la tortura e la umilia spesso. Durante la loro frequentazione Edoardo stringe una forte amicizia con Francesco De Salvi, un giovane studente che si finge barone ma è in realtà figlio di umili contadini. Il romanzo narra quindi le vicende dei genitori di Francesco, Alessandra e Damiano, tra i pochi personaggi positivi della storia. Francesco ha inoltre il viso butterato dal vaiolo motivo per cui stenta ad avere relazioni e ad amici. L'unica persona frequentata da Francesco oltre a Edoardo è la giovane prostituta Rosaria, donna procace e allegra, la quale a suo modo lo ama profondamente pur non mancando a volte di tradirlo. 

Edoardo presenta Francesco ad Anna e lui se ne innamora immediatamente iniziando quindi a maltrattare e disprezzare Rosaria. 

Una notte Edoardo si reca sotto le finestre di Anna per cantarle l'ennesima serenata, lei per la prima volta lo raggiunge nel cuore della notte e lui le dichiara di volerla sposare. Il giorno dopo Edoardo è colto dalle febbri della tisi e lascia la città senza dare spiegazioni ad Anna e a Francesco. Anna odia e disprezza Francesco ma essendo il suo unico legame con Edoardo continua a vederlo. In seguito a forti problemi economici Anna accetterà di sposarlo. 

Da questo matrimonio nasce Elisa, narratrice di tutta la vicenda, la quale come il padre adora sua madre. Anna non si cura affatto a lei, continua a odiare il marito e a pensare solo ad Edoardo. 

Dopo una decina di anni torna in città Rosaria, ha vissuto a Roma e con il suo lavoro ha accumulato una piccola fortuna. Ancora innamorata di Francesco fa di tutto per averlo come amante e sebbene costantemente umiliata riesce ad averlo per sé ogni domenica pomeriggio. 

Anna viene a sapere che Edoardo è morto di tisi e disperata cerca il contatto con la zia Concetta. Le due donne trovano complicità leggendo le lettere che Anna si scrive da sola per consolazione fingendo che le abbia scritte Edoardo e vivono entrambe nella finzione che lui sia ancora vivo. In un delirio tra follia, visioni e realtà Anna confessa a Francesco di averlo tradito e di non averlo mai amato. La situazione precipita in poche settimane, Francesco muore durante un incidente e Anna cade in un delirio mentale che la porterà alla morte. Rimasta sola, Elisa viene accolta in casa da Rosaria, l'unica che per la prima volta le riserva amore e attenzioni. 


#Notedilettura - Roma sotto a 'sto celo - Marco Masciovecchio

Riceviamo e pubblichiamo la #notadilettura su un libro della nostra Collana Plenilunio a cura di: Giuseppina Manganelli 

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Scrivo questa nota da semplice lettrice appassionata di poesia, nella  speranza che altri spossano avvicinarsi alla bellezza di questa forma d'arte. Nella sua ultima silloge “Roma sotto a ‘sto celo”, Marco Masciovecchio concentra lo sguardo su semplici scene di vita quotidiana della sua città, cogliendone l’essenza. Attraverso il dialetto romano, il poeta ritrae una Roma complessa e contraddittoria, insieme cruda e umana. I luoghi topografici e storici e le diverse figure umane che popolano la città diventano punti di partenza per riflessioni profonde, occasioni di introspezioni psicologiche e insegnamenti morali. Non mancano ricordi che riaffiorano con tutta la forza dell’emozione. 

Grazie alla sua arte poetica, Masciovecchio cattura il lettore sia per la vivacità delle immagini, veri e propri ritratti, sia per la musicalità del dialetto che conferisce immediatezza e calore ai versi. L’intera raccolta è caratterizzata da genuinità, concretezza e naturalezza ritmica. La scelta del dialetto si fonda sicuramente sulla consapevolezza della sua ricchezza espressiva: esso è colore, perspicacia, arguzia e saggezza, patrimonio culturale e linguistico capace di descrivere con veracità la vita quotidianità. Al tempo stesso l’uso del dialetto testimonia il profondo legame emotivo del poeta con Roma, città che ha formato la sua identità umana e con la quale egli si identifica pienamente.

Il rapporto intimo con la città eterna emerge in modo emblematico nella poesia LA MIA CITTÀ, nel verso “Io l'amo e l'odio come sta vita mia". Molti luoghi della capitale diventano specchio delle sue riflessioni e delle sue critiche, soprattutto nel contrasto passato e presente, antichità e modernità: “La mia città sta' sempre in guerra/ tra ciò ch’è oggi e quer che era”. Tale opposizione si manifesta anche sul piano territoriale: Roma è estesa ben oltre il raccordo (“La mia citta cià…/ un doppio anello che prova a contenerla. / Ma lei, come ‘na macchia d’oro sopra ar fojo / nun s'aritira mai, s'espanne").  La difficoltà di vivere nel centro ha comportato lo spostamento di molti romani in zone periferiche, lontano dal cuore storico, culturale e religioso. Il poeta, tuttavia, auspica un ritorno al centro, luogo dell’anima e delle radici (“La mia città m'ha cacciato via / lontano da tutto e da tutti, oltre l’ultima periferia./…ma arriverà quer giorno che ce riabbiterò dentro ar raccordo, / passeggerò leggero pe’ le vie der centro…”). 

Il contrasto antico / moderno si delinea anche sul piano spirituale, come si evince dai veri “La mia città cià tante chiese / soltanto all'apparenza aperte /ma sempre chiuse, ottuse. / Er gregge s’è smarrito, senza er pastore".

Elemento centrale del paesaggio romano è il cielo, che nella poesia ER CELO SOPRA ROMA diventa segno di una speranza più grande, una felicità eterna: “Er celo sopra Roma / pure quando s'annuvola e se fa' nero, / cià sempre ‘no spicchio de sereno. / Appare come un dipinto, / fatto da Iddio, / p'aricordacce che solo là ce sta’ er Paradiso".

Un ulteriore tema è il rapporto tra la maestosità del mondo naturale e la fragilità dell'uomo. In QUANN' ERO RAGGAZZO, il poeta si sofferma sul Pincio, storica terrazza panoramica da cui il tramonto appare come un “ben de Dio", mentre l’essere umano è “un ombra ch’attraversa er tempo”, soggetta alla volontà divina; il poeta, referendosi alla vita dell’uomo, ci rammenta che “quer tempo nun lo decidi tu, lo comanda Iddio./…Ricorda, nessuno  è eterno”.

Una cifra costante della poesia di Masciovecchio è la denuncia di ingiustizie sociali e delle miserie del mondo. L’autore mostra profonda empatia verso gli ultimi: chi vive e muore in solitudine, l’orfano, il tossicodipendente, la vittima di violenza, l’operaio sfruttato, il lavoratore morto sul luogo di lavoro, la moglie del detenuto costretta a fare la colf di giorno e la prostituta di notte. Particolarmente intensa è la figura di “er matto”, colui che perde il fragile equilibrio psicologico, colui che è considerato insensato per il suo modo di vedere le cose, di agire e di vivere, ma che,  paradossalmente, è l’unico a vivere con pienezza e passione e anche con lucidità e consapevolezza, gridando “Vojo morì da vivo!”  Secondo il poeta, i cosiddetti “matti” sono, dunque, i veri saggi, mentre ”le persone comuni si credeno tutte vive, ma so’ già morti tutti quanti”. 

Alla ricchezza della silloge contribuiscono altri temi esistenziali e riflessioni sulla natura dell’essere umano: l’impossibilità di sottrarsi al destino (“…è tutto scritto, nun c’è antra via”); l’ineguaglianza sociale (“…chi sta’ in arto sempre più in arto sale / chi sta’ in basso sprofonna e cade / La rota gira, ne so’ cosciente / ma a pijallo in culo / è sempre la pora gente!”); il dolore per la fine di un amore (“…un ber giorno, / …hai fatto la valigia, sei andata via, /’na lettera lassata sur commodino -amore mio me so’ sbajata, / nun abbasteno du’ cori e ‘na capanna-”); l’incapacità di migliorare dopo le tragedie, come suggerito nel riferimento alla pandemia (“Eppure ne dovevamo da uscì mijori. / Invece eccoce qua, ancora più incazzati / bestie feroci sortite da le gabbie / pronte a sbranasse, mica pe’ fame, / ma solo pe’ godè ner fasse male”).

Riflettendo sui comportamenti umani contemporanei, il poeta denuncia la dipendenza dal digitale (“Nell’era diggitale / la connessione è fede /… semo tutti ar servizio de ‘sto padrone”) e la solitudine diffusa e l’indifferenza sociale ( …”a volte se soride, altre se piangne, / poi tutti da soli se more”).

Diversi i valori che Masciovecchio invita a custodire. Emergono, insieme all’amore, la libertà, definita “un giojello anniscosto drento ar còre” e l’autenticità come rifiuto di ogni compromesso (“Nun me ne frga un cazzo / se nun sto drento ‘no schema predefinito!.../ Quello che penso dico, /…er culo, in vita mia, nun l’ho mai dato”). Il poeta apprezza la capacità di riconoscere la bellezza e la bontà anche nelle persone più umili. Gesù, ricorda il poeta, non si trova nelle chiese vuote di senso, “dove se piange er morto e se fotte er vivo”, ma tra i poveri, “sotto un cavarcavia coll’antri Cristi” che condividono pane e speranza. Al lettore viene rivolto anche l’invito a godere della verità e dei sogni, e ad avere cura dell’amore, che come una scintilla necessita di essere alimentata per diventare fiamma (“ce vole tanta cura e tanta legna”). 

Termino questa mia nota con la preziosa riflessione con cui si conclude la silloge: leggere e scrivere non bastano se le parole non lasciano un segno nella mente e nel cuore dell’uomo (“Se tutte ‘ste parole versate sopra ‘sti foji / arimbarzano senza fa’ sosta ner cervello, /… senza lassatte un segno drento ar còre”). 


giovedì 4 dicembre 2025

BiblioIlde: Capolavoro d'amore - Ruggero Cappuccio

Di Ilde Rampino

Un susseguirsi di misteri e di sensazioni inafferrabili che riconducono ad un centro, rappresentato dal quadro della Natività rubato nell’Oratorio di S. Lorenzo a Palermo nel 1969 e mai più ritrovato. Il ritorno del protagonista, Manfredi, dopo otto anni, nel luogo in cui aveva vissuto tanti anni della sua vita lo fa immergere in un marasma di ricordi, in quella città per lui a volte incomprensibile: ”Palermo è una schiava che cerca un padrone sul quale regnare”, un luogo di contrazioni e di misteri, in cui ai vulcani è stata affidata l’irresolutezza della sua storia e il senso si sfida con il vento che soffia contro, in mezzo alle tempeste della vita.

Manfredi viene richiamato a Palermo da suo zio Rolando che vuole rivederlo ed egli accetta, pur inconsapevole del motivo della sua richiesta: egli, pianista di fama internazionale, aveva deciso improvvisamente di non suonare più, perché si era accorto che alla sua età avvertiva con serenità che non c’era più tempo, aveva ormai  ottantasette anni e, per continuare a vivere, bisognava “fingere che il tempo non esista”. Ciò che accomunava Manfredi e suo zio era la “passione per il tempo che non passa”: Manfredi non portava mai l’orologio, sentiva che il tempo intorno a lui si frantumava attraverso incertezze e dubbi e si sentiva circondato da un “esercito di fantasmi”. Egli era attratto dal carisma del silenzio magnetico dello zio e prova un profondo turbamento quando egli gli confessa frammenti di episodi della sua vita, soprattutto quando parlava del suo grande amore per sua moglie Eugenia: lei sapeva “sintonizzarsi in silenzio con tutte le sue emozioni e riusciva a contemplare i suoi segreti”. Il primo incontro tra di loro era avvenuto proprio davanti al rettangolo di muro dove era il quadro rubato: l’assenza dell’opera la attraeva con una forza misteriosa, quello spazio vuoto rappresentava tutto un mondo in cui ferveva la sua immaginazione. Lei avrebbe dovuto occuparsi del restauro dell’opera e studiava davanti al cavalletto stando sempre di spalle. Il profondo sentimento che li univa non si era mai spento, neanche dopo la morte di lei e le sue ceneri erano “tutto quello che rimane, ma non è tutto quello che rimane”. Suo zio credeva che fosse importante liberare la propria immaginazione,  accettando sia la nuova forma che prendiamo noi col passare del tempo e anche quella che prendono gli altri, anche se non ci sono più: “i morti bisogna trasformarli in essenze, non in fantasmi”,  liberandoli dai vincoli del ricordo.

Il labirinto dei ricordi in cui Manfredi si dibatteva e in cui si perdeva, gli faceva capire che ”cercare di dimenticare è il modo più pericoloso per ricordare”. Ripensava spesso con rimpianto a Flavia, il suo amore perduto e quel quadro legava le loro vite, come aveva fatto con Rolando ed Eugenia, quando egli le regala l’anello davanti a quello spazio vuoto. Quando egli rivede per caso Flavia, è come se il tempo si fosse fermato e poi la propria esistenza avesse ripreso il suo corso ed egli avesse ricominciato a vivere.

Profondo era sempre stato il legame che univa Manfredi a suo zio, che per lui era stato “un mare di notte”, ne aveva intuito il respiro, la profondità e il mistero e, negli ultimi momenti, egli voleva ”imparare a sciogliere la bellezza” nei suoi giorni. Nel momento in cui egli esegue una sonata di Chopin  per lui,  ciascuno dei due sentiva l’emozione dell’altro, immersa nella potenza e nella dolcezza della musica. Nel momento in cui Manfredi entra nella sua vecchia casa, piena di ricordi, di oggetti, si rese conto che ogni stanza rappresentava un mondo di affetti perduti.

Col passare del tempo Manfredi diviene consapevole di essere diventato estraneo a se stesso e nutre un sentimento aspro di impotenza e un’invincibile sensazione di solitudine. L’incontro con una bambina, che “appare e scompare” in alcuni momenti della sua esistenza diviene per lui un segno importante, che trasforma la sua vita che per la prima volta “si era messa al plurale” e la condivideva con un altro essere umano. Suggestivo è il momento in cui la bambina aveva cominciato a correre fino alla camera di sua madre e si era sdraiata sul suo letto, gesto che nessuno aveva più fatto dopo la sua morte.

Densa di significato è la lettera che Manfredi riceve dallo zio, in cui afferma di avere il desiderio di “varcare il confine della morte ad occhi aperti”, indicando anche la data, lo stesso giorno in cui fu rubata la Natività di Caravaggio, in cui scrive: ”nacque il mio dolore e il mio vuoto, ma nacque anche la mia felicità”. Erano come parole sospese nel “labirinto della memoria”, ma egli era costretto a bruciare la lettera, come gli aveva chiesto suo zio. Incamminandosi verso l’Orto Botanico, Manfredi si avventurava tra le pieghe di un passato indimostrabile: la scoperta dell’ orologio dello zio lo fa rendere conto del valore che quel luogo aveva per lui.

Entrando nella ”stanza delle memorie”, Manfredi veniva travolto dall’onda dei ricordi e stupito, si accorse che la bambina stava riordinando ogni cosa: il passare del tempo lascia le sue tracce e, dopo tredici giorni. la bambina inizia a sorridere, gli stringe la mano e vedendo le sue lacrime gli dice di non preoccuparsi e rappresenta una sorta di catarsi del proprio dolore.