Ci sono libri che si leggono e
libri che aprono una soglia: "Memorie di una Janara" - di Emanuela Sica - appartiene alla seconda
specie. Non è soltanto un romanzo: è un attraversamento...e forse, per me, lo è
ancora di più.
La figura della Janara, così come
emerge dal libro, non è un semplice personaggio folkloristico. È un archetipo.
È la donna che vive sul confine: tra natura e cultura, tra corpo e spirito, tra
cura e sospetto. È la donna che conosce le erbe, che parla con il vento. A me
l’idea della Janara piace profondamente. Non per l’aspetto magico in sé, ma per
ciò che rappresenta: la potenza e la forza delle donne quando non chiedono
permesso di esistere. La libertà femminile che non è proclamata, ma incarnata.
Leggendo il libro, però, non ho
potuto fare a meno di pensare a mia nonna.
Non era una Janara, non
apparteneva alla leggenda, non evocava misteri. Eppure, in lei riconosco
qualcosa che dialoga con quella figura archetipica.
I ricordi che ho di mia nonna non sono
fotografie nitide: sono immagini sovrapposte, racconti ascoltati da lei e da
mia madre, parole ripetute tante volte da diventare memoria. La ricordo quasi
sempre vestita di nero, i capelli grigi raccolti con ordine, il volto serio ma
non severo. Abitava nella mia stessa strada ma verso la parte finale: come
se la sua casa fosse un approdo, un
punto fermo.
Molto di ciò che so di lei mi è
stato raccontato. Madre di quattro femmine e di un maschio, rimaneva sola a
reggere la casa quando suo marito Antonio, che non aveva la tessera annonaria,
veniva mandato lontano, in Libia, poi nelle miniere della Sardegna.
Ricamava lei e ricamavano le sue figlie. La sera, attorno al
tavolo, sferruzzavano i ferri e correvano gli aghi. Lenzuola da corredo,
coperte ricamate, maglie intrecciate con pazienza. Ma non era un passatempo,
quando un lavoro era pronto, lei lo piegava con cura e partiva all’alba verso
Melfi, a piedi, anche con la neve. Consapevole che poteva essere fermata,
scambiata per contrabbandiera, sebbene non lo fosse. Portava solo il frutto del
proprio lavoro, per tornare poi a casa con un po’ di grano o d’olio.
Quello che invece ho visto con i
miei occhi è la fila davanti alla sua porta. Non era una janara, non
apparteneva al mito, né al racconto folklorico. Non evocava misteri né cercava
potere, eppure, era una curatrice.
Le persone andavano da lei per
una caviglia slogata, per un braccio che non si alzava più, per dolori che oggi
chiameremmo ortopedici. Lei “aggiustava le ossa”. Con l’albume d’uovo faceva
rudimentali ingessature, preparava decotti di malva e camomilla, fasciava con
mani ferme. Ma non si limitava al corpo: ascoltava e in quell’ascolto c’era già
metà della guarigione.
Aveva un dono che oggi qualcuno
definirebbe pranoterapia, ma che allora era semplicemente una qualità naturale:
il calore delle mani, la sicurezza del tocco, la calma che trasmetteva. I
bambini più irrequieti, presi in braccio da lei, si quietavano come per
incanto. Non c’era teatralità, non c’era superstizione ostentata, c’era solo la
naturalezza del sentire e trasmettere attraverso le mani. E poi c’era
“l’occhio”, recitava una nenia sottovoce, parole che non ha mai voluto
insegnare, perché — diceva — si tramandavano solo nella notte di Natale. Finché
fu lucida le sussurrava piano, quasi a proteggere quel sapere. Negli ultimi
anni, quando la memoria si è fatta più fragile, a volte le sfuggivano ad alta
voce.
Non era una janara nel senso letterario del termine, non
cercava di essere altro da sé, era una
donna che curava anche se non ho mai scoperto quando e come abbia iniziato.
Curava: con ago e filo, trasformando il ricamo in pane, con
le mani, rimettendo in asse ossa e paure, con le parole, sciogliendo l’ombra
del malocchio.
Alcune donne non hanno bisogno di
leggenda per essere straordinarie, non era una janara, era qualcosa di più
semplice e, per questo, più potente: una madre, una lavoratrice, una donna del
primo Novecento che ha attraversato le guerre senza mai perdere la dignità e
soprattutto, era una curatrice.
