sabato 7 febbraio 2026

Sudari & Speranze - Poesie per Gaza, antagoniste al silenzio.

Quando la poesia incontra la realtà, la cruda storia dei nostri giorni (e non solo) smette di essere esercizio formale e diventa un corpo vivo, con le sue fragilità, le sue contraddizioni, le sue evanescenze, le sue profondità. La raccolta poetica di Michele Vespasiano, empatico per eccellenza, nel senso più concreto del termine, nasce proprio in questo punto di contatto: la parola si carica di respiro, ossa, carne, sangue, e vi aggiunge una grande dose di responsabilità. Lo sguardo è fisso e lucido su Gaza che non viene definita come semplice luogo geografico, ma come spazio simbolico universale, emblema di ogni ferita collettiva che attraversa l’umanità.

La parola poetica agisce come una membrana sensibile: assorbe il trauma, lo filtra, lo restituisce in immagini capaci di superare il dato cronachistico. Ed ancora registra, conserva, trasmette. Ogni verso funziona come una traccia incisa, come una cicatrice che continua a parlare.

Il cuore filosofico dell’opera ruota attorno a una domanda essenziale: quale valore assume l’umano quando la storia accelera e divora i suoi figli?

All’interno della raccolta, i personaggi e le immagini funzionano come camei simbolici: apparizioni brevi, concentrate, capaci di condensare un’intera visione del mondo. Ognuno, poi, si ancora a un archetipo primordiale, riconoscibile a livello antropologico prima ancora che letterario. È questo che permette alla poesia di superare il contesto storico e parlare all’umano in quanto tale.

Prendiamo Il Bambino –  la luce che cammina. Rappresenta il centro gravitazionale dell’opera. Non è semplice vittima, ma principio rivelatore. Il suo corpo ferito espone l’asimmetria radicale tra potere e innocenza, mentre il suo sorriso portato come una lampada rovescia la logica della distruzione. Il suo essere presente, eppur evanescente, illumina per esistenza. Cammina dentro le macerie come una figura profetica, trasformando la fragilità in orientamento. È un archetipo di origine antichissima: il puer che rivela, il piccolo che mostra ciò che gli adulti hanno smarrito. In lui la speranza non appare come ottimismo, ma come resistenza ontologica.

La Madre – il corpo che regge il mondo. La madre emerge come figura verticale, immobile e assoluta. È la Stabat contemporanea, priva di iconografia consolatoria. Non c’è promessa immediata, solo presenza totale. Il suo corpo diventa luogo teologico e politico insieme: altare senza tempio, grembo svuotato che continua a custodire senso. La madre non urla, non implora. Regge. E in questo reggere si manifesta una forza arcaica, cosmica, che precede ogni linguaggio. È l’archetipo della cura che sopravvive alla perdita, della maternità come fondamento morale dell’umano.

La Pietra –  la memoria che non dimentica. Le pietre di Gaza non sono materia inerte. Funzionano come archivi etici. Assorbono il sangue, trattengono il calore delle esplosioni, conservano le impronte dei corpi. La pietra diventa testimone quando la voce umana viene spezzata. È un archetipo tellurico: la terra che registra tutto, che non assolve e non cancella. In questo senso la pietra sostituisce la carta, il monumento, la lapide. Dove la storia ufficiale rimuove, la pietra conserva. Dove il linguaggio politico sfuma, la pietra incide.

Il Silenzio - lo spazio della responsabilità, attraversa l’opera come una presenza attiva, densa, quasi fisica. Diventa, giocoforza, campo etico. È il silenzio delle macerie, quello degli spettatori lontani, quello che separa il sapere dall’agire. Questo silenzio non consola e non protegge: interroga. Costringe a scegliere una posizione. È il luogo in cui l’ascoltatore viene chiamato in causa, smette di essere esterno e diventa parte della scena, si trasforma nel vero antagonista morale di tutto il libro: è ciò che permette alla violenza di continuare.

Il Sudario –  la parola che avvolge, rappresenta il simbolo più alto e metapoetico della raccolta. Telo di morte e gesto di pietà estrema con un significato più esteso, ampio, cocente. Avvolgere significa riconoscere, restituire dignità, impedire la dispersione. La poesia stessa agisce come sudario: copre i corpi senza nome, li sottrae all’oblio, li consegna alla memoria collettiva. Il sudario rende visibile la ferita, la materializza nella sua "condivisibilità".

In questo senso la scrittura diventa rito laico, atto di custodia dell’umano.

La Luce – ciò che resta, non è mai trionfale. È fragile, intermittente, portata a mano. Compare nei sorrisi, nei gesti minimi, negli sguardi che restano aperti. È una luce che non promette salvezza immediata, ma continuità del senso. Indica la possibilità che qualcosa resti umano anche nel collasso. Questa luce non elimina il buio: lo attraversa. Ed è proprio per questo che resiste. Qui, la densità della poesia diventa atto politico primario, precedente a ogni ideologia. Rifugge dallo slogan per costruire immagini che entrano, corposamente, con irruenza, nella coscienza. Il verbo del poeta assume la qualifica, dolorosa eppure necessaria, di testimonianza, gesto di responsabilità collettiva.

Ed è da questa visione che ho provato a fare un esercizio, costruire un monologo usando dei camei testuali che sono presenti (a mio avviso) nella raccolta. Una tessitura corale, composta dai nuclei più simbolici. In questo caso non parla per Gaza ma parla a Gaza, attraverso i suoi archetipi, la sua materia, il suo silenzio.

MONOLOGO

Ascoltate. La terra parla attraverso le pietre e ogni pietra conserva un nome. Gaza respira sotto strati di polvere e luce ferita, un sudario disteso tra cielo e carne, un lenzuolo infinito che accoglie i corpi e custodisce il peso delle storie. I bambini camminano con il silenzio negli occhi, contano le stelle dentro i crateri, portano sorrisi come lampade accese per orientare il buio del mondo. Le madri stringono l’aria, trasformano il pianto in preghiera muta, diventano colonne di un tempio spezzato dove la vita chiede ancora spazio. Le pietre assorbono sangue e memoria, diventano pagine incise dal tempo, insegnano alla storia il linguaggio della ferita e alla coscienza il peso dello sguardo. Qui la parola nasce dalla carne, diventa respiro collettivo, diventa gesto che unisce chi guarda e chi soffre in un unico battito. Ogni sudario racconta una promessa, ogni silenzio chiama una scelta, ogni bambino solleva la luce e la consegna alle mani dell’umanità. Gaza vive nel gesto che ascolta, nel cuore che resta aperto, nella voce che attraversa il mare e sceglie di farsi presenza. Questo è il canto. Questo è l’ingresso per permettere all’umano di riconoscersi.

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