mercoledì 28 gennaio 2026

"Li racCundi di Giuseppe del Giudice"...ed anche gli adulti tornano bambini


Mi sono sempre chiesta se sia possibile spiegare un libro senza utilizzare le parole ricorrendo, nell’incipit dell’attraversamento e comprensione del testo, a un’immagine simbolica che diventasse origine e sentimento di pagine, che si rincorrono come in una staffetta senza fine. Ebbene, credo di averla trovata.

Questa foto apre, nell’iride di chi la guarda, un tempo condiviso. Il vicolo accoglie i corpi come una frase stretta ma lunga, composta di pietra, passi, attese. Le case si abbracciano in uno spazio comune, come quei buoni amici che si scelgono indipendentemente dalla famiglia d’origine, e lo rendono umano. Le persone avanzano, sostano, si riconoscono; altre si ignorano, probabilmente poche. Il fuoco dell’attenzione cade su una donna che tiene per mano un bambino con il grembiulino dell’asilo. In quella stretta si materializza una diagonale affettiva che attraversa l’immagine e la storia, ferma sotto i suoi passi. Quel gesto semplice contiene l’andamento, il ritmo del cammino e un’educazione sentimentale che si materializza, idealmente, in un passaggio di saperi, in una fiducia consegnata nella direzione che l’adulto intende intraprendere. Il bambino si affida a quella mano che, nel bianco e nero della coscienza fotografica, toglie il superfluo, accende l’essenza, porta la realtà verso una dimensione quasi cinematografica, da neorealismo interiore, dove ogni figura vale per ciò che è e per ciò che rappresenta. Da questo scatto prendono corpo "li racCundi - personaggi e fatti tra i vicoli di Nusco" - di Giuseppe Del Giudice [Mephite]. Il libro cammina nello stesso vicolo e ogni racconto procede con passo breve, deciso, misurato. Una pagina accoglie una vita, una voce, un carattere. C’è, nello stile scelto, una vera e propria "Democrazia Narrativa": ogni personaggio riceve lo stesso spazio, la stessa dignità, la stessa possibilità di lasciare traccia. Il paese diventa agorà e assemblea poetica insieme. Il barbiere, il sacerdote, il maestro, il politico, il bambino, il vecchio abitano una scena comune, senza primeggiare, con una cura e una dignità quasi favolistiche. Gianni Marino coglie con precisione questo movimento quando scrive: “Immaginate di trasformare le stradine di Nusco in un teatro del popolo”. Il libro agisce proprio come un teatro diffuso, fatto di ingressi rapidi e uscite memorabili. L'autore (famoso per i suoi meravigliosi libri di favole per bambini ma, ancor prima, avvocato di professione e già Sindaco di Nusco) compie un gesto raro: trasforma il vissuto quotidiano in materia narrativa primaria, senza filtri spettacolari né sovrastrutture estetizzanti. Ogni racconto nasce da una scelta di prossimità, da un’adesione profonda alla vita così com’è, osservata da vicino, abitata, riconosciuta. Il paese emerge come corpo vivente, come sistema di relazioni intrecciate, come linguaggio affettivo condiviso. Nusco si configura così come una geografia emotiva espansa, capace di oltrepassare i suoi confini fisici e di parlare una lingua universale. I vicoli disegnano mappe interiori. I soprannomi agiscono come coordinate dell’anima. I gesti minimi assumono valore di eventi, perché portano con sé una densità di senso che solo la prossimità consente di riconoscere e restituire: così anche gli adulti tornano, per il tempo della lettura [ed anche oltre], bambini con gli occhi pieni di sorrisi lucidi e stupore. 

E dunque ci troviamo di fronte all'anatomia narrativa di una comunità sezionata e ricucita attraverso la scrittura di Del Giudice che, senza sovrabbondanze o orpelli inutili, vive di essenzialità. Ogni parola porta un carico di esperienza. La lingua somiglia a una pietra levigata dal passaggio delle generazioni. Qui trova casa un detto che mia nonna mi ripeteva sempre: “La miglior parola è quella che non si dice”, intesa come sapienza del togliere, come rispetto del silenzio che circonda il dire. I racconti funzionano per accensione improvvisa, per battuta fulminante, per gesto minimo che diventa rivelazione. “Quistu è nu condono tombale!” racchiude una visione del sacro e del profano insieme. “Truvati paci!” sintetizza una stagione politica, una psicologia collettiva, una filosofia popolare del vivere. “Luigì, e qua mi truovi!” restituisce al tempo una misura domestica, quasi affettuosa. Ogni citazione agisce come un nodo di memoria. Per queste ragioni l’effetto sul lettore assume una qualità regressiva e luminosa. Gli adulti diventano bambini. Lo sguardo si abbassa, si fa curioso, disponibile alla meraviglia quotidiana. Il libro riattiva una lingua interiore fatta di cortili, soprannomi, voci riconoscibili. Le terminologie uniche del testo costruiscono un lessico affettivo che appartiene a una comunità e insieme supera il confine geografico. Marino parla di “un antidoto contro la pesantezza del ripetersi dei giorni” e individua il cuore etico dell’opera: la leggerezza come forma di resistenza, l’ironia come struttura portante del vivere insieme. Di certo il confronto con Cesare Pavese illumina, per contrasto, la struttura narrativa di Del Giudice. Pavese attraversa il paese come luogo mitico, carico di destino, segnato da una tensione tragica verso l’origine; il suo mondo cerca una verità profonda, spesso solitaria, scavata nel mito e nel ritorno. Del Giudice sceglie una traiettoria diversa. Il paese vive come presenza continua, come organismo parlante, come comunità che si racconta mentre vive. Pavese guarda la terra come ferita archetipica dell'io narrante. Del Giudice la guarda come relazione quotidiana, a narrare è il Noi. Il primo affida il senso a un silenzio carico di simbolo; il secondo lo affida alla parola detta al momento giusto, breve, precisa, condivisa, ironica come chiave interpretativa di un paese che diventa corpo abitato anche da chi quel paese non lo ha mai vissuto. Anche da me, trasformata empaticamente in abitante temporanea di Nusco nel momento esatto in cui ho riconosciuto, in molte figure archetipiche, quelle che popolavano il mio mondo piccolo e antico, nella stessa misura in cui lo sono per l’autore. Allora il custode del "campo sportivo" di Nusco diventa il custode del "campo santo di Guardia", e la storia si allinea, si intreccia per universalità di vicissitudini personali. La fotografia iniziale trova così una corrispondenza strutturale nel libro. Il bambino che avanza nel vicolo diventa il lettore che attraversa le pagine. Ogni passo accende una storia, mentre le pagine restituiscono i volti. Il libro procede come un piano sequenza: ritmo umano, luce naturale, verità quotidiana che si fa letteratura. Marino lo definisce “un unico, doloroso, meraviglioso, sofferto e irripetibile fatto umano collettivo”, e questa definizione abbraccia l’intera opera. Il tempo e la lentezza, inoltre, assumono un valore strutturale e quasi liturgico. La pagina breve invita a fermarsi, a sostare, a rileggere, come accade in un vicolo quando si incontra qualcuno e il passo rallenta da solo. Contro la tirannia della velocità di un mondo liquido, la lentezza diventa gesto comunitario, ritmo condiviso, modo di stare al mondo. Il paese si ricompone come unità corale, non come somma di individualità ma come organismo vivo, dove ogni voce entra ed esce senza sovrastare le altre. Qui il tempo diventa circolare, come le stagioni, e la memoria non pesa: nutre. Nusco emerge come materia primaria sacra, non come luogo mitizzato, ma come spazio attraversato da un quotidiano laico fatto di relazioni, ironia, rispetto reciproco, anche sarcasmo sussultorio. Un sacro senza altarini, senza retorica, vissuto nella parola detta al momento giusto. Nessuna nostalgia appesantisce le storie, piuttosto una presenza attiva del passato che illumina il presente. 

Ma di quale gesto parlo? Di quello che attraversa l’intera opera e che raramente viene nominato: ciò che dà vita e fiato a una "giustizia narrativa gentile". Ogni storia rappresenta un atto di cura, ogni personaggio riceve uno spazio di esistenza simbolica. La letteratura assume qui una funzione essenziale: custodire e stringere i legami che tengono insieme una comunità. Il libro salva le relazioni, conserva la trama invisibile che unisce le persone. Volti, posture, inflessioni della voce raccontano un luogo preciso e, insieme, una dimensione condivisa che supera il perimetro del paese e parla a chiunque abbia abitato una comunità, una lingua affettiva, una memoria comune. Se penso a Emma, rivedo mia nonna Carm’lina la Furiosa, resa visibile dalla nomenclatura del soprannome, sottratta all’indifferenza della dimenticanza. Per l'autore (ma prima di esso per la storia della comunità) i soprannomi operano come categorie dell’essere: concetti viventi, forme brevi di filosofia popolare. In ognuno la comunità ha distillato un destino, una postura nel mondo, una relazione con gli altri. Qui l’archetipo prende corpo nella voce, nel gesto, nella battuta. Tonino Paniellu incarna l’archetipo del mediatore ruvido, dell’uomo-soglia tra ideologia e sopravvivenza, e il suo “Truvati paci!” agisce come sentenza stoica, riduzione del conflitto alla misura dell’umano. Michele Futusso assume la figura del custode del tempo condiviso, e il suo “Luigì, e qua mi truovi!” diventa risposta ontologica: l’essere come presenza, come continuità relazionale. Il padre, dell'autore, davanti alla Porta Santa pronuncia “Quistu è nu condono tombale!” e trasforma il sacro in esperienza immanente, portando l’archetipo del trickster dentro una teologia domestica, ironica, profondamente umana.

Il soprannome, in questo sistema, espande. Nomina l’essenza senza immobilizzarla. Ogni figura vive come idea incarnata: il barbiere come agorà, la maestra come legge affettiva, il matto gentile come rivelatore di verità laterali. Il paese pensa attraverso i suoi soprannomi, elabora una metafisica minima, condivisa, orale. La comunità costruisce così una propria ontologia narrativa, dove l’identità nasce dalla relazione e la memoria diventa forma di conoscenza. Nel libro l’archetipo accompagna l’uomo. La filosofia scende in strada, prende un nome, risponde a una voce e resta, come il vicolo, aperta al passaggio degli altri.

Del Giudice afferma una verità che riguarda la letteratura e la vita: una comunità esiste finché le sue voci circolano e, quando la scrittura sceglie questa strada, diventa spazio di permanenza. Così, chi ascolta, restando dentro queste storie, ritrova qualcosa di essenziale: il senso profondo dell’appartenenza, come quando ci si stringe durante una festa di paese per essere unico corpo emotivo di storie, fragilità, ricchezze, povertà e contraddizioni...

Emanuela Sica



BiblioIlde - Stabat Mater - Tiziano Scarpa

 


A cura di Ilde Rampino

E’ un percorso interiore quello che l’autore compie attraverso questo romanzo, un percorso nel desiderio celato, sconosciuto, di giovani donne che hanno vissuto tutta la loro esistenza in un orfanotrofio – l’Ospitale – strette nelle maglie di regole codificate, ma non interiorizzate, che bloccano i loro sogni adolescenziali sulla superficie di atteggiamenti stereotipati. La protagonista, Cecilia, che richiama, non a caso il nome della patrona della musica – è una sorta di figura irreale, scandita da silenzi: a volte sembra che a parlare o ad agire non sia lei come persona, ma i suoi bisogni, le sue aspirazioni ad una vita diversa, che lei non conosce e vede mascherata e forse trasfigurata nelle rare uscite concesse alle orfane come lei. Avvertiva una profonda tristezza, ma non voleva che quel buio che rappresentava il primo ricordo che aveva di se stessa, la facesse precipitare in un baratro, ma voleva lottare a tutti i costi contro quella sensazione di angoscia che pervadeva la sua anima, perché si era resa conto che “anche nel buio più fitto posso chiudere gli occhi e immaginare la luce”. Comincia a scrivere le lettere alla Signora Madre nell’oscurità, perché vuole in qualche modo instaurare una sorta di rapporto con una persona che non deve esserci nella sua vita, perché l’ha abbandonata: “le parole rappresentano la melodia del mio pensiero, un abbraccio che si sporge alla finestra di un cortile vuoto”.  Nell’orfanotrofio, le ragazze non sanno di chi sono figlie, anche se alcune vengono abbandonate con un segnale addosso, che, tuttavia, non permette di risalire alla loro origine. Si sentono come fantasmi e la musica diventa quindi l’unica possibilità di vita, il mezzo per instaurare un rapporto con l’altro, anche se falsato, perchè suonavano sospese ad alcuni metri di altezza, dietro una balaustra, seminascoste da grate metalliche che ne lasciavano indovinare la sagoma, ma non ne permettevano di scrutarne i volti, nascosto dalla maschera che esse erano costrette ad indossare in pubblico. Il violino rappresenta quindi la mano che si porge all’altro, una compagnia dell’anima di un adolescente che si trova costretta, suo malgrado, a fare i conti con la propria solitudine.

Cecilia era convinta che il suo destino fosse “essere figlia del niente”, perché nel corso degli anni aveva visto vanificata la sua possibilità di trovare l’altra metà della sua esistenza, come il pezzo mancante di una medaglietta, ma lei, come le altre, volevano essere riconosciute in qualche modo, perché ”nessuno può sentire la musica segreta  che suona nel nostro animo.

La presenza costante dell’idea di vita, legata strettamente alla morte, la rende dolorosamente vicina alle suore che l’hanno allevata, che “fanno morire insieme a se stesse anche la propria paura di morire”. Struggente è il dialogo con l’Assenza, l’entità rappresentata con i serpenti intorno alla testa – una Medusa ante litteram – e quella della Signora Madre – assenza ancora più profonda e interiore, perché mai conosciuta. E sarà proprio la musica, il suono offerto a lei e trasformato da una mano maschile, quella di Don Antonio, il nuovo insegnante,  a rappresentare una via d’uscita dalla malinconia e un’alterità per trovare se stessa, in un atto di profonda ribellione verso il mondo e la sua realtà.