mercoledì 28 gennaio 2026

BiblioIlde - Stabat Mater - Tiziano Scarpa

 


A cura di Ilde Rampino

E’ un percorso interiore quello che l’autore compie attraverso questo romanzo, un percorso nel desiderio celato, sconosciuto, di giovani donne che hanno vissuto tutta la loro esistenza in un orfanotrofio – l’Ospitale – strette nelle maglie di regole codificate, ma non interiorizzate, che bloccano i loro sogni adolescenziali sulla superficie di atteggiamenti stereotipati. La protagonista, Cecilia, che richiama, non a caso il nome della patrona della musica – è una sorta di figura irreale, scandita da silenzi: a volte sembra che a parlare o ad agire non sia lei come persona, ma i suoi bisogni, le sue aspirazioni ad una vita diversa, che lei non conosce e vede mascherata e forse trasfigurata nelle rare uscite concesse alle orfane come lei. Avvertiva una profonda tristezza, ma non voleva che quel buio che rappresentava il primo ricordo che aveva di se stessa, la facesse precipitare in un baratro, ma voleva lottare a tutti i costi contro quella sensazione di angoscia che pervadeva la sua anima, perché si era resa conto che “anche nel buio più fitto posso chiudere gli occhi e immaginare la luce”. Comincia a scrivere le lettere alla Signora Madre nell’oscurità, perché vuole in qualche modo instaurare una sorta di rapporto con una persona che non deve esserci nella sua vita, perché l’ha abbandonata: “le parole rappresentano la melodia del mio pensiero, un abbraccio che si sporge alla finestra di un cortile vuoto”.  Nell’orfanotrofio, le ragazze non sanno di chi sono figlie, anche se alcune vengono abbandonate con un segnale addosso, che, tuttavia, non permette di risalire alla loro origine. Si sentono come fantasmi e la musica diventa quindi l’unica possibilità di vita, il mezzo per instaurare un rapporto con l’altro, anche se falsato, perchè suonavano sospese ad alcuni metri di altezza, dietro una balaustra, seminascoste da grate metalliche che ne lasciavano indovinare la sagoma, ma non ne permettevano di scrutarne i volti, nascosto dalla maschera che esse erano costrette ad indossare in pubblico. Il violino rappresenta quindi la mano che si porge all’altro, una compagnia dell’anima di un adolescente che si trova costretta, suo malgrado, a fare i conti con la propria solitudine.

Cecilia era convinta che il suo destino fosse “essere figlia del niente”, perché nel corso degli anni aveva visto vanificata la sua possibilità di trovare l’altra metà della sua esistenza, come il pezzo mancante di una medaglietta, ma lei, come le altre, volevano essere riconosciute in qualche modo, perché ”nessuno può sentire la musica segreta  che suona nel nostro animo.

La presenza costante dell’idea di vita, legata strettamente alla morte, la rende dolorosamente vicina alle suore che l’hanno allevata, che “fanno morire insieme a se stesse anche la propria paura di morire”. Struggente è il dialogo con l’Assenza, l’entità rappresentata con i serpenti intorno alla testa – una Medusa ante litteram – e quella della Signora Madre – assenza ancora più profonda e interiore, perché mai conosciuta. E sarà proprio la musica, il suono offerto a lei e trasformato da una mano maschile, quella di Don Antonio, il nuovo insegnante,  a rappresentare una via d’uscita dalla malinconia e un’alterità per trovare se stessa, in un atto di profonda ribellione verso il mondo e la sua realtà.