A cura di Ilde Rampino
E’ un
percorso interiore quello che l’autore compie attraverso questo romanzo, un
percorso nel desiderio celato, sconosciuto, di giovani donne che hanno vissuto
tutta la loro esistenza in un orfanotrofio – l’Ospitale – strette nelle maglie
di regole codificate, ma non interiorizzate, che bloccano i loro sogni
adolescenziali sulla superficie di atteggiamenti stereotipati. La protagonista,
Cecilia, che richiama, non a caso il nome della patrona della musica – è una
sorta di figura irreale, scandita da silenzi: a volte sembra che a parlare o ad
agire non sia lei come persona, ma i suoi bisogni, le sue aspirazioni ad una
vita diversa, che lei non conosce e vede mascherata e forse trasfigurata nelle
rare uscite concesse alle orfane come lei. Avvertiva una profonda tristezza, ma
non voleva che quel buio che rappresentava il primo ricordo che aveva di se
stessa, la facesse precipitare in un baratro, ma voleva lottare a tutti i costi
contro quella sensazione di angoscia che pervadeva la sua anima, perché si era
resa conto che “anche nel buio più fitto posso chiudere gli occhi e immaginare
la luce”. Comincia a scrivere le lettere alla Signora Madre nell’oscurità,
perché vuole in qualche modo instaurare una sorta di rapporto con una persona
che non deve esserci nella sua vita, perché l’ha abbandonata: “le parole
rappresentano la melodia del mio pensiero, un abbraccio che si sporge alla
finestra di un cortile vuoto”. Nell’orfanotrofio,
le ragazze non sanno di chi sono figlie, anche se alcune vengono abbandonate
con un segnale addosso, che, tuttavia, non permette di risalire alla loro
origine. Si sentono come fantasmi e la musica diventa quindi l’unica
possibilità di vita, il mezzo per instaurare un rapporto con l’altro, anche se
falsato, perchè suonavano sospese ad alcuni metri di altezza, dietro una
balaustra, seminascoste da grate metalliche che ne lasciavano indovinare la
sagoma, ma non ne permettevano di scrutarne i volti, nascosto dalla maschera
che esse erano costrette ad indossare in pubblico. Il violino rappresenta
quindi la mano che si porge all’altro, una compagnia dell’anima di un
adolescente che si trova costretta, suo malgrado, a fare i conti con la propria
solitudine.
Cecilia era convinta che il suo destino fosse
“essere figlia del niente”, perché nel corso degli anni aveva visto vanificata
la sua possibilità di trovare l’altra metà della sua esistenza, come il pezzo
mancante di una medaglietta, ma lei, come le altre, volevano essere
riconosciute in qualche modo, perché ”nessuno può sentire la musica
segreta che suona nel nostro animo.
La presenza
costante dell’idea di vita, legata strettamente alla morte, la rende
dolorosamente vicina alle suore che l’hanno allevata, che “fanno morire insieme
a se stesse anche la propria paura di morire”. Struggente è il dialogo con
l’Assenza, l’entità rappresentata con i serpenti intorno alla testa – una
Medusa ante litteram – e quella della Signora Madre – assenza ancora più
profonda e interiore, perché mai conosciuta. E sarà proprio la musica, il suono
offerto a lei e trasformato da una mano maschile, quella di Don Antonio, il
nuovo insegnante, a rappresentare una
via d’uscita dalla malinconia e un’alterità per trovare se stessa, in un atto
di profonda ribellione verso il mondo e la sua realtà.
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