sabato 24 gennaio 2026

Zhou Yaping: Se muore il grano - Le percezioni di un Pasolini contemporaneo

Nella poesia di Zhou Yaping 周亚平 (1961) non c’è mai un punto di osservazione stabile. Tutto si muove, si inclina, cambia prospettiva. Come scrive Francesco De Luca nella nota dell’editore, Zhou Yaping è un poeta che “affetta e intaglia le percezioni attraverso la lente dell’immagine”: non descrive, ma incide, piuttosto espone, illumina, talvolta acceca. E ancora: "Ha percorso come un cane randagio forse tutte le strade che un poeta nato poeta poteva percorrere in un paese complesso e variegato come la Cina di oggi. Un po’ come Pasolini ha sorvolato la poesia per arrivare alla cinematografia, consapevole della condanna del soffrire, ha scelto di ascendere e osservare. Perché è nell’osservazione che Zhou Yaping trova la poesia o l’immagine stessa della poesia. Immagine e poesia sono i due angoli opposti e sovrapposti della sua poesia."

Il percorso umano e artistico di Zhou Yaping attraversa le molteplici contraddizioni della Cina contemporanea, un paese complesso e stratificato, in cui la tradizione convive con la velocità brutale del presente. Quando De Luca lo paragona a un “cane randagio”, sceglie un'immagine potente che restituisce l’idea di un poeta in continuo movimento, senza appartenenze rassicuranti, spinto da una necessità interna più che da un progetto estetico predefinito.

Come Pasolini — evocato non a caso — Zhou Yaping sembra aver “sorvolato” la poesia per approdare a una visione più ampia, consapevole della “condanna del soffrire”. Ma invece di fuggire, sceglie di ascendere: osservare diventa il suo gesto fondamentale. È proprio nell’atto dell’osservazione che la poesia prende forma, o meglio, che poesia e immagine si sovrappongono fino a diventare indistinguibili. Nella sua opera, immagine e poesia non sono poli opposti, ma angoli coincidenti di uno stesso sguardo.

Questa posizione liminale è al centro anche della prefazione di Marco Masciovecchio, che colloca Zhou Yaping ai margini delle classificazioni tradizionali della poesia cinese contemporanea. La sua scrittura dialoga apertamente con le avanguardie occidentali, senza però rinunciare a una radice profondamente legata alla propria esperienza culturale. Non è imitazione, ma attraversamento. Come osserva lo stesso Zhou Yaping nella prefazione al volume HAI ZI, LUO YIHE e XI CHUAN – I tre dell’Università di Pechino (Delufa Press, 2025), «L’umanità è fatta di moltitudini: c’è chi vive alla giornata e chi cerca di salvarsi senza rischiare». In questa frase si condensa una tensione fondamentale della sua poetica: da un lato la vita quotidiana, concreta, spesso brutale; dall’altro la ricerca di un senso che non sia una fuga, ma una forma di resistenza.

Le sue poesie brevi, taglienti, funzionano come lampi. In Se muore il grano, la morte non è solo perdita, ma trasformazione cromatica, attesa, ciclicità forzata:

Se muore il grano
Il colore in terra diventerà di un rosso intenso
Se muore il grano
Dovremo aspettare quello dell’anno prossimo
Perché il colore in terra cambi di nuovo

Il rosso della terra è sangue, ma anche promessa rimandata. La natura non è idillio, bensì archivio della violenza e del tempo.

In Preghiera, bastano due versi per condensare l’assurdità tragica della condizione umana:

Mentre ti inchini
Proiettili ti sorvolano la testa

Il gesto spirituale e la minaccia della morte convivono nello stesso istante, senza soluzione di continuità.

Ancora più perturbante è Il legame con la dolce morte, dove eros e dissoluzione si intrecciano in immagini volutamente scomode, corporee, quasi sacrileghe. La bellezza non è mai innocente, ma ambigua, sensuale, pericolosa.

È come velluto
Come un fiore intrecciato di peli pubici
Come una fata
Quando sussurra
Quando si sveste e sussurra.

Infine, in Illuminazione sontuosa, Zhou Yaping compie un gesto radicale:

Solo bruciando la prima parte della Divina Commedia
Potremo continuare a leggere
La seconda

Qui la distruzione diventa condizione della conoscenza. Non c’è progresso senza perdita, non c’è illuminazione senza incendio. Zhou Yaping ci invita a guardare senza protezioni, a sostare nell’instabilità delle immagini e delle parole. Ci troviamo di fronte ad un poeta che aspira all'attraversamento della sua poesia, scomoda e necessaria, ma assolutamente autentica.



Zhou Yaping 周亚平 (1961) è una delle voci più originali e radicali della poesia cinese contemporanea. Poeta dell’immagine e della forma, attraversa linguaggio, cinema e visione con uno sguardo affilato, capace di trasformare l’osservazione in esperienza poetica. La sua scrittura nasce dall’intaglio delle percezioni: immagine e poesia coincidono, si sovrappongono, si contraddicono. Produttore esecutivo per anni della China Central Television (CCTV), Zhou Yaping non ha mai abbandonato la poesia, continuando a praticarla anche attraverso la macchina da presa. Oggi è fondatore di diverse società di produzione cinematografica, produttore, sceneggiatore e regista di successo.

Formatosi nel circolo degli scrittori dell’Università di Nanchino, fonda con Che Qianzi il gruppo dei Formalisti, ponendo al centro della poesia la forma, l’immagine, il contrasto, il colore, la temperatura. Le sue poesie, spesso costruite come piani sequenza cinematografici, offrono al lettore visioni potenti da cui emergono tracce di narrazione e senso.

Sperimentale, ludico, radicale, Zhou Yaping ha influenzato profondamente l’immaginario visivo e televisivo cinese, fino a ritirarsi dai media per dedicarsi al cinema d’autore e alla poesia. Per lui, la poesia è “l’arte che disegna la forma del linguaggio”: un atto capace di modificare il modo stesso di vedere il mondo.

Prima di questa silloge, il pubblico italiano aveva potuto leggere soltanto tre sue poesie, incluse nell’Antologia di poesia cinese contemporanea di Delufa Press, dove Zhou Yaping figura tra i 38 poeti cinesi selezionati. Questo volume rappresenta dunque la prima occasione di accesso ampio e organico alla sua opera in traduzione italiana.

Il libro introduce il lettore all’opera di un “poeta infiltrato”, capace di muoversi tra i centri di potere e i margini dell’esperienza, tra parola e immagine, tra disciplina e vertigine. Non solo una poetica, ma un insieme di visioni intense, libere e memorabili, destinate a rimanere e a sorprendere.

Nella poesia essenziale e sperimentale di Zhou Yaping, ogni parola è un seme che muore per rinascere, trasformando il linguaggio in un luogo vivo di metamorfosi. Marco Masciovecchio

giovedì 22 gennaio 2026

BiblioIlde - Nostra solitudine - Daria Bignardi

 

A cura di Ilde Rampino

Un racconto interiore che, tuttavia, si delinea attraverso le vicende della Storia che spesso lasciano l’amaro in bocca per l’incapacità di fare qualcosa per cambiare le condizioni di chi soffre. L’autrice riflette sulla morte di tanti giornalisti, uccisi, mentre facevano il loro lavoro, lei prova una profonda ammirazione per loro, perché hanno seguito la propria passione. Uno di loro,  nonostante i lutti che avevano colpito la sua famiglia, aveva continuato a trasmettere i suoi servizi ed era stato considerato un eroe. L’idea di lasciare i social le causa un attacco di tristezza, perché è un modo di partecipare alla vita degli altri, di stare in mezzo al mondo, spesso per vincere la solitudine si sta bene anche soli, quando non si è soli”

Lei aveva bisogno di un progetto che la assorbisse, per non rimanere legata al passato, che talvolta ritornava, nei suoi ricordi, come il sapore di un cibo dell’infanzia. L’autrice è consapevole che, nel nostro mondo industrializzato, tutti rivelano un disturbo da dipendenza, che ricalca spesso un senso di abbandono, come quello che sua madre aveva vissuto quando era bambina, poiché aveva avvertito il rifiuto dei genitori di suo padre. La paura dell’abbandono era rimasta latente in lei, ma compariva in determinati momenti: nonostante avesse avuto due figli da due uomini diversi,aveva provato una profonda solitudine e non si era sentita appoggiata da loro. Lei faceva di tutto per i figli, si era anche sacrificata, perché era convinta che quello fosse il suo compito. Aveva compreso, nel corso del tempo, che “le donne capiscono troppo tardi di avere il diritto di riposare e prendersi cura di sé”, e che devono stare molto attente per riuscire a diventare persone forti e libere. Sua madre soffriva di ansia ossessiva e lei, da piccola, piangeva spesso. Man mano che diventava grande, ciò che le sembrava un’inebriante libertà non era altro che un’evidente solitudine, viveva troppo intensamente, come per recuperare qualcosa.

L’autrice, giornalista impegnata dai anni sui teatri di guerra nel mondo, va nei campi dei prigionieri a Gerusalemme  e comincia a cercare notizie sui prigionieri liberati negli scambi di prigionieri tra Israele e Palestina, perché si rende conto che si tratta di “un popolo intero e un paese in prigione”.

Si era sempre sentita, in qualche modo, “esule”, anche se aveva condiviso, con grande sensibilità, le parole delle donne che aveva intervistato, donne che avevano sofferto e che sono sempre più sole, perché più esposte.

Molto significativa e intensa è l’affermazione dell’autrice: ”la solitudine non è solo una prigione, ma anche un rifugio: un posto dove fermarsi in ascolto del battito del mondo”. Fondamentale è stato per lei, avvicinarsi al mondo dei volontari nelle missioni, in cui non si pensa ad altro che vivere del momento presente e del proprio impegno: nella Scuola Santa Clelia di Kitanga in Africa, che accoglie bambini poveri provenienti anche da posti molto lontani, fin da quando sono piccolissimi e che non vedono i loro genitori per mesi, mentre alcuni non li hanno proprio viene colpita dall’atteggiamento di alcuni bambini che le chiedevano: “Resti qui anche domani? Mi abbracci?”. Si rende conto, con profonda amarezza, che quelle parole esprimono una solitudine che alla loro età lei non sentiva assolutamente e ciò la fa riflettere sull’importanza delle mancanze e del dolore.