Ho letto questo libro gustandolo al pari dell’infuso ai frutti rossi che bevo in questi pomeriggi d’inverno. Ora lo tengo in cima ad una pila di altri testi e prima o poi mi dovrò decidere a riporlo in una collocazione consona al suo contenuto. L’operazione non è scontata, come si potrebbe banalmente credere, in quanto Memorie di una Janara di Emanuela Sica (Delta3 Edizioni) è uno di quei libri che sfuggono ad una precisa classificazione. Ed è inutile ricorrere alla codificazione suggerita da Dewey, poiché ho provato a infilarlo in uno scaffale, ordinato per genere o argomento, ma insofferente lui scivola via. Sta sulla cresta, in bilico tra storia e fantasy, generi che si intrecciano tra loro in un crescendo suggestivo; tra etnografia e lessicografia che diventano poesia e artifizi letterari. È un testo, insomma, che abita i margini della narrazione codificata e lo fa con rara consapevolezza.
Tutto parte da un vecchio diario
ritrovato da Michele e Ginevra (ho come l’impressione di conoscerli questi
giovani Indiana Jones!), e dalla condivisione con il diverso sentire dei due
esploratori del tempo passato. Una trama scritta e abusata, si potrebbe pensare.
Niente affatto, poiché per aprire il diario Ginevra deve prima compiere un
rituale di protezione. E questo non è un dettaglio narrativo, messo lì per
suggestionare il lettore, già intrigato dal titolo, bensì il primo avvertimento
che quello che si sta per leggere è roba viva, che brucia come una janara nel
sabba sotto il noce consacrato.
Ed è proprio la Janara la
protagonista del libro. Una figura femminile che vive sul confine, attraversando
le regole della sua società, a volte onorandole a volte infrangendole, barcamenandosi
nel difficile equilibrio tra l'uomo e la natura. Attenta che né l’uno né
l’altra prevalga. Servirà però, dimenticarsi
della strega con la scopa e il gatto nero che affolla l’immaginario collettivo,
in quanto la Janara di Sica è innanzitutto una donna che appartiene a se stessa,
una femmina che non ha tagliato il cordone con la terra, con i cicli delle
stagioni, con l'umido della notte e il chiarore del giorno che sorge. L'autrice
l’accosta alle Mistiche, perché come quelle la Janara abita l'intimo, il
primordiale, le pieghe dell’umanità, il possibile che è stato o che potrà
essere.
Preso per mano da Emanuela, tra
terre "grasse di verzure" nell'Irpinia che fu, percorrendo sentieri
coperti di muschio, in compagnia di venti che soffiano voci che arrivano da
lontano, e leggendo Memorie di una Janara ho avuto la sensazione di
camminare nel fitto di uno dei boschi di castagni che segnano il paesaggio di Guardialombarda,
il borgo dove tutto ebbe inizio nel XVII secolo. È un paesaggio che respira,
quello che ho avvertito intorno. E al centro ci sono loro, le mammane, le curandere
con i loro rituali per le malattie fisiche e per quelle emotive o per la
rimozione del malocchio (affascino), le herbarie,
raccoglitrici di erbe e di preghiere, che curano il mondo perché sanno
ascoltarlo, perché ne conoscono i tempi e le stagioni.
Ma di queste dirò poi. Ora
preferisco soffermarmi sulla struttura del libro, sfaccettata come un prisma
che rimanda e scompone la luce, il cui punto
di forza è proprio la sua forma ibrida.
Da una parte c’è un congegno che
intreccia leggenda e storia in un sapiente intreccio di prosa, lirica e
dialetto. Una sorta di quadrante del destino , in grado di localizzare le fessure
temporali; una macchina del tempo che l’autrice manovra abilmente, attingendo
alla narrazione onirica di Giambattista Basile e di Roberto De Simone o, perché
no, del mio concittadino Antonio D’Amato, con la sapiente calma di chi sa dove
mettere le mani per impastare come tenera argilla le figure leggendarie di un
ritrovato Cunto de li cunti dei monti irpini: lu pup’naru e lu
scazzamauriello, ze’ Vecchia e ze’ Bilonia, solo per dirne
alcune, che con i loro misteri e i loro poteri, l’affascino e le
dannazioni si agitano quannu è nera la nuttata.
Dall’altra ci sono i versi. Tanti.
Quelli, ad esempio, che raccontano di donne capaci di tenere al riparo “le
margherite nel cuore della tempesta” e per questo inchiodano le lacrime sul “davanzale
delle ciglia”. Versi non di una poesia decorativa, bensì di un lirismo che del
racconto è parte essenziale dell'ossatura,
ne è il midollo, l’hybris che spiega come si trasforma il dolore in
aurora, senza farne retorica.
È con questa suggestione che nel
suo libro Emanuela Sica ricostruisce il faticoso percorso di affrancamento
della donna, per dare voce al tragico destino di quante subirono la pubblica
umiliazione, colpevoli unicamente di aver sfidato, con la propria ostinata esistenza,
i rigidi e conformisti canoni sociali della loro epoca.
Memorie di una Janara è
un’operazione di archeologia dell'anima. Emanuela Sica non si limita a
raccontare una leggenda popolare, ma compie un atto di giustizia storica e
poetica verso quelle donne che il patriarcato e l'oscurantismo religioso hanno
cercato di cancellare e che lei, invece, ha riscoperto e riconsegnato a una
memoria condivisa.
Mi ripromettevo di consegnare un mio pensiero sulle herbarie,
le mute raccoglitrici del sottobosco che non sono streghe improvvisate. Sono
scienziate, a modo loro, sacerdotesse della terra che conoscono le proprietà fitoterapiche
dell’ortica e della malva, del salice e dell’olmaria; a conoscenza che
l'iperico si coglie a San Giovanni, assieme al mallo delle noci. Alchimiste che
maneggiano con cautela la radice tossica della mandragora, che ne hanno appreso
le proprietà allucinogene e la usano per parlare ai dolori che non hanno nome. Magàre,
padrone di una medicina che guardava il corpo e lo spirito insieme, senza
separarli; che curavano ai margini, senza passare per i canali della farmacopea
ufficiale. Femmine depositarie di un sapere mediato da una religione laica che
fa capire quanto fossero pericolose.
La scopa di saggina davanti alla
porta, il sale grosso, l’olio e l’acqua, l'invocazione dei santi e degli
elementi, non sono più folklore ma costituenti imprescindibili del rituale a
cui è obbligata Ginevra. Paletti che definiscono un perimetro, dove il fuoco,
la terra, l'aria e l'acqua diventano presenze con cui parlare e non risorse da
sfruttare.
“Tienimi radice / attaccata alla
terra./ Lucidi fili di parole / si rincorrono nel vento / a tirare memoria nei
capelli / barlumi di fuochi fatui nel petto.”
E poi c'è il dialetto, che Emanuela
Sica usa quasi fosse l’unica formula buona per decriptare il messaggio che giunge
da lontano; perché il vernacolo è la lingua della terra e delle madri, una
lingua "grassa di verzure" che arriva dove l'italiano non può: Luna
chiatta e lucenda / la Janara nun s’abbenda / s’annaccova tra r’fronne / cumm’
nun truonu p’ t’ ‘nfonne (Luna piena e lucente, la Janara non si ferma, si
nasconde tra le fronde degli alberi per bagnarti come un tuono). Un lessico con
un peso specifico diverso, parole che a pronunciarle emettono una vibrazione
che prende lo stomaco.
Chiudo annotando che Memorie
di una Janara ruota intorno a un'idea suggestiva e a un malcelato non detto, ovvero che la memoria
non è paga dell’antico diario ritrovato e
che la storia non trova conclusione con l’ultima pagina del libro. Forse “un
altro cammino prenderà corpo con suoni e dimensioni che si innesteranno nella
modernità dei nostri tempi...”.
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